Gran bel debutto quello dei Klimt 1918, un disco difficilmente catalogabile e
sicuramente interessante. Un disco che tenta di stravolgere i confini tra generi
e le barriere tra scene, creando un piccolo gioiello di post-rock profondamente
invaghito degli anni '80 ma proiettato verso il futuro. Riusciranno i Klimt a
far breccia nell'animo degli ascoltatori per conquistarsi il giusto posto nel
panorama musicale odierno? Di questo e molto altro ancora abbiamo parlato con
loro. Vediamo cosa ci hanno rivelato e cosa si cela dietro ad un disco difficile
ma affascinante come "Undressed Momento".
Innanzitutto complimenti
davvero per l'ottimo lavoro svolto, credo siate consapevoli di aver creato un
bellissimo disco... Questo mi fa venire in mente una domanda magari un po'
cattivella, ma sicuramente fondamentale: quanto c'è di studiato e quanto di
istintivo nella vostra musica, insomma quanto eravate consapevoli di quello che
sarebbe scaturito dal vostro lavoro di composizione?
L'istintività è una cosa molto importante ma quando devi entrare in studio con
soldi e tempo contati, quello che conta veramente è avere le idee ben chiare. La
musica dei Klimt 1918 nasce in maniera naturale, assolutamente non premeditata,
ma gli arrangiamenti sono curati nei particolari e molto poco viene lasciato al
caso. E' una condizione questa comune a molti gruppi underground. Se non c'è
organizzazione, per quanto questo discorso possa sembrare poco artistico, è
difficile lavorare professionalmente.
Klimt 1918 è un chiaro
tributo a Gustav Klimt, famosissimo pittore morto appunto nel 1918. Cosa vi lega
in maniera così forte alle sue opere e perché proprio la scelta della data di
morte dell'artista?
Prendi Giuditta e Oloferne, uno dei quadri più famosi di Klimt. Lo sguardo
di lei è estatico, trasmette dolcezza, passione, coinvolgimento erotico. Lo
spettatore segue il suo corpo macilento. Prima gli occhi chiusi, poi la bocca
appena aperta, infine le lunghe braccia. All'estremità orizzontale la testa
mozzata di Oloferne, tenuta per i capelli come se la protagonista tenesse un
piccolo mazzo di fiori. C'è sublimità in questo equilibrio fallace tra estasi,
colore e verticalità che sfuma nella morte. La musica dei Klimt è questo, è
proporzione apparente, è il bello che sfocia nel segreto male, nella
disperazione esoterica.
Nel 1918 si conclude la prima guerra mondiale, le città di mezza Europa sono
falcidiate dalla febbre gialla. L'Ottocento, secondo molti, ha chiuso i battenti
quell'anno. Ed è una coincidenza significativa che Klimt, uno degli artisti più
rappresentativi della Secessione viennese, l'avanguardia che più di tutte ha
rappresentato la fine del classicismo e l'inizio dell'espressionismo, sia morto
nel 1918, il capodanno del Novecento. Klimt 1918 significa dunque musica
novecentesca, melodie del dopoguerra, tradizione post-moderna, sincera nostalgia
per le cose appena finite e trepidante attesa per quelle che devono ancora
arrivare.
Nella mia
recensione ho parlato delle sensazioni
che il disco mi ha suscitato ma ho 'appositamente' evitato di descrivere a
parole la vostra musica. Credete che sia possibile rinchiudere un lavoro come "Undressed
Momento" dentro la figuratività delle parole?
No, penso sia alquanto difficile, considerando soprattutto la natura ibrida
della nostra proposta musicale. Però le parole, se ben ponderate, possono
incuriosire, riescono a costruire un'aspettativa, una tensione da coronare
magari con l'ascolto dell'album.
Cosa mi dite della 'straniantissima'
voce recitante in "We don't need no music"? Cosa intendete esprimere con un
titolo così forte?
"Ho capito che il passato,
il presente, la dimensione, il divenire, il futuro, l'avvenire, l'essere, il non
essere, l'io, non significano più nulla per me" . Una frase struggente,
desolante, perfettamente in linea con il mood sospeso e disperato del pezzo. La
voce appartiene ad Antonine Artaud, il grande teorico francese autore di opere
visionarie come il "Manifesto del Teatro della Crudeltà" e "Van Gogh o il
suicidato della società". Abbiamo usato stralci
dell'ultima trasmissione radiofonica del 1947 a cui prese parte: una lunga
invettiva contro il mondo occidentale e i suoi simboli intitolata "Per farla
finita col giudizio di Dio". Artaud la registrò poche settimane dopo essere
uscito dal manicomio dove rimase rinchiuso a lungo e dove venne sottoposto a
durissime sedute di elettroshock.
"Noi non abbiamo bisogno di musica" è quello che due amanti arrivati alla fine
della loro storia cercano di ripetersi febbrilmente. Non hanno più bisogno, né
di musica, né di sentimenti ma il desiderio segreto che li lega è indissolubile
e li porterà allo stillicidio. Ad un tratto il testo dice appunto: 'Still need a
music, nobody knows it'.
Avete sperimentato l'uso del
cantato in Italiano; dobbiamo prevedere uno sviluppo per questa direzione oppure
continuerete ad usare l'inglese?
Continueremo ad usare
l'inglese ma se i brani lo richiederanno saremo ben felici di avvalerci ancora
dell'Italiano e, perché no, di altre lingue straniere…
Tra le influenze citate
nella vostra bio troviamo molte band differenti tra loro eppure accomunate dal
tentativo di travalicare i confini tra generi, come vi ponete di fronte alla
necessità di etichettare tutto da parte di label e media (ma anche da parte di
una larga fascia di pubblico)? Non credete che accennare a bands come i Duran
Duran possa pregiudicarvi qualche ascoltatore poco incline all'attitudine 'open minded'?
Le etichette servono ai
discografici per vendere un prodotto. Hanno una valenza prettamente commerciale,
sono un retaggio del passato quando il mondo underground era diviso in sub
culture tutte perfettamente divise, autosufficienti e chiuse. In un epoca di
ibridazione e sincretismo culturali non hanno più senso di esistere. Sta ai
giornalisti e ai ragazzi che comprano il cd non affidarsi troppo a queste
descrizioni massimaliste e sommarie.
Degli ascoltatori meno open minded non ci importa molto. Non siamo alla ricerca
di consensi a tutti i costi. I metal kids più intransigenti hanno tutto il
diritto di ignorarci. Noi continueremo a fare lo stesso nei loro confronti.
La melodia del brano che dà
il titolo all'album mi appare come un chiaro tributo ai Police, una delle bands
che maggiormente hanno lasciato il segno nella storia del rock. Quali credete,
se ne vedete, siano i nomi del 2000 capaci di ottenere un simile impatto anche
sulle generazioni future?
Penso che non esisteranno
più grandi nomi come in passato. E' un discorso legato alla fine del concetto di
aura, già ampiamente argomentato da Benjamin. In altre parole in una società
sempre più post-moderna, dove l'ideale è sostituito dal commerciale e dove il
consumo fomenta mimetismi feroci, c'è bisogno di artisti standardizzati, che
devono far scattare meccanismi di identificazione più che di divismo. Le grandi
star, i grandi album, il total look, sono simboli del passato. Via libera dunque
alle lolite dell'epoca post-industriale che fanno successo non perché valgono ma
perché ricordano a tutte le sedicenni del pianeta che il successo non è poi così
difficile da ottenere se si crede nel giusto ideale di mercato.
Come si identifica un fan
dei Klimt 1918 e qual è l'audience che vi piacerebbe conquistare?
Chissà se esistono fans dei Klimt 1918 in giro. In fondo siamo sempre un gruppo all'esordio… Penso che i
Klimt 1918 siano il gruppo ideale per quel genere di persone che amano la musica
nella sua interezza. L'audience che ci piacerebbe conquistare quindi è
assolutamente trasversale.
"That Girl" ha una linea
vocale che colpisce sin dal primo ascolto, davvero incredibilmente catchy eppure
tutt'altro che leggera... Quanto è importante la scelta di melodie capaci di
lasciare il segno nell'economia dei vostri brani?
Un tempo quando ero
semplicemente un chitarrista le canzoni nascevano da riff di chitarra che
componevo e, successivamente, assemblavo. Poi, una volta diventato anche
cantante ho dovuto mutare completamente il mio approccio. Quando canti pulito e
la struttura dei brani ha un'impronta wave pop basata sulla forma canzone
cominci a ragionare attorno alle linee vocali, ai ritornelli. L'accompagnamento
viene dopo e in ogni caso diventa accessorio. Dopo i primi esperimenti ho capito
che un pezzo funziona solo se le armonie vocali valgono veramente qualcosa. Esse
sono in grado di decretare il successo o il completo fallimento di un album.
Avete già iniziato a
proporre live i brani di "Undressed Momento"? Andrete in tour per promuovere
l'album?
Tour è una parola inesatta
per un gruppo underground come i Klimt 1918. Attualmente stiamo preparando una
serie di date in giro per l'italia a partire dall'autunno.
Progetti futuri? Qualcosa
già in cantiere per il prossimo album?
Abbiamo tre canzoni pronte e
sei in cantiere. Il nuovo materiale è decisamente melodico e post-punk.
Immaginate gli U2 di "The Joshua Tree" che suonano con chitarre macigno scordate in Si
e batteria doppia cassa… Speriamo di poter entrare in studio entro i primi mesi
del 2004.
Grazie per il vostro tempo,
concludete come preferite...
Un saluto a tutti i lettori
e ai collaboratori di HM Portal. Spero di vedervi tutti in concerto a partire da
Settembre.