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Non importa da che parte stiate, è
impossibile non innamorarsi dei Klimt1918. Suonano di cuore e di
passione, alcuni loro pezzi potrebbero spopolare se trasmessi in radio,
ma non sono commerciali, sono malinconici, ma non alla moda, hanno
fascino, ma non sono ruffiani. Chi si imbatte sulla loro strada, non
cambia mai più direzione. Questa è una di quelle volte che maledico di
non avere tre desideri da esaudire, perché il primo lo userei per
destinare alla fama mondiale questa band. Per parlare del loro terzo
album ''Just in case we'll never
meet again” (Prophecy/Audioglobe), abbiamo incontrato il
chitarrista/cantante Marco Soellner, che con il fratello Marco
(batteria), divide l'intero percorso di questa incantevole band.
Come si
arriva ad una risonanza europea partendo da una band che nasce per la
passione di alcuni amici? E perché si arriva, lungo il percorso, a
modificare la line-up in più occasioni? E' davvero così difficile avere
obiettivi comuni?
Marco: Alla
'risonanza europea' ci si arriva a piccoli passi, giorno dopo giorno,
mettendo in campo tanta perseveranza. Quello che ha fatto la differenza
è stato credere fermamente nelle nostre possibilità. Non abbiamo mai
dato per scontato nulla ma, viceversa, ci siamo sempre posti con grande
umiltà nei confronti della musica. Inoltre, il fatto che la band sia
stata fondata da due fratelli ha conferito un'enorme solidità al nostro
progetto. Ci sono stati degli avvicendamenti, è vero. I motivi sono
stati diversi e a volte estranei alla musica. Ma finché Marco e Paolo
Soellner continueranno a lavorare insieme i Klimt1918 continueranno ad
esistere (oggi il quartetto si completa con Davide Pesola al basso e
Francesco Conte alla chitarra, Ndr).
Intorno
al vostro nome, c'è un'aurea positiva, di voi parla bene anche chi non
apprezza la vostra musica. Cosa pensi che i Klimt1918 possiedano che
altre band non hanno?
Marco:
Penso che i Klimt1918 diano spazio alle emozioni e tralascino invece
quello che ha a che fare con le cosiddette 'religioni
dell'appartenenza'. Siamo estranei a qualsiasi scena e la nostra musica
è troppo trasversale per essere apprezzata da tutti. Però le suggestioni
che creiamo parlano a molti. Le nostre canzoni raccontano cose vere,
cose piccole, cose che hanno a che fare con la vita di tutti giorni. Mi
piace pensare che i ragazzi che ci ascoltano riescano a notare tutta
l'empatia che mettiamo in quello che facciamo.
Quando un
mio amico mi ha chiesto di dare una definizione della vostra musica, non
ho trovato niente che mi soddisfacesse. Ho azzardato un 'ladri di
suggestioni'. Voi avete qualcosa di meglio?
Marco: Beh,
la tua definizione l'apprezzo moltissimo. Ci calza a pennello. Trovo
assai stimolante che ognuno si sforzi di dire la sua sul nostro modo di
fare musica. Però devo essere sincero, per noi non rappresenta una
priorità dare un'etichetta al nostro stile. Qualche anno fa, quando
abbiamo stampato le prime magliette ufficiali della band, avevamo
inventato la definizione 'Uncomfortable emotional music'. Erano tre
parole molto vaghe, però nella loro indefinitezza si adattavano
perfettamente al nostro sound sfuggente. La vaghezza è fondamentale
quando si cerca di descrivere con le parole quello che dovrebbe essere
semplicemente ascoltato.
Con i
testi delle vostre canzoni cosa volete mettere in scena: pessimismo,
speranza, dolore, malinconia? Te la senti di spendere qualche parola
sulla copertina?
Marco: Se
fossi brasiliano definirei i testi che scrivo come 'saudade', ovvero
malinconici ma nel modo più dolce e felice possibile. La saudade carioca
è un sentimento davvero affascinante: significa ricordare il passato,
anche quello più amaro e donargli un'aura nostalgica. Così è la vita.
Quando gioia e disperazione collidono, quando il dolore e la speranza
camminano sulla stessa strada. La copertina, opera di Federico Erra, un
giovane ma promettentissimo fotografo toscano, è perfettamente in linea
con il mood dell'album. Raffigura due donne che si abbracciano di fronte
una finestra. Sono rimasto letteralmente folgorato dalla postura dei due
corpi: uno nascosto, l'altro invece in evidenza, impegnato in questo
gesto materno e protettivo. Il sentimento che vuole trasmettere l'album
è lì, in quegli occhi persi lontano, oltre la finestra: un richiamo al
futuro e all'inevitabilità della vita.
Il vostro
album ha un sottotitolo fantastico, 'Soundtrack for the cassette
generation'. Ma non mi sembrate così anziani, da ricordare o almeno da
aver vissuto questo tipo di supporto. Cosa vi ha spinti ad omaggiarlo?
Marco: Io
sono nato nel 1976, ho trentadue anni e mi reputo sufficientemente
anziano per poter omaggiare le cassette. Ho ricordi bellissimi legati a
questo supporto. Quando ero adolescente pochi si potevano permettere un
lettore cd portatile così gli album che compravo (sia che si trattasse
di cd o di lp) li registravo su cassetta per poterli ascoltare con il
walkman. Io non ho mai avuto dimestichezza con i vinili, erano più
pratiche le cassette, più trasportabili. Molti album li compravo
direttamente in questo formato. Inoltre tutto l'underground girava
attorno al tape-trading. Se compravi demo, oppure eri in qualche modo
coinvolto nella scena come musicista, non potevi non avere a che fare
con le cassette. Omaggiare la musicassetta quindi significa in un certo
senso omaggiare quegli anni formidabili durante i quali abbiamo
imparato a scoprire, condividere e amare la musica.
Recentemente i Mogwai hanno detto:
''I musicisti sono tutti in bilico, senza soldi, in attesa che qualcosa
possa succedere, anche molti di quelli che crediamo famosi'' Cosa ne
pensi e come credi si possa superare l'evidente crisi della discografia?
Marco: Sono
perfettamente d'accordo con i Mogwai. E' difficilissimo sopravvivere con
la musica. Ci riescono solo in pochi, spesso scendendo a compromessi
davvero inquietanti. Io però nella frase di Stuart Braithwaite non leggo
frustrazione, né tanto meno disagio. In fondo la musica (quella vera,
non il business) ha bisogno di persone molto motivate. Per dirla alla
Rocky Balboa, 'persone con lo sguardo della tigre'. La povertà e la
precarietà sfiancano i corpi, ma non inaridiscono la creatività. Anzi, a
volte la trasformano in una vera e propria urgenza.
Sembrate
ben organizzati dal punto di vista del marketing, t-shirt, un MySpace
sempre aggiornato, vivo e pulsante. E' davvero solo questa la via per
farsi conoscere? Io trovo la cosa disarmante, anche perché è una
ragnatela senza fine, dove si resta invischiati in una band spesso
casualmente.
Marco:
Purtroppo se hai poche possibilità di suonare all'estero e l'etichetta
per cui incidi (sempre se ne hai una) è piccola, l'unica carta che ti
rimane è il web. MySpace è molto casuale, è vero. Ma in giro ci sono
altri programmi che riescono ad esserlo in modo minore, come ad esempio
Last FM. In ogni caso, da quando esistono gli Internet Social Network,
anche il più amatoriale dei gruppi musicali ha una chance di farsi
conoscere. Questo è tanto disarmante quanto fenomenale.
Come vedi
te e la band tra dieci anni e dove pensi possa portarvi la musica?
Marco: Mi
vedo 'sempre in bilico, senza soldi, in attesa che qualcosa possa
succedere'. Più di questo, credimi, non posso dire. |