Springtime Fest. - 09/05/2004
Sesto S. Giovanni (Milano), Indian's Saloon
con Node † Klimt 1918 † Edenshade † Gory Blister † Lifend

Live Report tratto da Metalitalia - a cura di Valentina Spanna e Marco Gallarati


Una settimana, forse due... Milano ha brulicato nel bagnato per giorni interminabili. Eppure, inaspettatamente, Domenica è iniziata con i riflessi del sole sulle pozze, tra i miasmi familiari dell'asfalto umido. Un buon auspicio per il primo 'Springtime Festival', organizzato con passione da Metalitalia.com ed Haternal.com, con l'intento di promuovere una serata all'insegna del più valido metal tricolore. Chiamate ad alternarsi sul palco dell'Indian's Saloon di Bresso, cinque band di spessore (i Greyswan, purtroppo, hanno dovuto rinunciare per problemi interni al gruppo stesso). In apertura i milanesi Lifend, alfieri di un suono personale che hanno calzantemente battezzato 'Inner Death Hybrid' e freschi di contratto con la Cruz Del Sur. A seguire, gli storici techno-deathster Gory Blister, con i brani del recente "Art Bleeds" e le ottime prove del nuovo bassista Fredrick e dell'instancabile singer Adry. Poi Edenshade e Klimt 1918: finalmente a Milano gli artefici dei bellissimi "Ceramic Placebo For A Faint Heart" e "Undressed Momento", rivelazioni dell'annata musicale 2003. Headliners i lombardi Node, freschi del nuovo, riuscitissimo, "Das Kapital". I quattro si sono resi protagonisti di uno show che ha dimostrato tutta la loro crescita, il loro entusiasmo e la qualità della loro proposta musicale attuale. La palma di 'mostro' del drumming (una mia perversione) spetta senz'altro a Marco Di Salvia, autore di una prova magistrale che gli ha fruttato, molto sportivamente, le lodi di tutti gli altri batteristi. Faccio i miei personali complimenti a tutte le bands: per la disponibilità, per la simpatia, per le fantastiche doti umane che ho avuto modo di conoscere nel pomeriggio e dopo lo show, e che mi lasceranno un ricordo bellissimo. Purtroppo due nei hanno reso meno perfetta la serata. In primo luogo i problemi riscontrati nell'adattare i suoni, e anche quelli creati dall'acustica del locale; per alcuni meno, per altri maggiormente, hanno reso problematiche esibizioni che avrebbero potuto essere nettamente migliori, visto il valore delle bands partecipanti. Secondariamente (ma nemmeno troppo), la scarsa risposta del pubblico di Milano e dintorni, il quale si affianca tristemente alla tendenza esterofila imperante o preferisce stipare i locali delle cover-bands invece di supportare il talento nazionale. Per un gruppo originale, emergere dalla mediocrità della scena non è più difficile se la gente non lo sostiene anche dal vivo? Perché si preferisce consumare la musica nel chiuso della propria camera? Perché non si rischia, perché non si è più curiosi? Perché i Novembre rimangono in una nicchia pur essendo una delle migliori realtà nazionali? Dopo queste considerazioni, addentriamoci più dettagliatamente nel racconto dello Springtime Festival, un'iniziativa che, a dispetto di tutto, verrà replicata con fiducia in futuro. 

Chiederò alla comunità scientifica di certificare l'esistenza di una grave dipendenza psicologica, la dipendenza da Klimt 1918... io ne soffro, felicemente però, sono una malata che ha raggiunto l'autocoscienza. Potete immaginare quanto fossi contenta di vedere la formazione all'opera sul palco, dopo aver imperdonabilmente mancato la data nella provincia piacentina. Ho avuto trentacinque minuti per rifarmi (sempre troppo pochi), che almeno sono trascorsi restando estranei ai problemi tecnici che hanno sottratto efficacia alle prestazioni di altre bands della serata. Questo ha permesso ai quattro romani di regalarci un'esibizione intensa, non scontentando il gruppo di fans venuti esclusivamente per loro, che hanno cantato in coro quasi tutti i brani della set-list. Immobili sotto le luci, incravattati come gli Ephel Duath, i nostri cominciano con la nostalgia agra di "That Girl", creando immediatamente il giusto feeling. Appaiono tutti in forma; in particolare Paolo ci colpisce, non solo per le doti nel drumming, ma perché non ha la solita espressione concentratissima o sforzata... mentre suona, lui, sorride! La sorpresa più grande è però la voce di Marco, che dal vivo mantiene intatta la sua profondità emozionale, rendendo autentica e vibrante ogni song. Le note si inseguono, "Pale Song", "Parade Of Adolescence", la splendida "We don't need no nusic" (dedicata a tutte le altre bands esibitesi durante la serata) e "If only you could see me now", disperante con le sue parole sospese... 'I don't care if you die, I don't care if you live'... Come abbiano fatto a scegliere i pezzi da suonare resta per me un mistero, "Undressed Momento" è uno dei pochi album che sento di definire alieno da cali, bellissimo, risplendente nella sua calibrata interezza. Dunque, mi auguro in futuro di poter sentire anche la title-track, "Naif Watercolour" e la sorprendente "Stalingrad Theme". Poi, inaspettatamente, i Klimt 1918 ci regalano un nuovo brano, "They were wed by the sea", che apparirà sul nuovo full-length, intitolato "Dopoguerra". Prime impressioni: nel debut veniva privilegiato un mood di dolce malinconia, di lunaticismi adolescenti, di ricordo e di sogno, di emozioni al limite proprio perché stanno finendo; "They were wed by the sea" sembra mostrarci un universo più disperato e forse più disilluso, come se l'adolescenza fosse irrimediabilmente sepolta. Attendiamo fiduciosi di ascoltare gli sviluppi della nuova opera. Chiude lo show la cover di "By this river", ben riuscita, klimtizzata a dovere, con Marco perfettamente a proprio agio nel rendere gli spasmi del maledetto Brian Eno. In conclusione, i Klimt 1918 si sono resi protagonisti di un'esibizione sentita, riuscendo a materializzare sul palco tutto il loro mondo meraviglioso. Meritano assolutamente di essere risentiti, con un tempo possibilmente interminabile a disposizione! Ma, soprattutto, meritano di essere scoperti, vissuti, sostenuti, perché possano incantare ancora. Il talento va tutelato.

Il mio live report sullo 'Springtime Fest.' qui
Il Live Report tratto da Metal Inside.it
e quello scritto da Stefano