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Dopo le grandi promesse del promo "Secession
makes post-modern music", promesse più che mantenute dal disco di
debutto, forse non fa nemmeno notizia che i Klimt 1918 abbiano
composto un album davvero bello. Ma al di là di cosa desti
scalpore e cosa no, resta il fatto che la band romana è ormai
matura e si prepara a fare sfracelli anche all'estero.
I Klimt 1918 si muovono su un filo di lana. Vengono recensiti e
intervistati su siti metal ma tutti li accostano più al pop e alla
dark-wave che a qualche sottocorrente metallica. Quando c'è da
andar giù di riff non si tirano indietro, ma poi Marco Soellner
infila una linea vocale fragile, sincera o maliziosa e il gioco
delle categorie non regge più. Come in parte fanno e hanno fatto i
Katatonia (gruppo che i nostri confessano di apprezzare molto), i
Klimt 1918 si divertono a saltare dentro e fuori dal metal, dentro
e fuori dal rock, dentro e fuori dal dark. Si potrebbe quasi dire
che vomitano su disco tutto quanto passi loro per la testa, ma la
precisione, la pulizia e la costanza qualitativa dei loro album
chiariscono che c'è qualcos'altro, una ispirazione feconda dietro
alle loro canzoni.
C'è poi un'altra questione che va sottolineata. I Klimt 1918 non
sono un gruppo 'importante' e non hanno composto, in tutta onestà,
il disco che stravolgerà le sorti della musica rock nel 2005.
Contrariamente ai nostri criteri, però, sono in priorità lo
stesso. Il motivo sta nel fatto che i Klimt 1918 sono il primo
gruppo nostrano, almeno a mio avviso, che sia riuscito a comporre
un disco di rock 'alternativo' (nell'accezione di ciò che compare
in queste pagine, almeno nella sezione rock/metal) con un così
spiccato gusto italiano. Più dei Novembre dei loro ottimi album, i
Klimt 1918 hanno scritto un diario di viaggio, una colonna sonora
di un Roma-Torino su un vecchio Intercity, che fa venire più di un
brivido durante l'ascolto.
Dicono di ispirarsi a Rossellini e Visconti. Già dall'intro, in
cui vecchi programmi radio ricordano il momento in cui i nostri
genitori e i nostri nonni furono liberati dal regime fascista, si
possono chiudere gli occhi e il viaggio ha inizio. L'accoppiata
iniziale "They were wed by the sea"/"Snow of '85" è subito
avvolgente: i punti chiave sono la voce di Marco Soellner,
migliorata ulteriormente rispetto al precedente album, e il gioco
di melodie dirette e accattivanti dei chitarristi. Immagini di
vecchie spiagge deserte si alternano a cupole di San Pietro e
vecchie Fiat Ritmo ricoperte di neve. I tre pezzi successivi
formano una sezione centrale piuttosto intimista, dove un gusto
per la musica tipicamente mediterraneo si cristallizza nei viaggi
notturni in auto di "Nightdriver" e nelle riflessioni malinconiche
(sentimentali?) di "Rachel" e "Because of you, tonight". La
seconda metà del disco ha già la strada preparata per i botti
della title-track, un viaggio sbarazzino nella storia recente del
nostro paese, seguito immediatamente e degnamente da "La tregua".
Chiudono l'impatto di "Lomo" e i passi di "Sleepwalk in Rome",
nella quale Marco Soellner ci regala un pizzico di (tanto atteso)
cantato in italiano. A quando un album acustico/cantautoriale in
lingua madre? Sono sicuro che sarebbe un successo, visto che
l'Italia è ancora la patria della melodia e i Klimt 1918 hanno
saputo far tesoro di questa tradizione. Speriamo ora che le
vendite rendano merito ai loro sforzi, e speriamo anche di sentire
presto le bonus tracks contenute nel secondo cd dell'edizione
limitata, che non ci è stata recapitata. Li rincontreremo presto
in sede di intervista.
E mi fa piacere aggiungerlo: buona festa della Liberazione a
tutti.
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