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Presentatevi ai lettori di Benzoworld che, loro malgrado, ancora non vi
conoscono.
Marco: I Klimt 1918 si sono formati nell'Ottobre del 1999 quando gli
Another Day, il gruppo in cui suonavamo io e mio fratello, si sono sciolti.
L'idea era quella di dare vita ad un progetto musicale che fondesse le sonorità
avantgarde metal anglosassoni e scandinave con quelle rock wave anni '80. Il
risultato dei nostri sforzi è stato "Secession makes post-modern music", il
promo uscito nel 2001 registrato presso gli Outer Sound Studios di Giuseppe
Orlando. Grazie agli ottimi responsi raccolti da quest'ultimo siamo entrati in
contatto con la My Kingdom Music di Francesco Palumbo che ci ha offerto un
contratto per la realizzazione di due album. Nel 2002 abbiamo registrato "Undressed
Momento", il nostro debutto discografico che ha ricevuto recensioni lusinghiere
in Italia e soprattutto all'estero. Nel 2004 abbiamo firmato un contratto con la
tedesca Prophecy Productions con la quale abbiamo realizzato il nostro secondo
album "Dopoguerra" che rappresenta il nostro definitivo distacco dalle sonorità
del passato.
Come è andato il piccolo mini-tour
europeo appena concluso? E' un'esperienza che sperate di ripetere in futuro?
Marco: Il nostro primo (mini) tour europeo è stata un'esperienza
indimenticabile. Abbiamo suonato di fronte a persone meravigliose, conosciuto
musicisti eccezionali, vissuto situazioni paradossali. La Germania e l'Olanda
sono paesi straordinari dove esibirsi. L'audience è corretta, attenta e
soprattutto non è mai prevenuta, nemmeno di fronte ai gruppi poco più che
esordienti come il nostro. Inoltre i locali sono attrezzati con strumentazioni
ed impianti di amplificazione all'avanguardia. Speriamo di ripetere l'esperienza
a Febbraio. Stiamo organizzando un piccolo tour in Austria ed Ungheria oltre
alle date italiane che abbiamo in programma per l'autunno.
Parliamo di "Dopoguerra", un disco che ha
l'abilità e il coraggio di fondere insieme generi apparentemente distanti fra
loro. Come si è sviluppato il processo di songwriting che vi ha poi portato a
comporre un tale capolavoro?
Marco: Il processo di songwriting non ha subito un percorso
particolare. Subito dopo la registrazione di "Undressed Momento" abbiamo
cominciato a lavorare sulle canzoni che avevo scritto fino a quel momento senza
porci dei veri e propri obiettivi. Sapevamo che il secondo disco sarebbe stato
diverso da "Undressed Momento". Del resto hai tutta la vita per scrivere il
primo album della tua carriera e solo pochi mesi per comporre le canzoni del
secondo. Gli effetti di questa condizione hanno lasciato il segno sui nuovi
brani rendendoli molto più essenziali, crudi, immediati, pronti per essere
suonati live. "Dopoguerra" è un album fortemente rock, soprattutto per quello
che riguarda le modalità adottate in fase di registrazione. Abbiamo limitato
drasticamente l'uso di tecnologia digitale: la batteria è completamente
acustica, non c'è trigger, il suono delle chitarre è quello ripreso
dall'amplificatore, senza l'ausilio di plug in o multieffetti. Volevamo
liberarci di tutti quegli elementi diventati di uso comune tra tutti i gruppi
che suonano un certo genere musicale. Il risultato ci ha soddisfatto molto
perché fotografa più fedelmente ciò che realmente sono i Klimt 1918 dal vivo e
perché rende il nostro sound ancora più ibrido e sfuggente.
Le recensioni che ho letto sui giornali
metal continuano a paragonarvi a gruppi come Katatonia, Novembre e compagnia;
non trovate frustrante questo continuo associarvi a sonorità tipicamente gothic?
Marco: No, non ci sentiamo frustrati. Dall'ambiente metal
non ci siamo mai aspettati un riconoscimento delle nostre influenze shoegaze,
dream pop ed indie. Gran parte della gente che gravita attorno a questa scena
conosce assai poco dei generi sopra citati. E' logico quindi che i paragoni si
fermino ai Katatonia. La cosa comunque, ripeto, non ci dà fastidio... La stessa
Prophecy cita il gruppo svedese sullo sticker applicato sulla copertina di
"Dopoguerra". A volte per riferirsi ad un'audience così autoreferenziale come
quella metal è necessario scendere a compromessi.
A mio avviso già nel debutto "Undressed
Momento" si potevano intravedere certe idee/sonorità che avete poi sviluppato in
"Dopoguerra". Come considerate a distanza di due anni quel disco?
Marco: E' vero alcuni elementi del nostro sound attuale
erano già presenti in "Undressed Momento". Il motivo è semplice: quell'album è
stato composto in un arco di tempo enorme, quindi comprende brani vecchissimi
ancora influenzati dall'avantgarde metal scandinavo e anglosassone ed altri più
recenti in cui era più chiara l'impronta ibrida, melodica e personale che poi
abbiamo sviluppato meglio in "Dopoguerra". Generalmente continuiamo a volere
molto bene ad "Undressed Momento": è un album molto denso a cui dobbiamo gran
parte dei traguardi che abbiamo raggiunto. Ogni volta che lo ascolto vengo
assalito dalla nostalgia. Sebbene sia stato registrato appena tre anni fa, esso
descrive emozioni antiche, rimembranze che ancora adesso mi fanno trasalire.
Musicalmente parlando però non possiamo non riconoscerne i limiti. I suoni sono
ancora molto metal, così come l'influenza di certi gruppi è ancora troppo
palese. Suona esattamente come dovrebbe suonare un disco d'esordio: vigoroso,
ridondante e allo stesso tempo dimostrativo ed ingenuo.
Credo che "Rachel" sia l'ideale anello di
congiunzione fra i due album; voi che ne pensate?
Marco:
In molti hanno affermato la stessa cosa. Penso si tratti di
un'osservazione giusta. In fondo si tratta di un brano che esordisce con dei
riff molto wave e man mano cresce trasformandosi in una electric song, potente e
malinconica sostenuta da una partitura di doppia cassa. Lo stile è a metà strada
tra quello immediato del presente e quello ridondante del passato.
"Dopoguerra"
riporta alla luce lo shoegaze, un genere che visse nei primi anni '90 il suo
periodo d'oro, prima dell'esplosione del grunge. Gruppi come Catherine Wheel,
Slowdive, Ride, Pale Saints hanno scritto canzoni e melodie indimenticabili. Voi
a quali bands di quell'epoca/suono siete maggiormente legati?
Marco: Sono molto contento che tu
abbia individuato le nostre influenze shoegaze/dream pop. Subito dopo le
registrazioni di "Undressed Momento" abbiamo approfondito la conoscenza di
questo genere e così ci siamo letteralmente innamorati di "Psychocandy" dei
Jesus & Mery Chain, di "Loveless" e "Isn't anything" dei My Bloody Valentine, di
"Spiderland" degli Slint, di "Ferment" dei Catherine Wheel, di "Just for a day"
degli Slowdive, di "Treasure" dei Cocteau Twins e di altri album/band edite
dalle leggendarie Creation Records e 4AD. Il sound shoegaze è immortale:
travalica le mode, perché è un linguaggio fatto di pura emozione. Secondo me i
migliori suoni di chitarra registrati negli ultimi vent'anni sono stati
sperimentati proprio dalle band che ho citato prima. Senza l'uso di tecnologia
digitale sono riuscite a creare atmosfere indimenticabili. Per noi rappresentano
un'ispirazione continua, anche da un punto di vista attitudinale. 'Guardarsi le
scarpe' infatti non significa solo suonare musica emozionale, ma anche vivere il
rock in un certo modo, lontano dal protagonismo esasperato e dagli sterili
eccessi.
"Dopoguerra"
è, a mio parere, il classico disco della svolta. Con questo disco potreste
raggiungere migliaia di persone ma c'è anche il rischio di perdere i metal fans
(che, si sa, non perdonano un passo falso) e di non arrivare ad un altro
pubblico che, senza nemmeno ascoltarvi, vi etichetterebbe come metal band dato
il vostro passato. Sentite questa sensazione di essere come a un bivio? Come la
vivete?
Marco: Sentiamo molto la sensazione
di essere ad un bivio. Da una parte il metal, dall'altra l'indie. Due mondi
diversi, due audience distinte che negli ultimi tempi però hanno imparato a
dialogare. L'intensità elettrica di molte band indie post-rock a volte non ha
nulla da invidiare a quella di tanti blasonati gruppi metal e, viceversa, ci
sono sempre più gruppi provenienti dall'estremismo sonoro che contaminano il
loro sound con elementi indie. Mi vengono in mente ad esempio gli Isis che
uniscono post hardcore molto violento a reminescenze post-rock, oppure i Kayo
Dot, punto di congiunzione tra Neurosis e Godspeed You! Black Emperor.
Considerando l'attenzione che queste bands hanno ricevuto da parte del pubblico,
non penso che un gruppo come i Klimt 1918 si debba preoccupare più di tanto. E'
vero, abbiamo perso con "Dopoguerra" molti fans della prima ora che non hanno
apprezzato l'allontanamento dall'avantgarde gothic, ma abbiamo conquistato un
numero nettamente superiore di nuovi estimatori che apprezzano proprio certe
ibridazioni. Si tratta di un pubblico nuovo che non si riconosce né nell'indie,
né tanto meno nel metal. Esattamente come succede alla nostra musica,
eternamente in bilico tra suggestioni e stili diversi.
Vi ho fatto questa domanda anche perché
qualche 'metallaro' vi ha definito 'venduti' per il fatto che suonerete a Roma
di supporto ai Velvet. Sinceramente, credete che il pubblico metal sia pronto
per un disco come "Dopoguerra"?
Marco: Sinceramente penso che la
cosa più importante per un gruppo come il nostro sia quella di crescere e
sperimentare sonorità diverse da quella da cui è partito. Quello che dicono i
metallari non ci interessa. Le loro illazioni sono il frutto di una mentalità
ristretta che non ammette cambiamenti, che vive il confronto con realtà diverse
come un tradimento. Tornando alla tua domanda, io non mi pongo mai il problema
se l'audience sia in grado o meno di comprendere la musica che scrivo. Questo
limiterebbe il nostro lavoro. Ci sono album e band che vengono comprese,
scoperte ed amate dopo molti anni.
Voi a chi consigliereste "Dopoguerra"? E
quali credete siano le situazioni migliori nel quale ascoltarlo?
Marco: Lo consiglierei a tutte
quelle persone che amano la musica senza limitazioni, a chi ha vissuto
un'esperienza dura e l'ha superata, a chi si vuole lasciare dietro il passato
per ricominciare daccapo. "Dopoguerra" è un album di reazione, di movimento,
quindi è perfetto per accompagnare lunghe camminate cittadine, oppure solitari
viaggi in macchina.
Ho concluso la mia recensione di
"Dopoguerra" definendolo come 'l'ideale colonna sonora per la fine di certe
illusioni e la nascita di nuove speranze'. E' un disco dove la malinconia è
sempre presente e avvolge come un'ombra le canzoni, ma a fine ascolto pare di
poter scorgere la luce. Quali stati d'animo hanno influenzato la sua creazione?
E quali invece volevate far provare all'ascoltatore?
Marco: Il tema centrale attorno a
cui si sviluppa "Dopoguerra" è la convalescenza, una condizione ibrida che
comprende consapevolezza e speranza. Ognuno di noi almeno una volta nella vita
si è sentito un sopravvissuto, ha superato un momento difficile ed ha guardato
al futuro con sollievo senza dimenticare ciò che l'ha fatto soffrire.
Esattamente come i reduci della Seconda Guerra Mondiale immortalati dal
Neorealismo. Se penso alle nostre canzoni la prima cosa che mi viene in mente è
Anna Magnani, il suo sguardo profondo e disincantato in "Roma Città Aperta"
oppure in "Bellissima". Lo stesso sguardo forte e malinconico che avevano i
nostri nonni in quell'Italia del 1945, povera, contadina ma piena di entusiasmo
e voglia di ricominciare. Per rispondere alla seconda parte della tua domanda
posso dirti che ogni ascoltatore è libero di provare quello che vuole. Noi ci
limitiamo solamente a fornire delle suggestioni, delle immagini attraverso la
nostra musica.
Ottima anche l'idea di inserire un bonus
cd che tiene al suo interno delle vere perle. Chi ha avuto l'idea di questo
'regalino' per i fans? Cosa mi dite della splendida 'Rarefied version' di "They
were wed by the sea", in assoluto la miglior shoegaze song di quest'anno?
Marco: L'idea del bonus cd è stata
della Prophecy. Sembra che in Germania sia consuetudine far uscire gli album in
due versioni. Così anche noi ci siamo ritrovati a dover registrare del materiale
extra per la deluxe edition. "They were wed by the sea (rarified version)" è
nata quasi per gioco suonando la versione originale in maniera lenta ed
atmosferica. Il risultato ci è piaciuto talmente tanto che, coadiuvati dal
nostro produttore Fabio Colucci, abbiamo continuato a lavorarci aggiungendo
violoncello e pad elettronici. Registrare questa canzone è stato molto
stimolante, perché ci ha obbligato a confrontarci con le nostre influenze
shoegaze/post-rock e perché ci ha fatto scoprire quali risultati si possono
raggiungere usando contemporaneamente strumenti classici, elettrici ed
elettronici. Penso proprio che il nuovo materiale dei Klimt 1918 sarà
influenzato molto da Rarified Version.
L'artwork si sposa a meraviglia con i
suoni dell'album. Chi l'ha curato?
Marco: L'ha curato mio
fratello Paolo come tutte le elaborazioni legate ai Klimt 1918. L'artwork ha
sempre accompagnato la nostra musica cercando di renderla immagine. Anche questa
volta è stata pensata per esprimere al meglio il concept dell'album e tutte le
suggestioni che ci hanno ispirato in fase di composizione. Una moltitudine di
illustrazioni diverse tenute insieme dal colore rosso e dal tema del dopoguerra,
della rovina e della ricostruzione. Ma partiamo dalla copertina: nessuna
immagine poteva rappresentare meglio l'idea di un immaginario post-bellico.
Siamo rimasti impressionati da questo scatto dal primo momento che l'abbiamo
visto. La ragazza sui tetti che guarda il cielo, ci ha istantaneamente
ricollegato alla convalescenza di quel periodo e al sentimento di speranza che
milioni di persone provavano in quel momento. I superstiti dei bombardamenti
ripopolavano le strade, la voglia di uscire allo scoperto, bagnarsi al sole dopo
i lunghi mesi dell'assedio, mentre il cielo, rosso, porta ancora le tracce di un
conflitto appena terminato. Tutta la grafica di "Dopoguerra" prende spunto da
queste suggestioni.
Sentite mai nostalgia dei tempi dei
primissimi demo? E l'entusiasmo che avevate allora è rimasto lo stesso di oggi?
Marco: Il periodo precedente alla
nascita dei Klimt 1918 è stato uno dei momenti più belli e formativi della mia
vita. Provo grande emozione a ricordarlo. Però non penso che i miei sentimenti
possano essere definiti come nostalgia. Chi è nostalgico in un certo modo
rimpiange qualcosa. Io invece sono assolutamente consapevole delle scelte che
mi/ci hanno portato fino a qui. Non rimpiango nulla, eccetto forse la giovane
età… Dieci anni fa con gli Another Day la nostra (mia e di mio fratello) vita di
musicisti era molto più semplice, ma le limitazioni erano tante, la scena era
underground, mancavano le etichette, non esistevano posti dove esibirsi. Oggi
suonare con i Klimt 1918 significa invece avere la possibilità di esprimersi al
meglio registrando in studi professionali, incidendo dischi per un'etichetta
degna di questo nome, suonando in festival europei. In fondo l'entusiasmo è come
il fuoco: cresce se viene alimentato. E noi negli ultimi anni gli abbiamo dato
legna a sufficienza...
Concludete come volete.
Marco: Grazie per l'opportunità sulla vostra webzine, è stato un piacere
rispondere alle vostre domande!!! Naturalmente un saluto a tutti i lettori di
Benzoworld.com. |