Klimt 1918

::: Intervista tratta da Babylon Magazine - di Giuseppe Torre, 01/09/2003 ::: 

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Leggi le recensioni di  "Undressed Momento" e di "Dopoguerra" tratte da Babylon Magazine ...



I Klimt sono stati acclamati un po' avunque come una delle bands italiane più promettenti in assoluto, e spesso sono stati accostati addirittura a bands come U2, Cure e Novembre. Insomma, non si può fare a meno di sentire quello che hanno da dirci. Abbiamo sentito Marco Soellner, il cantante del gruppo, un grandissimo cantante.

Mi parli in generale del disco e del suo significato per voi e per la vostra evoluzione musicale?
Marco: "Undressed Momento" è il risultato di molti mesi di lavoro. E' un album di istantanee, come avrebbe detto Atget; autocromi delle nostre nostalgie archiviate in canzoni. Ogni singolo brano si porta dietro una piccola storia, degli aneddoti, nostalgie diversificate, colori, visi indistinti e odori, sentori di momenti particolari. E' un vero e proprio caleidoscopio che abbiamo cominciato a costruire quasi due anni fa, sottoterra, nella nostra saletta. Eravamo quasi delle formiche che operose e infaticabili mettevano da parte le sementi per l’inverno. Il nostro grano e la nostra segale erano le note, le armonie, le linee vocali. Un'esperienza lunga e interminabile che ci ha accompagnato fino alla primavera. Il viaggio è proseguito in riva al mare, sul litorale romano e precisamente ad Anzio dove abita Alessandro (Pace, il chitarrista), luogo in cui sorgono i nostri casalinghi Miramar Studios. Da Aprile fino a Giugno siamo rimasti chiusi lì dentro, fino al momento fatidico delle registrazioni presso gli Outer Sound Studios di Giuseppe Orlando. "Undressed Momento" è quindi un momento della nostra vita: giornate piovose d'Agosto, panini mangiati di fretta, attimi di gioia, sonno, sconforto. E' stato come riflettere per un attimo sul fluire del tempo per poi immortalarlo su un disco ottico.

Le registrazioni sono avvenute negli studi di registrazione dei Novembre (gli Outer Sound Studios); come sono andate?
Marco: Sono state la parte più intensa del lavoro. Tutte le emozioni che avevamo provato fino a quel momento si sono ripetute con intensità mille volte superiore. Registrare un disco significa cristallizzare in un lasso di tempo limitato tutto quello che ti ha emozionato nei mesi precedenti. E' un'esperienza stimolante, meravigliosa oserei dire, ma anche dannatamente sfiancante. Dopo un mese passato sottoterra costantemente esposto a forti pressioni, i tuoi nervi e la tua sopportazione ne risentono. Giuseppe Orlando e Massimiliano Pagliuso si sono dimostrate le persone più adatte a guidarci in questo difficile percorso. E' grazie alla loro enorme caratura professionale e soprattutto umana che siamo riusciti a dare il meglio di noi stessi.

Dopo tante fatiche, e quasi 10 anni di attività (compresi gli Another Day), pensate di essere arrivati ad un vero momento di svolta?
Marco: Se svolta significa avere finalmente la possibilità di pubblicare la propria musica, allora sì, penso proprio che qualcosa si stia muovendo. Questi ultimi dieci anni sono stati veramente intensi. Abbiamo lavorato molto ma purtroppo, per una serie di fatti indipendenti dalla nostra volontà, le cose non sono andate come credevamo. Proprio per questo motivo "Undressed Momento" ha un sapore così dolce per i nostri palati. E' il raffinatissimo sentore della rivincita. Nessun aroma è più inebriante di questo.

Quali sono le vostre influenze maggiori?
Marco: Be', direi Hassan Hitab e tutti i fedayn palestinesi, i quadri di Egon Schiele, la new wave ottantiana, Lars Von Trier e suoi splendidi film, Abel Ferrara, Ernesto Guevara, ovviamente Gustav Klimt e gli altri 'ragazzi' della Secessione. Un posto d'onore ce l'ha Brett Easton Ellis e il suo fenomenale "Less than Zero", poi Eric Bohl, Andrej Nabocov, persino un tocco di musica italiana come il primo Lucio Dalla, Luigi Tenco, Gino Paoli, Dalida. In fine cito tutto il movimento death black metal compreso tra il 1989 e il 1995, ambiente in cui siamo inevitabilmente cresciuti… Il primo amore non si scorda mai.

Avete un processo di composizione fisso, o seguite ogni volta un metodo diverso?
Marco: Di solito le canzoni nascono in casa, nei ritagli di tempo. Quando ne sento il bisogno interrompo quello che sto facendo e mi metto a suonare. In queste micro sessioni a volte esce qualcosa di buono: un riff coinvolgente, un giro di accordi particolarmente efficace, oppure una melodia vocale. Se i pezzi del puzzle ci sono tutti nasce una canzone che poi arrangiamo in saletta.

Com'è il vostro rapporto con i vostri compagni di scuderia Room with a View? Vi piace quello che fanno?
Marco: Il rapporto che ci lega ai Room with a View è di reciproca stima e collaborazione. Del resto non potrebbe essere altrimenti visto che viviamo nella stessa città e incidiamo entrambi per la My Kingdom Music. Musicalmente parlando trovo la loro proposta molto interessante. Nonostante Francesco e Alessandro siano giovani hanno creato qualcosa di assolutamente originale. Non è facile trovare un gruppo che risulti così personale alla prima prova discografica.

Cosa pensi della scena underground italiana in generale? Ammiri qualche band in particolare?
Marco: La scena italiana cresce a vista d’occhio e ormai è assai difficile stragli dietro. Rispetto alla metà degli anni ’90, periodo a cui risalgono le mie prime esperienze musicali, molte cose sono cambiate in meglio: la professionalità e la preparazione tecnica dei gruppi, per esempio, (vedi Edenshade, Greyswan, Mindaleth, gli stessi Room with a View) oppure la qualità degli studi di registrazione, su tutti gli Outer Sound di Giuseppe Orlando. Un tempo i cd di gruppi italiani registrati in Italia non valevano nemmeno un terzo di quelli prodotti all'estero. Ora invece siamo all’avanguardia, gli album suonano sempre meglio e le capacità dei nostri producers sono ormai ragguardevoli.

Quali obiettivi vi ponete con questo nuovo album?
Marco: Non ci siamo prefissati particolari obiettivi. Ci basta sapere che le canzoni di "Undressed Momento" abbiano regalato delle emozioni a qualcuno. Questo ci ripaga di tutti i sacrifici penati in questi ultimi anni e ci spinge a fare sempre meglio.

Come definireste il vostro sound ad una persona che non vi conosce?
Marco: Lo definirei un sound ibrido, mutevole che ricorda molte cose ma nessuna in particolare. C'è la nostalgia dei Cure, la freschezza dei primi U2, le melodie immediate e malinconiche dei Talk Talk. Ci sono i singulti armonici e colorati dei Beatles. Poi, infine, sotto a tutto giace il nostro passato estremo, la grande tradizione death metal e avantgarde; quella che, nonostante tutto non dimentichiamo mai.

Quali sono i temi principali di cui parlate nei vostri testi?
Marco: Sono ossessionato dal tema della fine dell'adolescenza. Il termine ultimo dell’età delle utopie. L'epoca del vero che soppianta gli equilibri armonici dell'infanzia. Chi una vera e propria adolescenza, non l'ha mai avuta come il sottoscritto, è condannato a viverla nell’età della ragione. Il contrasto indissolubile tra il ricordo di ciò che non è mai stato e la disarmonia del presente, sta alla base delle nostre canzoni. Un po' come Mimnermo quando cantava della caducità della vita e la fuggevolezza della gioventù.

Vi aspettavate tutte le recensioni positive per il vostro ultimo lavoro?

Marco: Non sono state tutte positive. C’è sempre qualcuna meno buona delle altre, ma la trovo una cosa assolutamente normale. Per il resto, riguardo i numerosi commenti positivi che abbiamo collezionato posso dirti che sono stati una gradevolissima sorpresa. Dopo tanti sacrifici vedere che il frutto dei tuoi sforzi viene apprezzato da qualcuno fa sempre piacere.

La vostra musica vuole lanciare un qualche messaggio o semplicemente essere arte fine a se stessa?
Marco: Io penso che l'arte non sia mai fine a se stessa. Un quadro che è assolutamente privo di significato per me, può averne molti per qualcun altro. La musica dei Klimt 1918 segue lo stesso percorso. Può piacere come invece risultare anonima. In questi ultimi mesi ho ricevuto decine e decine di e-mail di ragazzi che hanno ascoltato "Undressed Momento". Ognuno di loro trovava un messaggio diverso nelle nostre canzoni. Chi leggeva un messaggio di speranza, chi invece di profonda malinconia. E' stato molto bello constatare quanta gente si sia emozionata grazie al nostro album. Non avremmo potuto avere una soddisfazione più grande di questa.

Cos'è l'intimismo e la desolazione per un gruppo come voi?

Marco: Una stanza da letto in penombra, la luce cobalto della mattina che, obliqua, si insinua nelle finestre. La testa che pulsa di malinconia, frammenti, coriandoli di passate esperienze. Il pensiero costante della felicità appena conclusa che annaffia la gola e deterge di pianto le gote. L'odore di lei che ancora è inferno sul cuscino, sulla pelle. Il silenzio, le coordinate del tempo che passa liquido. La sensazione dello scorrere e dei piedi gelati. Le lenzuola sfatte, i quadri appesi più neri della pece e infine l'abulia. Straziato dal rimorso prendere una chitarra, suonarla fino a quando le dita non fanno male. Scrivere una canzone per rovesciarvi dentro i momenti spogliati di questa stanza, di questa mattina blu cobalto che lentamente muore e diventa glauca, pallida mattina d'Aprile.

Live report del concerto allo Zoobar di Roma, del 20/10/2005
ed intervista del 2006!