Klimt 1918 "Dopoguerra"

::: Recensione tratta da Kinetic, Maggio 2005 - Top album :::
Genere: Post

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Per ascoltare questo album e poterlo trattenere, serve la speranza che segue una fine. Serve il brivido che riscuote dal torpore, serve aprire le persiane e lasciar filtrare la luce.
Se non si possiede la capacità di snocciolare tra le dita queste ben caratteristiche sensazioni, si rischia di lasciare indietro la maggior parte dei significati che tra queste note risiedono.
C'è un concetto importante che mi sento di premettere. Ho ragionato forse più del dovuto, ma d'altra parte non ho potuto impedirmelo. Quello che ho capito è che è molto difficile immergersi nella speranza se non la si sente del tutto propria. E' molto più difficile lasciarsi trasportare dalle ondate della speranza che non da quelle della nostalgia.
Sta nell'ottica di questa constatazione per me del tutto nuova e abbastanza allarmante che va letto il mio giudizio sul secondo album dei nostri amati Klimt 1918. Ho faticato, perché se di luce non ne hai voglia, questa può essere spietata.
La band romana di Marco Soellner è un mio pezzo di cuore. Non si può fare a meno di accudirlo, un pezzo di cuore. Ad un anno dall'uscita del meraviglioso "Undressed Momento" (due anni, per la precisione :) ; ndMery), l'attesa per "Dopoguerra" ha permeato questo mio frammento di vita e lo ha intriso di mille sapori. Ora che il cd è arrivato nella mia casa e mi ha seguita in tutte le stanze, ho sentito l'attesa farsi realtà, ho giocato con le emozioni. Ho assaporato il momento irripetibile del divenire, del passato che si fa presente, di quel crepuscolo sottile ed inafferrabile ma dalla forza dirompente che è il realizzarsi.
Questo angolo di percezione - questa capriola dell'anima - è esso stesso ambivalente. C'è il dischiudersi di un mondo e nello stesso tempo lo svanire di quello appena precedente. Il conosciuto lascia spazio all'imminente.
"Dopoguerra" continua il discorso intrapreso con "Undressed Momento" e lo fa con grande stile.
Lo fa tuttavia ondeggiando, trattenendosi sempre ad un passo dall'infinito. Lo fa piano piano, quasi intimorito dal poter superare la perfezione. La musica che ci colma i sensi è più facile e più accattivante, perché in essa non c'è il ricordo che riaffiora, c'è il futuro che esplode. I brani sono più immediati e più catalogabili, perché in essi non c'è l'ombra dell'incertezza, ma la lama di luce della vita. I primi U2 e gli Interpol e i The Cure… Sì, è tutto vero, è tutto presente. E' tutto vero ma mi fa stare male anche solo azzardare paragoni. La voce di Marco non conosce categorie in cui infilarsi, perché si spalma su ogni cosa, perché è soffice e tremenda, perché è sempre troppo lontana e mai abbastanza afferrabile. Perché scappa e si lascia sovrastare dalle chitarre… e poi torna, ma torna in quel modo meraviglioso che non so dire.
La guerra ci dà una tregua e il mondo intero guarda il cielo. La libertà sarà presto disillusa, ma ora è qui, ora è vera. E' questo il punto: quanto si tratta di illusione e quanto di realtà? La speranza arriva portata dalle notizie del mondo, e si incanala subito nel flusso di chitarre tanto tanto U2 – troppo U2 - di "They were wed by the sea". Poi scivola nella dimensione incantata, quella dimensione che è da "Undressed Momento" che non ho mai ritrovato in nessun'altra musica: scivola sotto la neve dell'85 e lì perde ogni senso perché il cielo è di nuovo un tutt'uno con le note. E dal suo manto bianco ricompare con "Rachel" e si fa denuncia – ma in questa denuncia dov'è il dolore che mi aspettavo? Prosegue il suo viaggio nella notte e nella notte preme i suoi passi di danza, con la forza e la debolezza di pop-song che pop-song però non saranno mai davvero.
Sale, scende, sale, scende, l'emozione. E' un traballante percorso al di qua e al di là del confine che separa una musica bella da una musica oltre. Il confine è sempre lì, tortuoso ed insidioso, e i Klimt vi stanno addosso, senza allontanarsene mai, nemmeno per un secondo. Ma se "Undressed Momento" era nella sua totalità nel lembo di terra dell'oltre, qui lo si è a tratti. E' l'ultima "Sleepwalk in Rome" che scavalca tutto con una falcata sublime e merita una nicchia tutta sua nel mio scrigno privato. Dopo la bellissima "Lomo" si staglia la passeggiata notturna che sonnambula non farò mai. Si staglia un incrocio di destini, un connubio di sensazioni e di lingue, di sogni e trame invisibili. Il cantato in italiano riempie il cielo di tutti i suoi terribili battiti, e ci lascia stremati, accasciati al suolo per il troppo sentire. Qui l'oltre è impastato con arte. Qui c'è il fulcro di ciò che significano i Klimt 1918. Il fulcro di una musica che non è musica perché è vita. Ed è attorno a questo concetto che ruotano i miei contradditori sentimenti nei confronti di "Dopoguerra". Io non voglio musica da questi artisti. Non voglio musica, voglio vita. L'’esigenza della mia richiesta è spietata e non ammette confini. E' ciò che non si osa richiedere se non al proprio pezzo di cuore.
"Dopoguerra" è un'opera da leggere, come un libro. E' un flusso di colori, come un quadro. E come solo con i Klimt accade, non è del tutto un album, ma un sentimento. Nei punti in cui si fa album, scende. Poi torna sentimento, e allora, splendidamente, risale.
Questo è un disco da avere assolutamente. E' da avere e da affiancare ad "Undressed Momento". E' da avere nell'edizione limitata – con un secondo cd, contenente tracce multimediali, brani inediti (come la splendida "Cry a little", in cui i The Cure rivivono…), pezzi remixati, ed altri in versione acustica.

Un grazie infinito va ad Ares perché un anno fa mi condusse per mano in questo universo parallelo, e da allora non ha mai smesso di percorrere con me i suoi passi.
E un altro grazie va a Marco Soellner, per la sua persona che è voce in un microfono, voce in un telefono, voce disegnata dall'anima su oniriche pagine bianche.

(AliceInHell)

... leggi anche la recensione di "Undressed Momento" tratta da Kinetic qui,
nonché l'intervista di Settembre 2004 qui!