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Così
dovrebbe intitolarsi questa recensione, che poi recensione in senso
stretto non è. Perché descrivere il nuovo lavoro dei Klimt1918 è
praticamente impossibile, o almeno lo diventa secondo gli schemi tipici
della descrizione tecnico-specialistica. "Just in case we'll never
meet again", terzo capitolo discografico per la band capitolina dopo i già
ottimi "Undressed Momento" e "Dopoguerra", viaggia su un binario tutto
suo, stabile, etereo, spirituale, sostanziale. Ma è un binario che, giunto
ad certo punto, deve per forza di cose biforcarsi, per lasciare
all'ascoltatore la libera scelta della direzione da seguire nella
prosecuzione del viaggio. Ecco perché, in occasione dell'uscita
dell'album, Loud Vision ha deciso di darne una doppia interpretazione:
oggettiva e soggettiva. La prima mirata ad una quanto più possibile
precisa descrizione del songwriting e del lavoro meramente
tecnico-compositivo, l'altra figlia delle sensazioni e del mood che i
singoli brani suscitano in chi al disco decide di avvicinarsi con spirito
libero da preconcetti e abbandonato al semplice piacere che il flusso
delle sette note può nella sua infinita potenza suggerire.
Buon viaggio… |
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Il suono, le dinamiche, gli
strumenti |
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Un riff
su due semplici accordi clean di chitarra, qualche cenno di delay, la
voce di Marco Soellner sulla prima strofa: con "The breathtaking days
(via lactea)" si entra nell'universo Klimt1918.
Lo spazio si dilata, l'armonia si fa solare e profonda mentre il timer
del display (minuto 1'20") registra il primo di una serie di break che
lungo l'arco dell'intero disco sottolineeranno la rotta
post-wave intrapresa dai Nostri. Il
ritornello è ficcante, ma la successiva "Skygazer" sorprende ancora di
più. La ricerca del gruppo si sposta su strade in cui armonia e melodia
si fondono senza soluzione di continuità in un continuo rincorrersi di
sensazioni che le chitarre di Francesco Conte vanno a cesellare su
posizioni aperte e distorsioni calibrate a puntino per l'appoggio delle
parti vocali. Ma la pietra angolare di "Just in case…" arriva al terzo
episodio, "Ghost of a tape listener". Portante dal punto di vista
tematico per l'intero lavoro, il brano è un piccolo capolavoro di
neo-pop-rock romantico in cui gli
arpeggi delle sei corde diventano strumento essenziale alla forza
significante delle composizioni e la scelta delle linee melodiche vocali
si fa nuova, viscerale, emotivamente dilaniante ed evocativa quando a 30
secondi dalla fine della traccia l'outro chitarristico sul mid-tempo di
Paolo Soellner (fratello di Marco) diviene puro ossigeno per i polmoni
dei musicofili. "The Graduate" viaggia
, solo più seduto su sonorità liquide
con qualche lieve cenno di synth che profuma di armonico artificiale.
Tra darkwave, alternative e
post-rock i quattro di Roma
assestano un altro colpo da mille punti sulle
e "Just in case we'll
never meet again", dove l'impronta è decisamente più diretta e la strofa
assurge a capolavoro stilistico con ben pochi precedenti nella popular
music. Si respira un'autorialità di altissimo livello, un rock che
sfiora Bauhaus, Joy Division, The Cure, U2, certi Katatonia, per non
diventarne mai vittima inerme, mondi galleggianti in cui il revisionismo
diviene una scusa, un banale pretesto per tracciare sentieri sconosciuti
e personalissimi, esempi di gran classe in fase di songwriting e
arrangiamenti. Mai invasivi questi ultimi, quanto piuttosto sobri e
scarni, del tutto funzionali al concept sonoro del disco. Con "Suspense
music" si entra in un mondo 'minore"'' dove i giri di accordi divengono
indispensabili al feeling del brano, "Disco awayness" poggia su
un'alternanza ritmica sincopata e suadente grazie ad un riff originale e
ad un ritornello inedito dal punto di vista melodico, "Atget" fa delle
chitarre (ancora una volta) il motivo trainante ricordando la lezione
imparata ed insegnata su "Dopoguerra" con semplici 'pad' tastieristici
sullo sfondo. "All summer long" e "True love is the oldest fear"
chiudono il lotto, l'una tra divagazioni astrali e viaggi nell'anima in
cui la ricerca strumentale si fa sempre più profonda, l'altra nel solco
della tradizione dark rock con un tacito monito all'ascoltatore:
ricominciare il viaggio per raggiungere la meta battendo strade nuove.
Se con "Undressed Momento" i Klimt si erano presentati al mondo nella
loro puerile freschezza e con "Dopoguerra" avevano sancito la propria
superiorità stilistico-tematica su molti altri colleghi italiani e non,
con "Just in case…" arrivano al turning-point che li incorona musicisti
di caratura finissima e autori di classe indiscussa.
Certo, in alcuni frangenti la 'maniera' è dietro l'angolo, ma... se il
risultato è questo...
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Le corde dell'anima |
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Pensami. Sarò con te. Ora
e sempre.
Guarderemo la stessa porzione di cielo, uno nel sogno dell'altra, liberi,
sopra le ceneri di un mondo al collasso. Vicini anche nella lontananza,
sperando che questa realtà non sia prossima quanto le nostre paure
suggeriscono nei momenti più bui.
Spiriti complementari. Ecco quel che siamo. Rimirati in uno specchio che
nel tacere la bruttura vive del riflesso generato dalla luce. Quella
dell'inconscio, eterna disfida tra amore e psiche. Siamo barlumi di
esistenze votate all'eternità, quali lampi di fuoco nell'immenso fluire
dell'essere.
Ricorda chi sei, ricorda chi siamo. Io imbraccerò una chitarra e tesserò
maglie di note per dare forma ai pensieri. Tu ascolterai, vicina o
lontana.
Comporrò per te ampie armonie, adatterò le linee del suono a melodie forti
come il tempo e grandi come lo spazio. Su schemi eterni si adageranno le
voci, una metrica chiaroscura sagomerà con garbo le parole che non ti ho
detto. Su di lei, e sotto di lei, si muoveranno bassi e beat in sinergia
perpetua. Dilaterò i tempi, tra arpeggi sinuosi ed eco da altri mondi.
Vivrò di pause e ripartenze. Seguirò il ritmo del soffio vitale e
attraverserò gli accenti delle passioni per scandagliare il centro
pulsante delle nostre anime.
Saranno i giorni del respiro ("The breathtaking days (via lactea)") per
scrutare il cielo ("Skygazer") e parlare con gli spettri dell'indipendenza
("Ghost of a tape listener"). Un amore che sembra distante ("The
Graduate"), un intermezzo di passione nelle nostre vite ("Just an
interlude in your life") per godere appieno del nostro scorrere, anche nel
caso non ci incontrassimo mai più ("Just in case we'll never meet again").
Come una melodia sospesa e soffusa ("Suspense Music") lunga quanto
un'estate indimenticabile ("All summer long"), tra le luci di un luogo che
custodirà gelosamente i nostri segreti, le voci inconfessabili di un amore
vero, la più antica delle umane paure ("Truelove is the oldest fear").
Mi ripeterò, probabilmente. Non inventerò nulla di nuovo, ma saprò
comunque essere unico, sincero, reale. E quand'anche dovessi cadere in
autocitazioni, sarai tu, nel ricordo di quanto trascorso, a camminare in
equilibrio su quella linea sottile che da sempre divide la vita dalla
morte.
Just in case we'll never meet again… pensami, sarò con te, ora e sempre. |
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Un prodotto senza punti
deboli, superlativo su tutti gli aspetti e il cui effetto complessivo
supera la semplice somma dei suoi elementi. L'imperativo è goderselo a
ripetizione. |
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(Luca Garrone - Voto: 5/5)
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... leggi anche l'altra 'suggestiva' recensione di
"Just in case we'll never
meet again", l'editoriale
di Massimiliano Monti
sulla mia generazione, 'cresciuta' con le cassette
ed i racconti scritti da Marco Soellner per ogni brano di
"Just in case..." 'per
fermare la musica con le immagini e rovesciare le aspettative con la sorpresa
per qualcosa che fa respirare i polmoni avidi d'emozione', nonché la recensione
di
"Undressed Momento" e di
''Dopoguerra'' tratti
da Loud Vision!
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