Giovedì 5 giugno 2008. I Klimt1918 sbarcano a Milano,
600 km sola andata dalla loro città, Roma, per scoprire in tarda serata
che non sarà possibile per loro suonare. Una rapida ricostruzione dei
fatti porta al seguente scenario: i ragazzi di Azione Universitaria –
l'ala filo-fascista degli studenti del Politecnico – decidono di
organizzare una festa per il proprio candidato alle elezioni del
Senato Accademico. Si affidano ad un'agenzia meneghina, tale Blasted
M.A.S., che tra gli altri decide di invitare i Klimt a suonare da
queste parti. Pioggia, ritardi accumulati nel pomeriggio,
organizzazione da dimenticare ed, evidentemente, contrasti di natura
politica, faranno sì che tutti i gruppi elencati sul manifesto
dell'evento abbiano occasione di suonare, eccetto uno: gli headliners.
Una serata storta è stato un pretesto per discutere con Marco Soellner,
cantante, chitarrista e leader della band, di quanto accaduto e
soprattutto del nuovo disco dei Klimt1918, "Just in case we'll never
meet again", in uscita proprio in questi giorni di inizio estate.
Milano, 5 giugno 2008.
Pioggia a catinelle, ci hanno appena annullato il concerto, per motivi
non ben precisati. L'organizzatore dice che è dovuto al maltempo, ma
attualmente un'altra band sta suonando, quindi la motivazione potrebbe
essere un'altra, visto anche che ci siamo ritrovati senza saperlo a
suonare alla festa di Azione Giovani.
Ma da dove è nata questa proposta di farvi suonare questa sera
davanti al Politecnico di Milano?
E' nata in maniera tranquilla, come tante altre. Nei giorni scorsi
qualcuno ci ha informato che si sarebbe trattato di suonare a questo
evento promosso da Azione Universitaria, cellula di Azione Giovani del
Politecnico. Si tratta in effetti di qualcosa legato alla candidatura
di un loro coscritto al Senato Accademico. Noi abbiamo accettato di
suonare perché ci è stato assicurato che l'organizzazione sarebbe
stata apartitica; una volta arrivati qui abbiamo visto i manifesti che
riportavano il patrocinio esclusivo di Azione Giovani. La pioggia ha
fatto il resto, anche se i cosiddetti gruppi spalla stanno ancora
suonando adesso.
Voi arrivate da un concerto a Tallin (Estonia), tra l'altro.
Sì, un evento estremamente folkloristico, abbiamo suonato con band che
coi Klimt non c'entrano nulla: i Turisas, finlandesi, gruppo viking
metal; i Negura Bunget, black folk dalla Transilvania, più altre band
locali tutte estreme. Siamo stati invitati a questo festival perché
l'organizzatore è un nostro estimatore. Alla fine il fatto di essere
musicalmente fuori contesto non ci ha in alcun modo condizionati, Tallin è una bellissima città, l'abbiamo attraversata di notte col
fenomeno del sole di mezzanotte… e non capita tutti i giorni di
suonare così lontano da casa.
Cominciamo a parlare del vostro nuovo disco, se ho capito bene ci
sarà anche unì'edizione in cassetta.
Sono state stampate delle copie in cassetta, non saprei ancora dirti
quante. E' stata un'iniziativa della Prophecy Records, che ha voluto
andare fino in fondo, rispondere per le rime alla suggestione che
avevamo creato con un titolo come "Soundtrack for the cassette
generation". Per me è stata un'emozione fortissima riceverla a casa
nelle settimane scorse. Sarà sicuramente una vendita legata
all'acquisto del CD, chi vorrà potrà ordinare il disco con la cassetta
allegata.
Vinili invece non ne avete mai fatti.
No, per un motivo molto semplice: il costo di realizzazione del vinile
è quello più alto in assoluto, molto di più rispetto al cd, che ad una
casa discografica costa al massimo un Euro, per una casa molto grossa
arriva a costare pochi centesimi. Al momento la Prophecy non è
intenzionata a stampare vinili, vedremo in futuro. Però l'idea della
cassetta è a suo modo sufficientemente vintage.
Ed inusuale anche, non mi risulta esista un'attenzione simile nei
confronti del nastro magnetico.
Invece non è vero, sull'ultimo numero della rivista Rumore (che ho
successivamente ed inconsciamente comprato in seguito; è tuttavia vero
che i vinili si trovano oggi nei comuni negozi di dischi, mentre le
cassette ad essere fortunati le si recupera ancora nei piccoli
ricettacoli dell'usato, frequentati dai veri appassionati, NdA) c'è un
articolo sul tape-trading e del fenomeno delle compilation su
cassetta. Io vengo da una generazione che è cresciuta con la cassetta,
tra la fine degli anni '80 e 'inizio dei '90 il mercato discografico
era estremamente orientato verso questo supporto, ed io che proprio in
quel periodo ho cominciato ad ascoltare e suonare musica non posso non
ricordarla con affetto.
E questo ci dice che, come in passato, questo disco è
principalmente opera tua.
Questo è un disco che ha un lavoro di gruppo maggiore, i testi li ho
scritti io ma la musica l'abbiamo realizzata insieme. Continuo a
scrivere i pezzi, ma è necessario dare un ruolo che non è più
accessorio a quello che fanno gli altri in sala. Questo disco ha avuto
una ricerca sonora completamente diversa a quella degli altri, che è
anche corrisposta in una certa misura con l'entrata del nuovo
chitarrista Francesco, che ha dato dei contributi fondamentali. Quello
che scrivo io in fase embrionale potrebbe poi diventare qualsiasi
cosa, ed invece l'apporto di quattro persone dà idea, forma e
contenuto a qualcosa che inizialmente non ce l'ha.
Avresti mai immaginato, ai tempi – nemmeno tanto remoti – del
vostro primo album, che sareste arrivati a suonare così?
Te lo dico sinceramente, è stata un'evoluzione continua. Io vado
orgoglioso di essere nato musicalmente con la musica estrema. Ancora
ricordo il mio primo annuncio, lasciato in un negozio di Roma che oggi
non esiste più, si chiamava Disfunzioni Musicali. Volevo mettere in
piedi una band di brutal death metal americano, ispirata a Suffocation,
Incantation, Pyrexia, Morpheus, e quando sono nati gli Another Day…
erano già tuttìaltra cosa, influenzati dalla melodia, dai gruppi
svedesi della scena di Goteborg che si stavano affermando, e quelli
greci tipo Rotting Christ, Septic Flesh di "Mystic places of dawn".
Insomma, tutto quel bellissimo panorama melodico che ci aveva colpito
e che ha segnato uno scarto fondamentale, l'inizio della nostra
evoluzione. Quello che non è mai cambiato è il riferimento a certe
emozioni e suggestioni, che da sempre ci hanno contraddistinto.
Potremmo definirvi 'evocativi' in questo senso?
Potremmo, anche se non ho una definizione esatta per la nostra musica.
Tanto è vero che lo ripeto sempre, siamo un gruppo costantemente fuori
luogo, nellìambiente metal, poiché non lo siamo più, e nella musica
indipendente. Non siamo né carne né pesce e siamo fieri e rilassati
nell'esserlo, nel non avere una volontà di essere a tutti i costi
qualcosa. Suoniamo la musica che ci interessa, qualcosa che cerca
fondamentalmente di provocare emozioni, e questo trascende tutto il
resto.
Cosa possiamo dire allora di una possibile appartenenza della
vostra musica al genere post-rock?
Il post-rock è un genere ben definito, nella sua indefinitezza. E' una
musica cinematica, senza forma canzone, nata con gli Slint nei primi
anni '90, e modificatasi poi con la scena canadese legata
alletichetta Constellation – Godspeed You! Black Emperor, A Silver
Mt. Zion – ed in Texas – Explosions in the sky. Gruppi che hanno un
approccio anti-canzone, scrivono brani da 8-10-15 minuti, usano
strumenti classici alternati a quelli elettrici, non hanno voce, ed
hanno una serie di accorgimenti tecnici che a volte anche noi usiamo.
Ma non potremmo mai definirci tali, loro sono talmente tanto
sperimentali che…
Voi siete forse più da istantanea che da immagini in movimento.
Sì, noi siamo decisamente orientati verso la forma canzone, c'è una
componente pop nel nostro modo di scrivere che è fondamentale. Noi
vogliamo la ripetizione, crediamo nel ritornello, nella strofa, nel
bridge, negli elementi tipici della canzone rock, conditi con degli
accorgimenti provenienti da un sacco di generi. Oltre al post-rock, in
questo album abbiamo scoperto la scena inglese dei primi anni novanta,
cosiddetta 'shoegaze', costellata da gruppi straordinari quali
Slowdive, Catherine Wheel, Svervedriver, House of Love, My Bloody
Valentine, Jesus and Mary Chain, che hanno un suono riverberatissimo,
con un uso eccessivo dei delay, delle splettrate; una band di oggi che
ha ripreso queste cose sono i Dredg. Si tratta di sonorità
praticamente morte a metà degli anni '90, e che stanno oggi
riprendendo piede. Lo shoegaze tra l'altro ha anche un incedere molto
sognante, che sfocia nel cosiddetto 'dream-pop', è dispersivo a volte;
mentre noi vogliamo essere senz'altro più incisivi.
C'è qualche canzone di "Just in case…" che vuoi citare, le più
significative almeno?
Mi piace molto l'intro, "The breathtaking days (Via Lactea)", che condensa
un po' tutto quello che vogliamo dire con la nostra musica: una
partenza sognante ed un finale in crescendo. Ci sono dei testi
registrati al contrario, ed anche sul booklet saranno riportati con le
lettere 'in reverse', per leggerli dovrete andare allo specchio. "The
Graduate" è una canzone a cui sono particolarmente legato, in generale
questo disco è molto autobiografico, ha risentito molto dei fatti
dell'ultimo album. Ogni canzone ha una storia sua, però, oltre a
quelli che ti ho citato, sono affezionato a "Just and interlude in
your life", uno dei brani più tirati del disco.
Anche per te la musica è uno sfogo.
Lo è sempre stato, e per fortuna mi ha permesso di esorcizzare e di
valorizzare al tempo stesso alcune circostanze negative della mia
esistenza. E' stato, e continua ad esserlo, un elemento fondamentale
della mia crescita
Saresti probabilmente impazzito senza musica.
Sicuramente, o se non lo fossi, avrei dipinto magari, sarei andato
sullo skateboard… avrei fotografato…
A questo proposito, spendiamo due parole a proposito del'’immagine
della copertina.
E' opera di un ragazzo molto quotato che ho conosciuto su flickr, un
fotografo eccezionale toscano che si chiama Federico Erra, che presto
curerà delle mostre personali in giro per il mondo. Mi sono
letteralmente innamorato della foto che è finita in copertina, sembra
proprio rappresentare quanto espresso dal titolo del disco.
Una specie di ultimo abbraccio.
Esattamente. Come ho già detto, questo disco è molto personale, e c'è
anche stato un periodo di recente in cui avrei quasi voluto mollare i Klimt, perché non sentivo più la voglia di portare avanti questo
impegno, per una serie di motivi che non sto ora ad elencarti.
Praticamente mi stai dicendo che questo disco avrebbe potuto non
uscire mai.
No, io il disco l'avrei comunque pubblicato, intitolandolo appunto
"Just in case we'll never meet again", proprio in caso non ci fosse
stata un'altra occasione per vedersi. Così non è stato alla fine, però
era così bello e cinematografico… Rumore l'ha definito anche 'letterario',
forse con un po' troppa enfasi. Anche il sottotitolo mi piace molto,
ho sempre desiderato tributare questo momento straordinario del
tape-trading che ho vissuto nella sua interezza quando ancora gli mp3
non c'erano, quando i francobolli venivano spalmati di colla per
poterli riutilizzare.
Anche tu disegnavi i loghi sul cartoncino interno immagino.
Li disegnavo, li rifacevo, li personalizzavo… e poi era proprio bello
il fatto di scrivere ad un gruppo ed inviare l'Irc, ti arrivava a casa
questo pacchetto con i francobolli spalmati di colla, dentro c'era il demo della band che ti interessava, con la richiesta
'please stamps back', per favore reinviami i miei francobolli. Questo è andato del
tutto perduto con la rivoluzione digitale. Io custodisco ancora tutto,
sono ancora antidiluviano e resistente nei confronti di questa
rivoluzione. Credo di non aver mai scaricato un mp3 in vita mia,
piuttosto ascolto in streaming su internet. Per me ha ancora un
fascino del tutto particolare non sapere niente al momento
dell'acquisto, mi fido ancora di una buona recensione. Non sono contro
il p2p, ma per me lo scaricare musica da Internet è molto impersonale,
ha trasformato il consumo della musica in qualcosa di bulimico. Tutti
vogliono ascoltare tutto, per avere una copertura più ampia possibile.
Io ascolto pochissimi gruppi e compro pochissimi dischi ogni anno, non
sono una persona che compra il disco quando esce. Ho imparato ad amare
band fuori tempo massimo. Mi piace uscire a comprare un disco, tornare
a casa e dargli il tempo giusto per apprezzarlo al meglio. E' una sorta
di rito a cui non voglio sottrarmi.
Abbiamo ancora un paio di minuti su nastro – appunto! – e potresti
impiegarli per dirmi qual è stata l'ultima cassetta che hai
acquistato.
L'ultima cassetta che ho comprato… sicuramente qualcosa di estremo… se
non ricordo male, un album dei Gorguts, che si chiamava "Corrosion of
sanity", con la copertina tutta arancione. Era il '92. Poi negli anni
successivi ho cominciato a comprare i cd anche io.
Ma quando mi è arrivata la cassetta del nostro ultimo album, mi sono
reso conto che tutto un mondo era scomparso, tempo fa, proprio a
livello auditivo: mi ero proprio dimenticato di come suona una
cassetta. Ha tutto un altro sapore, tutta un'altra dinamica.