Dopo essere rimasti favorevolmente stupiti dal loro debutto (decisamente
maturo) abbiamo contattato i Klimt 1918 per scambiare quattro chiacchiere... Ha
risposto alla nostra chiamata Marco Soellner; se siete curiosi andate subito a
leggere le righe sottostanti, ci sono diverse cose interessanti per chi ha
apprezzato il disco!!!
Benvenuti sulle pagine di Heavy-Metal.it, siete pronti per le domande?
Iniziate con il raccontarci un po' la storia della band... Ho letto, tra
l'altro, che in passato suonavate death progressivo, come mai è avvenuta
un'evoluzione così stupefacente nella vostra musica? Direi che ciò che suonate
adesso è davvero lontano da quel tipo di sound...
Marco: I Klimt 1918 si sono formati nell'Ottobre del 1999 quando gli Another
Day, il gruppo in cui suonavo insieme a mio fratello, si sono sciolti. L'idea
era quella di dare vita a un progetto musicale che fondesse le sonorità
avangarde metal anglosassoni e scandinave con quelle rock wave anni '80. Il
risultato dei nostri sforzi è stato "Secession makes post-modern music", il
promo uscito nel 2001 registrato presso gli Outer Sound Studios di Giuseppe
Orlando. Grazie agli ottimi responsi di quest'ultimo siamo entrati in contatto
con la My Kingdom Music di Francesco Palumbo che ci ha offerto un contratto per
la realizzazione di due album. Nel 2002 abbiamo registrato "Undressed Momento",
album che rappresenta il nostro debutto discografico.
Il passaggio dal death progressivo degli Another Day al wave metal dei Klimt
1918 è avvenuto in maniera abbastanza sequenziale. Gli A.D. suonavano musica
molto melodica e orecchiabile, nonostante le scream vocals, le velocità
sostenute e il suono delle chitarre. Durante gli ultimi mesi di vita il gruppo
proponeva già materiale molto simile a quello dei Klimt 1918. L'evoluzione non è
stata per nulla repentina o traumatica come invece si potrebbe pensare...
Avete lavorato molto tempo su "Undressed Momento"? Raccontateci qualcosa di
curioso sulla sua creazione e su come voi vedete il vostro lavoro...
Marco: La cosa più curiosa che mi viene in mente è il periodo di assoluto
stress che io e Alessandro Pace abbiamo passato lavorando sui provini nella sua
casa al mare di Anzio. Puoi immaginarti la scena. All'orizzonte il mare e gli
ombrelloni del litorale laziale con la gente che si diverte, fa il bagno, prende
il sole, noi invece dentro la stanza davanti al computer, con la chitarra in
mano che cerchiamo di trovare l'arrangiamento giusto ai brani dei Klimt 1918.
Alla fine della giornata avevamo il colorito di due impiegati appena usciti
dall'ufficio.
Siamo stati talmente tanto dietro a quei pezzi che finite le registrazioni non
siamo andati a provare per un bel pezzo. Quando lavori molto ad un progetto alla
fine non riesci più ad essere obiettivo; quindi quando mi domandi come vediamo
il nostro album non saprei cosa rispondere.
La vostra musica ha forti richiami agli anni '80... vi sentite legati a quel
decennio?
Marco: Certamente. Io sono cresciuto musicalmente negli anni Ottanta e
certe sonorità con il tempo mi sono entrate nel sangue. Il primo disco che ho
comprato è stato "Songs from the big chair" dei Tears For Fears, un capolavoro
assoluto di wave rock targato 1985. Poi sono venuti Duran Duran, Alison Moyet,
gli Smiths, i Talk Talk con la loro indimenticabile "Such a shame". Ricordo con
piacere anche i Depeche Mode dei quali acquistai "Violator" nel lontano
Aprile
del 1990.
Quali sono le fonti di ispirazione della vostra musica (non solo musicalmente
parlando)? E quali sono i vostri gruppi preferiti, anche se magari non hanno
un'influenza diretta sulla vostra musica?
Marco: Adoro il cinema e penso che sia una delle mie principali fonti di
ispirazione. Amo molto l'avanguardia Dogma 95 fondata da Lars Von Trier,
regista tra l'altro di "Dancer in the dark" e "Breaking the waves". Dogma repelle
qualsiasi elemento superfluo inventato da Hollywood. Quindi niente effetti
speciali, luci artificiali, scenografie. Si concentra solo sugli attori e la
sceneggiatura che ritornano a coprire un ruolo di primaria importanza. E' un
approccio assai interessante che tradotto nel mondo della musica ti ricorda
quanto siano importanti le idee, le emozioni rispetto alla tecnica, le
attitudini, le mode. Mi piace molto anche la fotografia di Laureen Greenfield e
Serguei Tchilicov, che sono riusciti a ritrarre attraverso i loro scatti tutta
l'insofferenza dell'adolescenza americana e russa.
Musicalmente parlando il discorso si complica parecchio perché ognuno nel gruppo
ha le sue preferenze in merito. Personalmente sono un gran fan dei Beatles
(soprattutto quelli di "Rubber Soul", "Revolver", "Sgt Pepper" e "The white album"), dei
Cure e adoro i primi album degli U2. Poi ci sono ovviamente i grandi gruppi avantgarde come Katatonia, Novembre, Opeth, Anathema, che hanno tutti un posto
importante nei miei ascolti.
Riguardo invece quei gruppi che non hanno un'influenza diretta sulla nostra
musica potrei citarti tutta la scena post-rock che gravita intorno alla Kranky
Records: mi riferisco ai grandiosi Godspeed You! Black Emperor, ai Set the Fire
to Flames, agli A silver mt. zion & tra la la band oppure Fly Pan Am, Sofa o
Exhaust. Non disdegno nemmeno il buon vecchio death metal, genere tra l'altro da
cui discendo. Edge of Sanity, Necrophobic, Dismember, Unanimated sono quelli che
preferisco.
Quali sono i temi principali della vostra 'poetica', quelli che più ricorrono
nei vostri testi? E quanto sentite importanti i testi?
Marco: Uno dei temi fondamentali della nostra poetica riguarda
l'adolescenza come momento mitico della vita di ogni individuo. Una sorta di
canto elegiaco che parte dalla descrizione di un ricordo, di un'istantanea fatta
di sapori, immagini e parole. La nostra musica, come i nostri testi devono far
percepire le sensazioni che si provano sfogliando un vecchio diario: carta
ingiallita, notazioni provenienti da un'età persa nel tempo, disegni, poesie
naif scritte a matita, vecchie foto che ci fanno trasalire e ricordare quanto
siamo cambiati.
I testi in generale li riteniamo importanti, ma non fondamentali come invece la
musica. Quest'ultima è l'elemento centrale della nostra poetica. Essa deve
riuscire da sola a costruire una suggestione.
Ho molto apprezzato la sporadica comparsa del cantato in italiano, penso che
si accompagni molto bene alla vostra musica. Che ne pensate? Avete mai pensato
di sviluppare questa componente?
Marco: Non lo so. L'italiano è una strana lingua e fa un certo effetto
usarla per le proprie canzoni. C'è sempre il rischio di scadere nel banale, o
peggio, nel forbito. L'inglese invece ha la capacità di mantenere tutto ad una
certa distanza. Comunque non escludo in futuro di utilizzare ancora il nostro
idioma.
La canzoncina che si sente canticchiata nell'introduzione mi ricorda
qualcosa, ma non riesco a ricordare bene... mi sveli cos'è quel motivetto? E
quale significato ha questa introduzione?
Marco: La canzoncina non so esattamente da chi viene cantata. So solo che
è stata inclusa nella colonna sonora di "Gummo", un film di Harmony Korine, uno
dei più interessanti nuovi registi underground statunitensi.
L'intro è un esperimento nato in studio con l'obiettivo di ricreare un momento
spogliato (undressed momento) senza usare i nostri strumenti. Una ragazza si
sposta in una stanza che dà su una strada, spegne il televisore su cui stanno
trasmettendo un film con una musichetta fastidiosa. Si accende una sigaretta
mentre qualcuno nella sua stanza sospira. Alla fine mormora qualcosa e le prime
note di "Pale Song" riempiono la stanza.
Il significato di questa piccola scena raccontata dai rumori lo lasciamo agli
ascoltatori.
I brani che più ho
apprezzato, almeno inizialmente (perché poi il disco si è 'livellato' e si fa
ascoltare nella su interezza) sono stati "Undressed Momento", "Pale Song" e "We
don't need no music"; ci dite qualcosa su questi pezzi?
Marco: "Undressed Momento" è un brano soffuso, dai toni dolci e distaccati
con un crescendo molto intenso nel finale. E' la descrizione dell'attimo supremo
in cui la verità si schiude e le bocche si cercano senza trovarsi, i movimenti
diventano minimali e il silenzio incombe sulle cose circostanti.
"Pale Song" invece ha una struttura più dinamica e reminescenze wave molto
evidenti. Ha un testo in cui politico e privato si congiungono perfettamente: un
gruppo di palestinesi in presenza dei corpi senza vita dei loro fratelli
invocano Israphel, l'angelo con la lira, che suona melodie di fuoco e incanta
gli uomini capaci solo di pallide melodie.
"We don't need no music" invece è dedicata a tutte quelle persone che amano la
musica come l'amore. Quando finisce questo sentimento le melodie si riflettono
su sé stesse. Desidereresti che tutto fosse silenzioso ma dalla tua bocca escono inavvertitamente armonie della dissoluzione.
Siete soddisfatti del lavoro della My Kingdom Music? Questa etichetta si sta
dimostrando una eccezionale talent-scout che non disdegna di guardare anche
all'interno del nostro paese, penso sia qualcosa di cui essere contenti...
Marco: Sì, sono decisamente d'accordo con te. La My Kingdom Music si sta
muovendo molto bene all'interno dell'underground italiano. Ha dato una grossa
opportunità al nostro gruppo come anche ai Room with a View. Non so quante altre
etichette indipendenti nostrane avrebbero fatto lo stesso.
Francesco Palumbo, il label master, è una persona disponibile e assolutamente
comprensiva. Suona il basso nei grandissimi Lathebra e da buon musicista certe
cose riesce a capirle meglio di altri.
Avete intenzione di intraprendere un tour a breve?
Marco: Tour è una parola grossa per una band underground come la nostra.
Nei prossimi mesi abbiamo in programma un buon numero di concerti in giro per
l'Italia. A partire da Settembre avrete l'occasione di vederci dal vivo.
Tipica domanda che però era un po' che non facevo... Cosa ne pensate di
internet come mezzo di diffusione per la musica? E non mi riferisco solo agli
mp3, ma anche alle webzine, al passaparola degli appassionati, ecc. ecc. ...
Marco: Internet è stato un toccasana per la comunità underground. Le
webzine hanno letteralmente soppiantato le vecchie fanze cartacee, il tape-trading è scomparso in virtù del peer to peer. Insomma, se qualche anno fa era
assai difficile far circolare il nome di un gruppo emergente, oggi la rete
permette un passa parola molto più veloce. Noi lo stiamo constatando in prima
persona: il nostro cd, pur non godendo di una vera e propria campagna
pubblicitaria gode di una vetrina fondamentale costituita da recensioni on line,
articoli, news, topic su diversi forum specializzati. Insomma una copertura
mediatica di tutto rispetto considerando l'ambito underground in cui siamo
inseriti.
Ok, siamo giunti alla fine, ora avete lo spazio per dire tutto quello che
volete e salutare i nostri lettori... ancora grazie per l'intervista e in bocca
al lupo per il futuro!!!
Marco: Vogliamo ringraziare te Sauro e tutti gli amici di Heavy-Metal.it
per lo spazio e la visibilità che ci avete concesso. Un saluto anche ai lettori!
Speriamo di vedervi tutti in concerto...