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Per
ascoltare questo album e poterlo trattenere, serve la speranza che segue
una fine. Serve il brivido che riscuote dal torpore, serve aprire le
persiane e lasciar filtrare la luce.
Se non si possiede la capacità di snocciolare tra le dita queste ben
caratteristiche sensazioni, si rischia di lasciare indietro la maggior
parte dei significati che tra queste note risiedono.
C'è un concetto importante che mi sento di premettere. Ho ragionato forse
più del dovuto, ma d'altra parte non ho potuto impedirmelo. Quello che ho
capito è che è molto difficile immergersi nella speranza se non la si
sente del tutto propria. E' molto più difficile lasciarsi trasportare
dalle ondate della speranza che non da quelle della nostalgia.
Sta nell'ottica di questa constatazione per me del tutto nuova e
abbastanza allarmante che va letto il mio giudizio sul secondo album dei
nostri amati Klimt 1918. Ho faticato, perché se di luce non ne hai voglia,
questa può essere spietata.
La band romana di Marco Soellner è un mio pezzo di cuore. Non si può fare
a meno di accudirlo, un pezzo di cuore. Ad un anno dall'uscita del
meraviglioso "Undressed Momento" (due anni, per la precisione :) ;
ndMery), l'attesa per "Dopoguerra" ha permeato
questo mio frammento di vita e lo ha intriso di mille sapori. Ora che il
cd è arrivato nella mia casa e mi ha seguita in tutte le stanze, ho
sentito l'attesa farsi realtà, ho giocato con le emozioni. Ho assaporato
il momento irripetibile del divenire, del passato che si fa presente, di
quel crepuscolo sottile ed inafferrabile ma dalla forza dirompente che è
il realizzarsi.
Questo angolo di percezione - questa capriola dell'anima - è esso stesso
ambivalente. C'è il dischiudersi di un mondo e nello stesso tempo lo
svanire di quello appena precedente. Il conosciuto lascia spazio
all'imminente.
"Dopoguerra" continua il discorso intrapreso con "Undressed Momento" e lo
fa con grande stile.
Lo fa tuttavia ondeggiando, trattenendosi sempre ad un passo
dall'infinito. Lo fa piano piano, quasi intimorito dal poter superare la
perfezione. La musica che ci colma i sensi è più facile e più
accattivante, perché in essa non c'è il ricordo che riaffiora, c'è il
futuro che esplode. I brani sono più immediati e più catalogabili, perché
in essi non c'è l'ombra dell'incertezza, ma la lama di luce della vita. I
primi U2 e gli Interpol e i The Cure… Sì, è tutto vero, è tutto presente.
E' tutto vero ma mi fa stare male anche solo azzardare paragoni. La voce
di Marco non conosce categorie in cui infilarsi, perché si spalma su ogni
cosa, perché è soffice e tremenda, perché è sempre troppo lontana e mai
abbastanza afferrabile. Perché scappa e si lascia sovrastare dalle
chitarre… e poi torna, ma torna in quel modo meraviglioso che non so dire.
La guerra ci dà una tregua e il mondo intero guarda il cielo. La libertà
sarà presto disillusa, ma ora è qui, ora è vera. E' questo il punto:
quanto si tratta di illusione e quanto di realtà? La speranza arriva
portata dalle notizie del mondo, e si incanala subito nel flusso di
chitarre tanto tanto U2 – troppo U2 - di "They were wed by the sea". Poi
scivola nella dimensione incantata, quella dimensione che è da "Undressed
Momento" che non ho mai ritrovato in nessun'altra musica: scivola sotto la
neve dell'85 e lì perde ogni senso perché il cielo è di nuovo un tutt'uno
con le note. E dal suo manto bianco ricompare con "Rachel" e si fa
denuncia – ma in questa denuncia dov'è il dolore che mi aspettavo? Prosegue
il suo viaggio nella notte e nella notte preme i suoi passi di danza, con
la forza e la debolezza di pop-song che pop-song però non saranno mai
davvero.
Sale, scende, sale, scende, l'emozione. E' un traballante percorso al di
qua e al di là del confine che separa una musica bella da una musica
oltre. Il confine è sempre lì, tortuoso ed insidioso, e i Klimt vi stanno
addosso, senza allontanarsene mai, nemmeno per un secondo. Ma se
"Undressed Momento" era nella sua totalità nel lembo di terra dell'oltre,
qui lo si è a tratti. E' l'ultima "Sleepwalk in Rome" che scavalca tutto
con una falcata sublime e merita una nicchia tutta sua nel mio scrigno
privato. Dopo la bellissima "Lomo" si staglia la passeggiata notturna che
sonnambula non farò mai. Si staglia un incrocio di destini, un connubio di
sensazioni e di lingue, di sogni e trame invisibili. Il cantato in
italiano riempie il cielo di tutti i suoi terribili battiti, e ci lascia
stremati, accasciati al suolo per il troppo sentire. Qui l'oltre è
impastato con arte. Qui c'è il fulcro di ciò che significano i Klimt 1918.
Il fulcro di una musica che non è musica perché è vita. Ed è attorno a
questo concetto che ruotano i miei contradditori sentimenti nei confronti
di "Dopoguerra". Io non voglio musica da questi artisti. Non voglio
musica, voglio vita. L'’esigenza della mia richiesta è spietata e non
ammette confini. E' ciò che non si osa richiedere se non al proprio pezzo
di cuore.
"Dopoguerra" è un'opera da leggere, come un libro. E' un flusso di colori,
come un quadro. E come solo con i Klimt accade, non è del tutto un album,
ma un sentimento. Nei punti in cui si fa album, scende. Poi torna
sentimento, e allora, splendidamente, risale.
Questo è un disco da avere assolutamente. E' da avere e da affiancare ad
"Undressed Momento". E' da avere nell'edizione limitata – con un secondo
cd, contenente tracce multimediali, brani inediti (come la splendida "Cry
a little", in cui i The Cure rivivono…), pezzi remixati, ed altri in
versione acustica.
Un grazie infinito va ad Ares perché un anno fa mi condusse per mano in
questo universo parallelo, e da allora non ha mai smesso di percorrere con
me i suoi passi.
E un altro grazie va a Marco Soellner, per la sua persona che è voce in un
microfono, voce in un telefono, voce disegnata dall'anima su oniriche
pagine bianche.
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