Klimt 1918

::: Intervista tratta da Benzoworld - di Marco Cavallini, 18/10/2005 ::: 

Leggi le recensioni di  "Undressed Momento", "Dopoguerra"
e "Just in case we'll never meet again" tratte da Benzoworld!



Presentatevi ai lettori di Benzoworld che, loro malgrado, ancora non vi conoscono.

Marco: I Klimt 1918 si sono formati nell'Ottobre del 1999 quando gli Another Day, il gruppo in cui suonavamo io e mio fratello, si sono sciolti. L'idea era quella di dare vita ad un progetto musicale che fondesse le sonorità avantgarde metal anglosassoni e scandinave con quelle rock wave anni '80. Il risultato dei nostri sforzi è stato "Secession makes post-modern music", il promo uscito nel 2001 registrato presso gli Outer Sound Studios di Giuseppe Orlando. Grazie agli ottimi responsi raccolti da quest'ultimo siamo entrati in contatto con la My Kingdom Music di Francesco Palumbo che ci ha offerto un contratto per la realizzazione di due album. Nel 2002 abbiamo registrato "Undressed Momento", il nostro debutto discografico che ha ricevuto recensioni lusinghiere in Italia e soprattutto all'estero. Nel 2004 abbiamo firmato un contratto con la tedesca Prophecy Productions con la quale abbiamo realizzato il nostro secondo album "Dopoguerra" che rappresenta il nostro definitivo distacco dalle sonorità del passato.

Come è andato il piccolo mini-tour europeo appena concluso? E' un'esperienza che sperate di ripetere in futuro?
Marco: Il nostro primo (mini) tour europeo è stata un'esperienza indimenticabile. Abbiamo suonato di fronte a persone meravigliose, conosciuto musicisti eccezionali, vissuto situazioni paradossali. La Germania e l'Olanda sono paesi straordinari dove esibirsi. L'audience è corretta, attenta e soprattutto non è mai prevenuta, nemmeno di fronte ai gruppi poco più che esordienti come il nostro. Inoltre i locali sono attrezzati con strumentazioni ed impianti di amplificazione all'avanguardia. Speriamo di ripetere l'esperienza a Febbraio. Stiamo organizzando un piccolo tour in Austria ed Ungheria oltre alle date italiane che abbiamo in programma per l'autunno.

Parliamo di "Dopoguerra", un disco che ha l'abilità e il coraggio di fondere insieme generi apparentemente distanti fra loro. Come si è sviluppato il processo di songwriting che vi ha poi portato a comporre un tale capolavoro?
Marco: Il processo di songwriting non ha subito un percorso particolare. Subito dopo la registrazione di "Undressed Momento" abbiamo cominciato a lavorare sulle canzoni che avevo scritto fino a quel momento senza porci dei veri e propri obiettivi. Sapevamo che il secondo disco sarebbe stato diverso da "Undressed Momento". Del resto hai tutta la vita per scrivere il primo album della tua carriera e solo pochi mesi per comporre le canzoni del secondo. Gli effetti di questa condizione hanno lasciato il segno sui nuovi brani rendendoli molto più essenziali, crudi, immediati, pronti per essere suonati live. "Dopoguerra" è un album fortemente rock, soprattutto per quello che riguarda le modalità adottate in fase di registrazione. Abbiamo limitato drasticamente l'uso di tecnologia digitale: la batteria è completamente acustica, non c'è trigger, il suono delle chitarre è quello ripreso dall'amplificatore, senza l'ausilio di plug in o multieffetti. Volevamo liberarci di tutti quegli elementi diventati di uso comune tra tutti i gruppi che suonano un certo genere musicale. Il risultato ci ha soddisfatto molto perché fotografa più fedelmente ciò che realmente sono i Klimt 1918 dal vivo e perché rende il nostro sound ancora più ibrido e sfuggente.

Le recensioni che ho letto sui giornali metal continuano a paragonarvi a gruppi come Katatonia, Novembre e compagnia; non trovate frustrante questo continuo associarvi a sonorità tipicamente gothic?
Marco: No, non ci sentiamo frustrati. Dall'ambiente metal non ci siamo mai aspettati un riconoscimento delle nostre influenze shoegaze, dream pop ed indie. Gran parte della gente che gravita attorno a questa scena conosce assai poco dei generi sopra citati. E' logico quindi che i paragoni si fermino ai Katatonia. La cosa comunque, ripeto, non ci dà fastidio... La stessa Prophecy cita il gruppo svedese sullo sticker applicato sulla copertina di "Dopoguerra". A volte per riferirsi ad un'audience così autoreferenziale come quella metal è necessario scendere a compromessi.

A mio avviso già nel debutto "Undressed Momento" si potevano intravedere certe idee/sonorità che avete poi sviluppato in "Dopoguerra". Come considerate a distanza di due anni quel disco?
Marco: E' vero alcuni elementi del nostro sound attuale erano già presenti in "Undressed Momento". Il motivo è semplice: quell'album è stato composto in un arco di tempo enorme, quindi comprende brani vecchissimi ancora influenzati dall'avantgarde metal scandinavo e anglosassone ed altri più recenti in cui era più chiara l'impronta ibrida, melodica e personale che poi abbiamo sviluppato meglio in "Dopoguerra". Generalmente continuiamo a volere molto bene ad "Undressed Momento": è un album molto denso a cui dobbiamo gran parte dei traguardi che abbiamo raggiunto. Ogni volta che lo ascolto vengo assalito dalla nostalgia. Sebbene sia stato registrato appena tre anni fa, esso descrive emozioni antiche, rimembranze che ancora adesso mi fanno trasalire. Musicalmente parlando però non possiamo non riconoscerne i limiti. I suoni sono ancora molto metal, così come l'influenza di certi gruppi è ancora troppo palese. Suona esattamente come dovrebbe suonare un disco d'esordio: vigoroso, ridondante e allo stesso tempo dimostrativo ed ingenuo.

Credo che "Rachel" sia l'ideale anello di congiunzione fra i due album; voi che ne pensate?
Marco:
In molti hanno affermato la stessa cosa. Penso si tratti di un'osservazione giusta. In fondo si tratta di un brano che esordisce con dei riff molto wave e man mano cresce trasformandosi in una electric song, potente e malinconica sostenuta da una partitura di doppia cassa. Lo stile è a metà strada tra quello immediato del presente e quello ridondante del passato.

"Dopoguerra" riporta alla luce lo shoegaze, un genere che visse nei primi anni '90 il suo periodo d'oro, prima dell'esplosione del grunge. Gruppi come Catherine Wheel, Slowdive, Ride, Pale Saints hanno scritto canzoni e melodie indimenticabili. Voi a quali bands di quell'epoca/suono siete maggiormente legati?
Marco: Sono molto contento che tu abbia individuato le nostre influenze shoegaze/dream pop. Subito dopo le registrazioni di "Undressed Momento" abbiamo approfondito la conoscenza di questo genere e così ci siamo letteralmente innamorati di "Psychocandy" dei Jesus & Mery Chain, di "Loveless" e "Isn't anything" dei My Bloody Valentine, di "Spiderland" degli Slint, di "Ferment" dei Catherine Wheel, di "Just for a day" degli Slowdive, di "Treasure" dei Cocteau Twins e di altri album/band edite dalle leggendarie Creation Records e 4AD. Il sound shoegaze è immortale: travalica le mode, perché è un linguaggio fatto di pura emozione. Secondo me i migliori suoni di chitarra registrati negli ultimi vent'anni sono stati sperimentati proprio dalle band che ho citato prima. Senza l'uso di tecnologia digitale sono riuscite a creare atmosfere indimenticabili. Per noi rappresentano un'ispirazione continua, anche da un punto di vista attitudinale. 'Guardarsi le scarpe' infatti non significa solo suonare musica emozionale, ma anche vivere il rock in un certo modo, lontano dal protagonismo esasperato e dagli sterili eccessi.

"Dopoguerra" è, a mio parere, il classico disco della svolta. Con questo disco potreste raggiungere migliaia di persone ma c'è anche il rischio di perdere i metal fans (che, si sa, non perdonano un passo falso) e di non arrivare ad un altro pubblico che, senza nemmeno ascoltarvi, vi etichetterebbe come metal band dato il vostro passato. Sentite questa sensazione di essere come a un bivio? Come la vivete?
Marco: Sentiamo molto la sensazione di essere ad un bivio. Da una parte il metal, dall'altra l'indie. Due mondi diversi, due audience distinte che negli ultimi tempi però hanno imparato a dialogare. L'intensità elettrica di molte band indie post-rock a volte non ha nulla da invidiare a quella di tanti blasonati gruppi metal e, viceversa, ci sono sempre più gruppi provenienti dall'estremismo sonoro che contaminano il loro sound con elementi indie. Mi vengono in mente ad esempio gli Isis che uniscono post hardcore molto violento a reminescenze post-rock, oppure i Kayo Dot, punto di congiunzione tra Neurosis e Godspeed You! Black Emperor. Considerando l'attenzione che queste bands hanno ricevuto da parte del pubblico, non penso che un gruppo come i Klimt 1918 si debba preoccupare più di tanto. E' vero, abbiamo perso con "Dopoguerra" molti fans della prima ora che non hanno apprezzato l'allontanamento dall'avantgarde gothic, ma abbiamo conquistato un numero nettamente superiore di nuovi estimatori che apprezzano proprio certe ibridazioni. Si tratta di un pubblico nuovo che non si riconosce né nell'indie, né tanto meno nel metal. Esattamente come succede alla nostra musica, eternamente in bilico tra suggestioni e stili diversi.

Vi ho fatto questa domanda anche perché qualche 'metallaro' vi ha definito 'venduti' per il fatto che suonerete a Roma di supporto ai Velvet. Sinceramente, credete che il pubblico metal sia pronto per un disco come "Dopoguerra"?
Marco: Sinceramente penso che la cosa più importante per un gruppo come il nostro sia quella di crescere e sperimentare sonorità diverse da quella da cui è partito. Quello che dicono i metallari non ci interessa. Le loro illazioni sono il frutto di una mentalità ristretta che non ammette cambiamenti, che vive il confronto con realtà diverse come un tradimento. Tornando alla tua domanda, io non mi pongo mai il problema se l'audience sia in grado o meno di comprendere la musica che scrivo. Questo limiterebbe il nostro lavoro. Ci sono album e band che vengono comprese, scoperte ed amate dopo molti anni.

Voi a chi consigliereste "Dopoguerra"? E quali credete siano le situazioni migliori nel quale ascoltarlo?
Marco: Lo consiglierei a tutte quelle persone che amano la musica senza limitazioni, a chi ha vissuto un'esperienza dura e l'ha superata, a chi si vuole lasciare dietro il passato per ricominciare daccapo. "Dopoguerra" è un album di reazione, di movimento, quindi è perfetto per accompagnare lunghe camminate cittadine, oppure solitari viaggi in macchina.

Ho concluso la mia recensione di "Dopoguerra" definendolo come 'l'ideale colonna sonora per la fine di certe illusioni e la nascita di nuove speranze'. E' un disco dove la malinconia è sempre presente e avvolge come un'ombra le canzoni, ma a fine ascolto pare di poter scorgere la luce. Quali stati d'animo hanno influenzato la sua creazione? E quali invece volevate far provare all'ascoltatore?
Marco: Il tema centrale attorno a cui si sviluppa "Dopoguerra" è la convalescenza, una condizione ibrida che comprende consapevolezza e speranza. Ognuno di noi almeno una volta nella vita si è sentito un sopravvissuto, ha superato un momento difficile ed ha guardato al futuro con sollievo senza dimenticare ciò che l'ha fatto soffrire. Esattamente come i reduci della Seconda Guerra Mondiale immortalati dal Neorealismo. Se penso alle nostre canzoni la prima cosa che mi viene in mente è Anna Magnani, il suo sguardo profondo e disincantato in "Roma Città Aperta" oppure in "Bellissima". Lo stesso sguardo forte e malinconico che avevano i nostri nonni in quell'Italia del 1945, povera, contadina ma piena di entusiasmo e voglia di ricominciare. Per rispondere alla seconda parte della tua domanda posso dirti che ogni ascoltatore è libero di provare quello che vuole. Noi ci limitiamo solamente a fornire delle suggestioni, delle immagini attraverso la nostra musica.

Ottima anche l'idea di inserire un bonus cd che tiene al suo interno delle vere perle. Chi ha avuto l'idea di questo 'regalino' per i fans? Cosa mi dite della splendida 'Rarefied version' di "They were wed by the sea", in assoluto la miglior shoegaze song di quest'anno?
Marco: L'idea del bonus cd è stata della Prophecy. Sembra che in Germania sia consuetudine far uscire gli album in due versioni. Così anche noi ci siamo ritrovati a dover registrare del materiale extra per la deluxe edition. "They were wed by the sea (rarified version)" è nata quasi per gioco suonando la versione originale in maniera lenta ed atmosferica. Il risultato ci è piaciuto talmente tanto che, coadiuvati dal nostro produttore Fabio Colucci, abbiamo continuato a lavorarci aggiungendo violoncello e pad elettronici. Registrare questa canzone è stato molto stimolante, perché ci ha obbligato a confrontarci con le nostre influenze shoegaze/post-rock e perché ci ha fatto scoprire quali risultati si possono raggiungere usando contemporaneamente strumenti classici, elettrici ed elettronici. Penso proprio che il nuovo materiale dei Klimt 1918 sarà influenzato molto da Rarified Version.

L'artwork si sposa a meraviglia con i suoni dell'album. Chi l'ha curato?
Marco: L'ha curato mio fratello Paolo come tutte le elaborazioni legate ai Klimt 1918. L'artwork ha sempre accompagnato la nostra musica cercando di renderla immagine. Anche questa volta è stata pensata per esprimere al meglio il concept dell'album e tutte le suggestioni che ci hanno ispirato in fase di composizione. Una moltitudine di illustrazioni diverse tenute insieme dal colore rosso e dal tema del dopoguerra, della rovina e della ricostruzione. Ma partiamo dalla copertina: nessuna immagine poteva rappresentare meglio l'idea di un immaginario post-bellico. Siamo rimasti impressionati da questo scatto dal primo momento che l'abbiamo visto. La ragazza sui tetti che guarda il cielo, ci ha istantaneamente ricollegato alla convalescenza di quel periodo e al sentimento di speranza che milioni di persone provavano in quel momento. I superstiti dei bombardamenti ripopolavano le strade, la voglia di uscire allo scoperto, bagnarsi al sole dopo i lunghi mesi dell'assedio, mentre il cielo, rosso, porta ancora le tracce di un conflitto appena terminato. Tutta la grafica di "Dopoguerra" prende spunto da queste suggestioni.

Sentite mai nostalgia dei tempi dei primissimi demo? E l'entusiasmo che avevate allora è rimasto lo stesso di oggi?
Marco: Il periodo precedente alla nascita dei Klimt 1918 è stato uno dei momenti più belli e formativi della mia vita. Provo grande emozione a ricordarlo. Però non penso che i miei sentimenti possano essere definiti come nostalgia. Chi è nostalgico in un certo modo rimpiange qualcosa. Io invece sono assolutamente consapevole delle scelte che mi/ci hanno portato fino a qui. Non rimpiango nulla, eccetto forse la giovane età… Dieci anni fa con gli Another Day la nostra (mia e di mio fratello) vita di musicisti era molto più semplice, ma le limitazioni erano tante, la scena era underground, mancavano le etichette, non esistevano posti dove esibirsi. Oggi suonare con i Klimt 1918 significa invece avere la possibilità di esprimersi al meglio registrando in studi professionali, incidendo dischi per un'etichetta degna di questo nome, suonando in festival europei. In fondo l'entusiasmo è come il fuoco: cresce se viene alimentato. E noi negli ultimi anni gli abbiamo dato legna a sufficienza...

Concludete come volete.
Marco:
Grazie per l'opportunità sulla vostra webzine, è stato un piacere rispondere alle vostre domande!!! Naturalmente un saluto a tutti i lettori di Benzoworld.com.