Klimt 1918

::: Intervista tratta da Impatto Sonoro - di Stefano Lorefice, 31/05/2006 ::: 


Band che con l'ultimo album "Dopoguerra ha riscosso, a ragione, un notevole successo di pubblico e critica. Grazie anche a composizioni influenzate da Cure, Smiths con delle iniezioni energiche di rock e delle melodie di classe, mai banali, in grado di piacere ai più.

Dunque, Marco, dall'uscita di "Dopoguerra" qual è stato il feedback? Le date dal vivo come stanno andando? Qualche aneddoto?
Marco: I responsi di "Dopoguerra" sono stati molto soddisfacenti. L'album è stato ben recepito anche in ambiti alternative ed indie. La cosa ci ha fatto enormemente piacere perché in un certo senso premia il nostro sforzo di allontanarci dalle sonorità di "Undressed Momento", album ancora troppo influenzato dall'avantgarde metal scandinavo ed anglosassone.
Parte del merito va anche alla Prophecy, la nostra nuova casa discografica, che ha compiuto una promozione molto estesa anche al di fuori della scena metal-gothic. Il nostro lavoro, fornito finalmente di una distribuzione adeguata è arrivato nelle mani di ascoltatori nuovi che hanno apprezzato la nostra proposta ed hanno fatto girare il nostro nome in circuiti più consoni alla direzione stilistica di "Dopoguerra".
Grazie alle buone recensioni ricevute un po' ovunque in Europa abbiamo firmato un contratto con Wings of Destiny una delle più quotate agenzie di booking tedesche la quale ha organizzato la scorsa estate il nostro primo tour europeo.
Le date dal vivo sono state una più indimenticabile dell'altra. All'estero, in Germania soprattutto, la gente vive la musica in maniera molto diversa rispetto a quanto succede in Italia. L'audience è attenta, educata. Se non gli vai a genio non protesta, non fischia. Ascolta, applaude ugualmente. I locali sono attrezzatissimi. Persino la venue più sperduta della Baviera possiede impianti di amplificazione all'avanguardia, mixer nuovi, camerini. Alcuni mettono a disposizione addirittura posti letto.
Di aneddoti da raccontare quindi ce ne sarebbero veramente tanti. La nostra vita on the road è stata molto intensa.
A Luedenscheid, in Germania, ad esempio ci hanno invitato a suonare ad una festa universitaria di fine anno accademico (School's Out Party). Ci siamo esibiti di fronte ad un pubblico di studenti ubriachi che hanno ballato, sudato, bevuto (e vomitato) per tutta la durata del nostro set. Sembrava di essere nel video di "Smell like teen spirits". Mancava solo il canestro alle nostre spalle. A fine concerto, siamo stati fermati da un signore canuto ultrasessantenne che si è definito un nostro grandissimo fan. Era contornato da moglie e figli mentre si faceva firmare il booklet di "Dopoguerra". Ci ha detto che la sua famiglia ascoltava il nostro album tutti i giorni.
Al M'Era Luna Festival di Hildesheim invece, quando siamo arrivati nell'area concerti ci hanno portato nel nostro camerino. Era la prima volta che ne avevamo uno con tanto di targhetta attaccata sulla porta. Alla nostra destra c'era quello dei VNV Nation, davanti quello dei The 69 Eyes. Pochi metri più a destra quello degli Skinny Puppy. Per grandezza e complessità, ogni camerino rispettava una ferrea gerarchia. Il nostro era il 'modello base', senza optional. Quindi pochi metri quadrati, due tavoli, due sedie, uno specchio illuminato, un piccolo cesto di birra, un altro di acqua minerale ed un canestro con una dose razionata di frutta, canditi, cioccolatini.
I gruppi di media importanza come i The 69 Eyes, oltre ad avere a disposizione quello che avevamo noi possedevano due poltrone (simbolo di potere che ricordava da vicino la famosa pianta di fucus fantozziana) e qualche metro quadrato in più. Band in vista come i VNV Nation avevano ancora più poltrone (in pelle umana?) e addirittura un ventilatore. Skinny Puppy e Sisters of Mercy, i gruppi headliners, avevano camerini che sembravano loft: poltrone ovunque, cesti di frutta lunghi un metro, ventilatore e un frigorifero. Il frigorifero nel camerino era un segno distintivo importantissimo. Se ce l'avevi facevi parte dell'elite. Ci siamo divertiti un mondo a notare come il mondo dello show-business alla fine si muova secondo dinamiche molto simili a quelle aziendali.

State già scrivendo pezzi nuovi?
Marco: Sì, siamo a buon punto con la stesura dei brani che andranno a comporre il prossimo album la cui uscita dovrebbe avvenire entro i primi mesi del 2007. Non anticipo nulla sui contenuti. Vogliamo mantenere il giusto livello di suspence fino al giorno della release. L'unica cosa che posso affermare con certezza è che il nostro terzo lavoro prenderà le distanze sia da "Undressed Momento" che da "Dopoguerra".

In fase di composizione come lavorate? Jam-session ad oltranza?
Marco: Le canzoni nascono a casa, durante le mie jam-session solitarie di chitarra acustica. Scrivo i riff e le melodie vocali, poi il tutto viene arrangiato collettivamente durante le prove. Si tratta di un metodo efficace che ci permette di lavorare con velocità. Successivamente ci concentriamo sulla registrazione di provini casalinghi che rappresentano il momento in cui quello che abbiamo provato si trasforma nella canzone definitiva. Spesso molte intuizioni nascono direttamente in studio durante le registrazioni ufficiali. Alcune melodie di chitarra, svariate armonizzazioni sono il frutto di una vera e propria improvvisazione. Alla fine scrivere canzoni è come preparare una torta. Crei l'impasto con ingredienti essenziali, gli dai una forma mettendolo nella teglia e alla fine lo guarnisci con i canditi, lo zucchero a velo, le scaglie di cioccolato, senza rispettare una ricetta fissa.

E per i testi?
Marco: I testi sono la ciliegina sulla torta, la spruzzata di crema sulla sommità. Nascono all'ultimo perché sottostanno alla scansione metrica delle linee vocali, quindi necessitano che il brano abbia già una certa struttura.
Non mi è mai capitato di scrivere una canzone partendo dal testo. Nel mio caso sono le melodie che suggeriscono le parole; non viceversa.

C'è qualche libro letto che ha influenzato i vostri testi?
Marco: All'epoca di "Undressed Momento" rimasi folgorato da "La tana della iena", il romanzo autobiografico di Hassan Itab, il giovanissimo terrorista palestinese che nel 1982, in seguito allo sterminio della sua famiglia presso il campo profughi di Chatila, decise di compiere (senza riuscirci) un attentato kamikaze in un ufficio della British Air situato a Roma.
Ho molto a cuore la questione palestinese e "La tana della iena" mi è sembrato un ottimo punto di partenza per la stesura del testo di "Pale Song", una canzone che tratta appunto del conflitto israelo-palestinese. Per le medesime liriche ho citato anche alcuni frammenti di "Israfel", una delle più belle poesie scritte da Edgar Allan Poe; un' invocazione all'angelo con la cetra che secondo la tradizione coranica annienta i nemici dell'Islam con la sola forza della sua musica.
I testi di "Dopoguerra" sono stati influenzati molto dalla narrativa di Primo Levi. "La tregua" prende spunto proprio dall'omonima opera dello scrittore torinese. Mi hanno aiutato anche le pagine di Luigi Meneghiello e Beppe Fenoglio, oltre alla splendida produzione del collettivo Wu Ming. Asce di Guerra e soprattutto 54 (da cui abbiamo 'rubato' la frase 'Non è dopoguerra, è solo un'altra guerra – it's not postwar, it's just another war') raccontano frammenti indimenticabili dell'Italia post bellica.
Sul prossimo album ci sarà una canzone ispirata a "Catcher in rye" di J.D. Salinger. Adoro questo libro, lo trovo così vicino alla musica dei Klimt 1918. E' un romanzo di attraversamenti notturni, di solitudine, malinconia e speranza. Tutti temi toccati dalle nostre canzoni. Niente riassume gli intenti dei Klimt 1918 più del capitolo in cui Holden Caulfield, dopo le lunghe peregrinazioni newyorkesi torna a casa nel cuore della notte e si siede vicino alla sorellina Phoebe per guardarla dormire.

Qual é stata la band che ti ha fatto venire l'idea di cominciare a suonare?
Marco: Ce ne sono diverse, una per ogni stagione della mia vita. Ho cominciato con gli Iron Maiden alla fine degli anni '80. Mi piaceva lo stile di Adrian Smith e Dave Murray. Mi induceva ad improvvisare di fronte allo specchio lunghe 'sessioni' di air-guitar. La spinta definitiva ad imbracciare lo strumento me l'hanno data i Metallica. Adoravo James Hetfiled e la sua Gibson Explorer. Ai miei occhi di adolescente non c'era nulla di più esteticamente appagante. La geometria irregolare della chitarra, le coreografie disegnate in aria dai suoi capelli lunghi producevano in me violente smanie emulative.

Date dal vivo a breve?
Marco: Durante l'estate parteciperemo ad alcuni festival europei. Nulla comunque di particolarmente impegnativo. Le registrazioni del terzo album sono alle porte. Dobbiamo necessariamente concentrarci su di esse tralasciando l'attività live.

Band emergente della scena italiana che ti senti di segnalare?
Marco: Direi senza dubbio Seven Low Down. Il loro album d'esordio "Room, city, landscape" merita grande attenzione: indie/emo melodico ed ispirato che sento di consigliare a tutti coloro che apprezzano la nostra proposta musicale.