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Gli italianissimi
Klimt 1918 sono il frutto della maturazione di
un panorama musicale rock che per troppo tempo è rimasto schiacciato dalla
troppa melodia e dalla commercialità dei suoni di quello che oggi
chiamiamo rock. Quindi perché non ricominciare
daccapo partendo semplicemente dal presupposto di dover stimolare i
sentimenti dell'ascoltatore invece di impressionarlo con qualche jingle e
qualche accordo ad effetto? Proprio questo è lo scopo del quartetto di
ragazzi che hanno dato vita a "Dopoguerra". Le basi solide da dove
prendono spunto si basano sulla crème del rock 'calmo'
che gli anni '80 ci hanno fatto scoprire: gruppi
come i Police, i Cure, gli U2 e forse anche qualcosa dei più recenti
Anathema si fondono in una commistione di paesaggi dal risultato
indubbiamente fresco e convincente. Strutture abbastanza lineari e melodie
semplici che si lasciano ascoltare come un velo che scorre sulla faccia la
fanno da padrone e rappresentano anche il piatto forte del disco. In
realtà si tratta di un concept album dalle intenzioni profonde quanto la
pittura del poeta che gli fa da monicker: un susseguirsi di disegni
musicali del paesaggio italiano del 1945, con una popolazione sospesa tra
la gioia della guerra finita e la tragedia della distruzione che li
circondava; l'ambiguità della salvezza e della disperazione al tempo
stesso. E allora perché il voto non lievita?
Nonostante le buone premesse, alcune formule vocali e musicali tendono a
ripetersi all'interno dell'album, finendo ogni tanto per dare la
sensazione di déjà-vù
e qualunquismo. In fin dei conti comunque è una piccolezza che si può
trascurare comparata con l'indubbia qualità del prodotto.... Morale della
favola: dategli una ascoltata e non guardate il voto, quello è soggettivo.
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