|
Certe volte scrivere una recensione non è
affatto facile, soprattutto quando un disco si pone come ideale punto di
rottura per barriere e confini e si incentra solo sulla musica, quel
concetto impalpabile e non ascrivibile ai rigidi schematismi propri del
nostro innato bisogno di certezze e chiarezza. Quando ci si trova di
fronte ad un disco come questo, risulta davvero arduo trascrivere quanto
sprigionato dalle note, non tanto perché confuso od indefinito, quanto per
il suo essere multiforme e sfaccettato. I Klimt 1918 sono sicuramente
molto abili nel lasciarsi guidare dalle note anziché volerle dirigere,
incuranti di ciò che è trendy o up-to-date, si concentrano sulle fragili
emozioni in un continuo rincorrersi di luci e colori, chiari e scuri,
immagini ed astrattismi. La musica potrebbe definirsi post, dove post
diventa la cifra per tutto ciò che viene dopo ed in qualche modo snatura e
muta, distrugge e rigenera. Eppure sa anche di passato, ha il calore delle
cose a cui si è affezionati, quel tepore che ci avvolge e ci fa sentire a
casa. Ecco che la dote fondamentale di un disco come questo diviene
proprio il riuscire ad andare oltre senza far dimenticare da dove si
viene, una sorta di gioco allo scomporre e ricomporre le citazioni senza
mai lasciarsi andare al meccanicistico assemblaggio, al tentativo di
riciclaggio. Qui le basi di partenza (diciamo certo rock, certo metal
colto, certo pop?) sono solo spunti su cui costruire quello che sarà dopo,
in una tensione dinamica tanto esaltante quanto pericolosa. Di aspetti
ancora sfumati e da definire ce ne sono anche, ma la sensazione generale è
che questo disco sia già un ottimo punto di partenza per iniziare un
viaggio senza ritorno verso quello che ci aspetta dietro l'angolo, magari
uno dei tanti percorsi o magari soltanto un vicolo cieco. Ma in fondo che
importa, se si viaggia accompagnati da una musica così ammaliante ed
avvolgente.
Musica senza tempo per guardare al futuro!
|