|
La capitale è e sarà sempre la culla di spunti musicali davvero interessanti.
Le parole scorrono in quest' intervista tardo pomeridiana con Paolo Soellner,
batterista dei Klimt 1918, che mi aiuta a scoprire qualcosa in più su una delle
bands più apprezzate nel panorama italiano. Ringrazio la sua disponibilità e la
sorpresa 'culinaria'!
Vi sentite più vicini alla scenda indie, rock-pop (soprattutto per la deriva
dell'ultimo cd) o metal, considerando che siete figli di etichette molto più
vicine a quest'ultimo genere pur se attente a realtà più 'sperimentali'?
Paolo: Adesso come adesso ci sentiamo più vicini alla scena indie,
post-rock, alternative rock, perché quando uscì il nostro primo album, "Undressed
Momento", il disco era già un po' vecchiotto, era stato composto molti anni
prima quindi è uscito quando le idee erano già abbastanza diverse dall'uscita.
Da quel momento le influenze erano cambiate e già andavano verso l'indie. Poi
nel gruppo non siamo mai stati tutti prettamente vicini al metal, il nostro
background è molto vario: a me piace tantissimo il rock, l'elettronica, i
Depeche Mode, i Cure e il metal. La nostra caratteristica infatti è mischiare
molti generi musicali. Anche "Dopoguerra" parla da solo in questo senso, chi
mastica musica indie rock sa benissimo che ci sono componenti molto piu vicine a
questo genere, mantenendo però sempre caratteristiche metal all'interno dei
nostri pezzi, anche se in futuro forse queste scompariranno nella composizione
dei nuovi pezzi.
Emergere in Italia è alquanto difficile: siete stati fortunati a debuttare
con la My Kingdom Music, piccola, ma ottima etichetta che si è mossa molto bene
nella promozione...
Paolo: La My Kingdom Music si è mossa benissimo, siamo contenti del
lavoro svolto e ci è dispiaciuto cambiare etichetta ma la Prophecy è molto più
grande e quindi più vicina ai mercati esteri, con una distribuzione molto più
ampia. La visibilità che abbiamo adesso è ben differente, i risultati di
"Dopoguerra" sono evidenti. Anche se grazie alla My Kingdom stessa siamo
riusciti a trovare questo contratto, perché abbiamo avuto degli ottimi voti su
riviste straniere, tedesche e inglesi soprattutto, che ci hanno permesso di
arrivare alla Prophecy. La difficoltà di emergere è correlata purtroppo alla
credibilità che il mercato ha verso queste etichette più piccole. Basti pensare
alla Germania dove ci sono tante etichette piccole che però hanno una
distribuzione e credibilità più grande rispetto alle etichette italiane.
Fortunatamente, nonostante l'etichetta fosse piccola, siamo riusciti ad avere
ottimi riscontri, ad emergere un po' più degli altri nel mercato italiano e
straniero, sempre nel nostro piccolo.
Ogni vostro cd contiene un pezzo con una strofa, o più parti, in italiano: è
una scelta mirata, è un modo per esprimere una propria appartenenza (dati i
pezzi molto 'localistici'), è una via per musicalizzare il linguaggio?
Paolo: Non è una scelta mirata. Inizialmente con "Undressed Momento" è
stata una cosa casuale, ci piaceva creare una canzone con diverse lingue,
infatti "We don't need no music" ha 3 lingue all'interno (inglese e francese
unite all'italiano). All'estero l'italiano è una lingua molto musicale, definita
molto 'esotica', quindi non può che giovare e far piacere sia agli ascoltatori
italiani che a quelli stranieri. E' una caratteristica che abbiamo tenuto anche
per un'altra canzone, "Sleepwalk in Rome", in "Dopoguerra", dove vi è il climax
della canzone che esplode con questo cantato italiano. Non è tanto un ribadire
dell'origine italiana oppure un evidenziare un nazionalismo: più che altro è una
sperimentazione.
Il testo è una componente fondamentale o un elemento stilistico?
Paolo: Il testo è molto importante. Le nostre liriche sono scritte tutte
da mio fratello. I suoi testi sono introspettivi, racconti di sue esperienze
passate, molto personali e vari, che vanno da un sentimento malinconico a
momenti di speranza, pervasi da una forma di malinconia del passato. Tutto va di
pari passo alla musica, infatti alcuni testi all'interno di una stessa canzone
partono in un certo modo e poi finiscono in maniera diversa, magari con un
finale molto aperto e speranzoso mentre la parte iniziale è una parte molto piu'
malinconica e chiusa. O viceversa come in "Rachel" che da combattiva termina in
un finale triste poiché uccisa da un carro armato.
"Nominare un oggetto significa sopprimere i tre quarti del godimento della
poesia che consiste nell'indovinare a poco a poco: suggerirlo, ecco il sogno".
In un testo è meglio non dire, come in una poetica dell'assenza, o esprimere e
manifestare? Rivelazione o mistero?
Paolo: Dipende da ciò che si vuole dire e trasmettere e dall'atmosfera
che si vuole dare: se la canzone è aperta tutto diventa molto esplicito, se si
vuole mantenere un certo mood si tiene il mistero.
Anche se spesso è più difficile essere diretti che mantenere una cosa
celata...
Paolo: Dipende anche dal genere musicale... Alcuni generi sono molto più
espliciti di altri, anche i temi sono molto più quotidiani e a portata di mano o
viceversa più oscuri e intimisti. Non si riesce a dare un messaggio palese se il
mood della canzone è troppo 'dark'... Dipende da molti fattori. Principalmente
si tende a privilegiare una scelta in base all'obiettivo.
Vi piace correlare la musica all'arte visiva? Avete mai pensato di curare una
scenografia?
Paolo: Faremo un tour in primavera-estate e pensavamo ad una scenografia.
Tutto il tema dei Klimt corre parallelo all'arte visiva, l'immagine di Klimt e
la musica di Klimt sono parallele, non solo da un punto di vista estetico
personale, ma anche da un punto di vista dell'artwork molto lavorato e studiato.
E' molto importante lavorarci per dare un'immagine non solo musicale ma anche
artistica al gruppo. Il nostro nome prende ispirazione da Klimt: il periodo di
Klimt e la sua morte sono stati fertili per le arti: è l'anno della fine della
prima guerra mondiale e della nascita di alcuni stili artistici
dell'avanguardia: il liberty, il dadaismo, il surrealismo, il post-modernismo.
Noi ci basiamo su quel periodo come rinnovo e rinascita delle arti dopo il buio
quale è stato la guerra. La musica non può non prescindere dall'arte e rendersi
immagine attraverso le opere, le immagini o l'artwork. Per "Undressed Momento",
un disco molto intimista e malinconico, il cui tema principale era
l'adolescenza, abbiamo scelto i colori rosa e azzurro, maschio-femmina,
l'immagine molto familiare di una ragazza che esce dall'acqua, la sua stanza.
Per "Dopoguerra" abbiamo scelto in copertina un cielo rosso, di sangue, che
porta ancora le tracce di una guerra appena finita con questa ragazza che esce
sui tetti per farsi un bagno di sole, nascosta per troppo tempo a causa della
guerra. Ma il cielo è ancora rosso...
Qual è il concetto di bellezza legato alla musica? Come un brano diventa e
resta 'bello'?
Paolo: Un pezzo è bello se musicale, melodico, se trasmette delle
sensazioni, delle emozioni, se porta a pensare, a riflettere intimisticamente:
ed è quello su cui puntiamo noi. Mio fratello in questo è un ottimo compositore,
non lo dico retoricamente, anzi lo penso tranquillamente, poiché quando compone
ci mette tutto sé stesso, cerca di trasmettere le sue emozioni tramite la
musica. Molte persone ci scrivono dicendoci che si identificano nella nostra
musica perché alcuni temi sono talmente comuni e quotidiani che la gente non può
non rispecchiarsi.
I giornali sono spesso additati come elemento di corruzione, di
falsificazione delle idee e dei gusti. Per voi sono solo uno strumento di
interpretazione o può il sistema mediatico appiattire la musica, l'esperienza
individuale in schemi generici?
Paolo: No, magari quando alcune riviste sono di settore e non sanno. Il
settorializzarci non ci offusca l'immagine del gruppo, anzi, alcune riviste
italiane e straniere sono state incredibili e ci hanno trattato benissimo,
riuscendo a capire delle cose che molte altre non hanno colto. Ti fanno
un'ottima pubblicità e ti rendono felice perché ti accorgi che molta gente
riesce a capire il sound e altre cose del gruppo. E' un'ottima fonte per
divulgare la propria musica e per diffondere il proprio messaggio, le proprie
intenzioni musicali. Se posso fare una piccola polemica, in Italia è più
difficile essere recensito su riviste grandi come per esempio in Germania,
Spagna, Inghilterra, Svezia dove abbiamo avuto recensioni su 'Rolling Stone', 'Kerrang!',
cosa che in Italia non è accaduto. All'estero ti danno molta più credibilità e
puntano anche su gruppi minori, non stando a guardare se un gruppo abbia venduto
milioni di dischi o sia raccomandato. Questa è una cosa che abbiamo apprezzato
molto.
|