Klimt1918

::: Intervista tratta da Il Mucchio - di Gianni Della Cioppa, Ottobre 2008 ::: 

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Non importa da che parte stiate, è impossibile non innamorarsi dei Klimt1918. Suonano di cuore e di passione, alcuni loro pezzi potrebbero spopolare se trasmessi in radio, ma non sono commerciali, sono malinconici, ma non alla moda, hanno fascino, ma non sono ruffiani. Chi si imbatte sulla loro strada, non cambia mai più direzione. Questa è una di quelle volte che maledico di non avere tre desideri da esaudire, perché il primo lo userei per destinare alla fama mondiale questa band. Per parlare del loro terzo album ''Just in case we'll never meet again” (Prophecy/Audioglobe), abbiamo incontrato il chitarrista/cantante Marco Soellner, che con il fratello Marco (batteria), divide l'intero percorso di questa incantevole band.

Come si arriva ad una risonanza europea partendo da una band che nasce per la passione di alcuni amici? E perché si arriva, lungo il percorso, a modificare la line-up in più occasioni? E' davvero così difficile avere obiettivi comuni?
Marco: Alla 'risonanza europea' ci si arriva a piccoli passi, giorno dopo giorno, mettendo in campo tanta perseveranza. Quello che ha fatto la differenza è stato credere fermamente nelle nostre possibilità. Non abbiamo mai dato per scontato nulla ma, viceversa, ci siamo sempre posti con grande umiltà nei confronti della musica. Inoltre, il fatto che la band sia stata fondata da due fratelli ha conferito un'enorme solidità al nostro progetto. Ci sono stati degli avvicendamenti, è vero. I motivi sono stati diversi e a volte estranei alla musica. Ma  finché Marco e Paolo Soellner continueranno a lavorare insieme i Klimt1918 continueranno ad esistere (oggi il quartetto si completa con Davide Pesola al basso e Francesco Conte alla chitarra, Ndr).

Intorno al vostro nome, c'è un'aurea positiva, di voi parla bene anche chi non apprezza la vostra musica. Cosa pensi che i Klimt1918 possiedano che altre band non hanno?
Marco: Penso che i Klimt1918 diano spazio alle emozioni e tralascino invece quello che ha a che fare con le cosiddette 'religioni dell'appartenenza'. Siamo estranei a qualsiasi scena e la nostra musica è troppo trasversale per essere apprezzata da tutti. Però le suggestioni che creiamo parlano a molti. Le nostre canzoni raccontano cose vere, cose piccole, cose che hanno a che fare con la vita di tutti giorni. Mi piace pensare che i ragazzi che ci ascoltano riescano a notare tutta l'empatia che mettiamo in quello che facciamo.

Quando un mio amico mi ha chiesto di dare una definizione della vostra musica, non ho trovato niente che mi soddisfacesse. Ho azzardato un 'ladri di suggestioni'. Voi avete qualcosa di meglio?
Marco: Beh, la tua definizione l'apprezzo moltissimo. Ci calza a pennello. Trovo assai stimolante che ognuno si sforzi di dire la sua sul nostro modo di fare musica. Però devo essere sincero, per noi  non rappresenta una priorità dare un'etichetta al nostro stile. Qualche anno fa, quando abbiamo stampato le prime magliette ufficiali della band, avevamo inventato la definizione 'Uncomfortable emotional music'. Erano tre parole molto vaghe, però nella loro indefinitezza si adattavano perfettamente al nostro sound sfuggente. La vaghezza è fondamentale quando si cerca di descrivere con le parole quello che dovrebbe essere semplicemente ascoltato.

Con i testi delle vostre canzoni cosa volete mettere in scena: pessimismo, speranza, dolore, malinconia? Te la senti di spendere qualche parola sulla copertina?
Marco: Se fossi brasiliano definirei i testi che scrivo come 'saudade', ovvero malinconici ma nel modo più dolce e felice possibile. La saudade carioca è un sentimento davvero affascinante: significa ricordare il passato, anche quello più amaro e donargli un'aura nostalgica. Così è la vita. Quando gioia e disperazione collidono, quando il dolore e la speranza camminano sulla stessa strada. La copertina, opera di Federico Erra, un giovane ma promettentissimo fotografo toscano, è perfettamente in linea con il mood dell'album. Raffigura due donne che si abbracciano di fronte una finestra. Sono rimasto letteralmente folgorato dalla postura dei due corpi: uno nascosto, l'altro invece in evidenza, impegnato in questo gesto materno e protettivo. Il sentimento che vuole trasmettere l'album è lì, in quegli occhi persi lontano, oltre la finestra: un richiamo al futuro e all'inevitabilità della vita.

Il vostro album ha un sottotitolo fantastico, 'Soundtrack for the cassette generation'. Ma non mi sembrate così anziani, da ricordare o almeno da aver vissuto questo tipo di supporto. Cosa vi ha spinti ad omaggiarlo?
Marco: Io sono nato nel 1976, ho trentadue anni e mi reputo sufficientemente anziano per poter omaggiare le cassette. Ho ricordi bellissimi legati a questo supporto. Quando ero adolescente pochi si potevano permettere un lettore cd portatile così gli album che compravo (sia che si trattasse di cd o di lp) li registravo su cassetta per poterli ascoltare con il walkman. Io non ho mai avuto dimestichezza con i vinili, erano più pratiche le cassette, più trasportabili. Molti album li compravo direttamente in questo formato. Inoltre tutto l'underground girava attorno al tape-trading. Se compravi demo, oppure eri in qualche modo coinvolto nella scena come musicista, non potevi non avere a che fare con le cassette. Omaggiare la musicassetta quindi significa in un certo senso omaggiare quegli anni formidabili durante i quali abbiamo  imparato a scoprire, condividere e amare la musica.

Recentemente i Mogwai hanno detto: ''I musicisti sono tutti in bilico, senza soldi, in attesa che qualcosa possa succedere, anche molti di quelli che crediamo famosi'' Cosa ne pensi e come credi si possa superare l'evidente crisi della discografia?
Marco: Sono perfettamente d'accordo con i Mogwai. E' difficilissimo sopravvivere con la musica. Ci riescono solo in pochi, spesso scendendo a compromessi davvero inquietanti. Io però nella frase di Stuart Braithwaite non leggo frustrazione, né tanto meno disagio. In fondo la musica (quella vera, non il business) ha bisogno di persone molto motivate. Per dirla alla Rocky Balboa, 'persone con lo sguardo della tigre'. La povertà e la precarietà sfiancano i corpi, ma non inaridiscono la creatività. Anzi, a volte la trasformano in una vera e propria urgenza.

Sembrate ben organizzati dal punto di vista del marketing, t-shirt, un MySpace sempre aggiornato, vivo e pulsante. E' davvero solo questa la via per farsi conoscere? Io trovo la cosa disarmante, anche perché è una ragnatela senza fine, dove si resta invischiati in una band spesso casualmente.
Marco: Purtroppo se hai poche possibilità di suonare all'estero e l'etichetta per cui incidi (sempre se ne hai una) è piccola, l'unica carta che ti rimane è il web. MySpace è molto casuale, è vero. Ma in giro ci sono altri programmi che riescono ad esserlo in modo minore, come ad esempio Last FM. In ogni caso, da quando esistono gli Internet Social Network, anche il più amatoriale dei gruppi musicali ha una chance di farsi conoscere. Questo è tanto disarmante quanto fenomenale. 

Come vedi te e la band tra dieci anni e dove pensi possa portarvi la musica?
Marco: Mi vedo 'sempre in bilico, senza soldi, in attesa che qualcosa possa succedere'. Più di questo, credimi, non posso dire.