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Sull'evidenza che la scena nostrana non abbia più nulla da invidiare al
resto del mondo, mi sembra non ci sia niente da aggiungere. Dalle ceneri
degli Another Day si materializzano questi Klimt 1918, ensemble
intelligente e dotato, in grado di attualizzare stilemi del passato in
una chiave modernista, splendidamente ispirata.
Trattasi fondamentalmente di rock gotico, irrobustito di un'anima di
metallo mai invadente e forte di un tocco intimista in grado di far
trasalire gli appassionati del genere (e non solo). Gli arabeschi
chitarristici di Cure, Katatonia ed Anathema vengono rielaborati in un
mood sognante, laddove la consapevolezza della perdita delle illusioni
sottomette l'autocompiacimento tragico. La perizia strumentale è
mirabile, la personalità della scrittura (a prescindere da qualunque
influenza) risulta brillante, la produzione limpida ed efficace (il platter
è stato registrato negli Outer Sound Studios di Giuseppe Orlando
e Massimiliano Pagliuso degli ottimi Novembre), la performance canora
lascia segni indelebili sulla pelle di chi si pone all'ascolto: non c'è
una sola nota superflua, le varie tracce scorrono fluidamente,
ineffabilmente, coivolgendo appieno i sensi per poi indurre una sorta di
dipendenza emotiva.
L'impronta melodica, subdolamente rassegnata, di "Parade Of Adolescence"
e "We don't need no music" tende a trasfigurarsi in un impeto epico che
trascende la sfera onirica: i Klimt 1918 giocano con i chiaroscuri,
tagliando trasversalmente le coltri del rimpianto per offrire squarci di
indifesa tenerezza.
In definitiva, un esordio impressionante, una prova di forza che lascia
piacevolmente sorpresi. A prescindere dagli steccati di genere, questa è
la musica che vale davvero la pena di ascoltare nel 2003: uno sguardo
consapevole alle radici, con la mente decisamente rivolta verso il
futuro. Album da non mancare. |