Sicuramente sono uno dei gruppi italiani che hanno maggiormente
catalizzato l'attenzione della critica in quest'ultimo periodo. Loro
sono i romani Klimt 1918, freschi del nuovo, ed interessantissimo,
lavoro "Dopoguerra".
Abbiamo deciso di saperne di più, sia sul disco nuovo, sia sulla band, e
per farlo abbiamo contattato i disponibilissimi fratelli Marco e Paolo
Soellner, rispettivamente voce/chitarra e batteria dei Klimt 1918, che
hanno saziato ogni nostra curiosità.
Ecco cosa ci siamo detti.
Ciao Marco, quali sono le emozioni
all'interno della band a seguito dell'uscita della vostra ultima fatica
"Dopoguerra"?
Marco: Siamo tutti sollevati. Dopo quasi tre mesi passati in uno
studio di registrazione non vedevamo l'ora che il cd vedesse la luce.
Ora che è fuori possiamo finalmente permetterci un sospiro di sollievo e
concentrarci sulla promozione.
Dopo l’ottimo
"Undressed
Momento" si è creata attorno al vostro nome una certa aspettativa, avete
sentito un po' di pressione oppure il processo di songwriting è stato
naturale?
Marco: Il processo è stato del tutto naturale. Abbiamo lasciato che
le emozioni fluissero senza impedimenti o forzature. Del resto dopo
l'uscita di "Undressed Momento" avevamo il tempo necessario per lavorare
in assoluta calma in sala prove.
Tornando al vostro monicker, mi spieghi
il significato di Klimt 1918?
Marco: Si tratta di un monicker doppio, formato da due parole ognuna
delle quali veicolanti un preciso significato: Klimt è riferito
ovviamente a Gustav Klimt, il pittore simbolo della Ver Sacrum viennese
che ha incarnato con la sua arte l'epopea borghese di fine secolo; 1918
invece, oltre a rappresentare la data della sua morte è l'anno in cui
finisce la Prima Guerra mondiale e cessa di esistere l'impero asburgico.
Paradossalmente, l'uomo che aveva interpretato lo spirito escludente,
claustrofiliaco dell'Europa di fine Ottocento, muore nell'anno in cui lo
status quo finisce ed inizia, prepotente, la stagione della grande
partecipazione popolare.
Klimt 1918 significa dunque fine e rinascita, cessazione della
continuità ed inizio dell'epoca delle macerie. La nostra musica, di
conseguenza, vive nella rottura, nelle rovine degli stili puri. È ibrida
e frammentaria.
(per l'origine del monicker, potete leggere anche il punto
'The meanings behind the name' che
trovate nella
'Story' del mio sito; ndMery).
Quali sono a tuoi avviso le maggiori
differenze tra il vostro debut album e "Dopoguerra"?
Marco: "Dopoguerra" è un album molto più omogeneo di "Undressed
Momento". Il nostro debut contiene canzoni scritte in momenti diversi,
alcune delle quali addirittura risalenti alla fine degli anni '90. Il
sound è più derivativo, si sentono ancora alcune influenze avantgarde
metal. "Dopoguerra" invece è più Klimt 1918. Rappresenta il successivo
passo verso uno stile che ci appartiene completamente e che risulta
ancora più indecifrabile ed ibrido rispetto al suo predecessore.
Dal punto di vista strumentale ci sono stati dei grossi cambiamenti. Su
"Dopoguerra" abbiamo sperimentato nuove tecniche chitarristiche come
l'e-bow e lo shoegazing, di chiara estrazione indie post-rock. Inoltre
non abbiamo usato il trigger, quindi la batteria ha un suono
completamente acustico e rock. Il missaggio è poco metal, si concentra
sulle chitarre e meno sulla cassa. La voce è in primo piano, secca,
efficace senza effetti. Insomma "Dopoguerra" prende volutamente le
distanze da quanto abbiamo detto su "Undressed Momento".
Di cosa trattano i testi di
"Dopoguerra"?
Marco: L'album è dedicato alla convalescenza. Il sentimento di chi
ha superato il male e ora si trova a fare i conti con la vita, con la
nostalgia di ciò che è stato e che forse non può più essere. Quella che
cerchiamo di descrivere è la condizione essenziale del 'sopravvissuto',
quindi l'argomento può avere appigli storici come semplicemente
esistenziali. In "Snow of '85" non si parla ad esempio di guerra, ma
semplicemente della vita. Una persona rimembra la sua infanzia e ricorda
la nevicata del 1985. Fa i conti con la maturità, è sopravvissuto a sé
stesso, e ciò che lo fa sentire convalescente è la rimembranza. In "Nightdriver"
ho immaginato il solitario viaggio in macchina di un uomo ferito
nell'animo. Non si conosce la sua storia ma si assiste solamente al suo
girovagare notturno per ritrovare la tranquillità necessaria a
sopravvivere.
Ogni brano dunque fornisce una diversa chiave di lettura della stessa
suggestione.
Il disco si apre con l'annuncio della
liberazione d'Italia da parte di Radio Milano liberata, e la release
date dell'album era proprio il 25 Aprile. Questo duro periodo storico è
stato una fonte d'ispirazione per il nuovo disco? Sei un appassionato di
storia?
Marco: Nessun intro meglio della riproduzione dell'annuncio
della fine della Seconda Guerra Mondiale avrebbe potuto descrivere i
sentimenti di commozione, rivalsa, speranza e nostalgia che volevamo
trasmettere attraverso le nostre canzoni. Quando l'abbiamo sentito per
la prima volta ci ha fatto venire i brividi e ci è sembrato subito
l'incipit ideale per "Dopoguerra". Abbiamo aggiunto tracce d'organo che
gli hanno conferito un'atmosfera ancora più sacrale ed epica. Quando
parte "They were wed by the sea" hai la netta sensazione che il disco
sia un'estensione di quelle parole: musica malinconica, ma venata di
profonda speranza capace di evocare il dopoguerra italiano e
trasformarlo in una specie d'epoca dello spirito.
Per rispondere alla tua domanda non mi definisco un appassionato di
storia. Mi piace più che altro il Neorealismo perché, esattamente come
cerca di fare il nostro album, descrive la gemmazione della speranza
dopo la catastrofe bellica. "Roma città aperta", "Sciuscià", "Ladri di
biciclette", "Bellissima", sono tutti film che hanno avuto un ruolo
importantissimo nella stesura di "Dopoguerra".
"Dopoguerra"
è un disco di speranza o di rassegnazione, oppure mischia entrambe
queste sensazioni?
Marco: Sicuramente è un album che unisce questi due differenti
sentimenti. La speranza è sempre tragica, perché rappresenta l'unica
arma con cui ogni individuo affronta la caducità della vita. È
speranzoso l'eroe sofocleo che non si arrende mai ma si rialza dopo
essere stato messo a terra nonostante sappia perfettamente che la sua
vita sarà ancora piena d'ostacoli.
Lo sperare è doloroso perché è un pensiero che può comprendere la
disillusione ed il fallimento. Io lo trovo l'atto umano più dignitoso e
supremo che esista. Per questo ho deciso di affrontarlo in "Dopoguerra".
Penso che il far intervenire la nostra
lingua madre nei vostri pezzi sortisca sempre degli ottimi effetti,
pensiamo alla bellissima "We don't need no music" da "Undressed
momento", ed ora ad una della vostre migliori canzoni mai composte: "Sleepwalk
in Rome". Cosa ne pensi al riguardo?
Marco: Sono d'accordo. L'uso dell'italiano è necessario per creare
atmosfere che non riusciremmo invece a rendere con l'inglese. Spero
solamente che non venga inteso come una forma di nazionalismo, o peggio
ancora di sciovinismo. La nostra vuole essere una scelta esclusivamente
espressiva.
Penso che l'artwork riesca ad ergersi a
manifesto del vostro modo di suonare. Com'è nato?
Paolo: Penso tu abbia ragione. Come ripeto spesso, l'artwork ha
sempre accompagnato la nostra musica cercando di renderla 'immagine'. È
successo per "Undressed Momento", ma ancor di più con "Dopoguerra".
Anche questa volta la grafica è stata pensata per esprimere al meglio il
concept dell'album e tutte le suggestioni che ci hanno ispirato in fase
di composizione. Una moltitudine d'illustrazioni diverse tenute insieme
dal colore rosso e dal tema del dopoguerra, della rovina e della
ricostruzione. Per esempio, nessuna foto poteva rappresentare meglio
l'idea di un immaginario post-bellico, come quella che abbiamo scelto
per la copertina. Siamo rimasti impressionati da questo scatto dal primo
momento che l'abbiamo visto. La ragazza sui tetti che guarda il cielo,
ci ha istantaneamente ricollegato alla convalescenza di quel periodo e
al sentimento di speranza che milioni di persone provavano in quel
momento. I superstiti dei bombardamenti ripopolavano le strade, la
voglia di uscire allo scoperto, bagnarsi al sole dopo i lunghi mesi
dell'assedio, mentre il cielo, rosso, porta ancora le tracce di un
conflitto appena terminato. Tutta la grafica di "Dopoguerra" prende
spunto da queste suggestioni. La grafica va di pari passo alla musica,
la sua varietà ed eterogeneità si manifesta anche nelle scelta delle
illustrazioni e dei colori.
Anche per questo disco avete deciso di
riportare i testi scritti a mano. Da cosa nasce questa scelta?
Marco: Non c'è un motivo particolare. Esteticamente andava incontro
al nostro gusto così abbiamo deciso di riproporlo anche su questo
booklet. Tutto qua.
Sui due dischi dell'edizione in
digipack c'è scritto 'Its not postwar, it's just another war'; mi
spieghi cosa intendete?
Marco: La frase, presa in prestito dalla quarta di copertina di "54"
di Wu Ming, sottolinea la caducità della speranza di cui ti ho parlato
poco fa. Gli animi umani sono portati a non perdersi mai d'animo.
Riescono a ricominciare da capo perché hanno imparato a non considerare
fino in fondo la fallacità della storia e della pace. In realtà non
esiste un dopoguerra, ma solo una tregua prima di un nuovo conflitto.
Da cosa è nata l’idea di allegare un
altro disco al vostro album, contenente due inediti ed altre canzoni
rifatte? Chi è stato il promotore di "Sleepwalk in Rome" re-mix (che a
mio avviso è stato un buon esperimento)?
Marco: L'idea del secondo cd è stata della Prophecy. Si tratta di un
accorgimento molto diffuso in Germania per tentare di arginare la
dilagante crisi di vendite nel mercato discografico.
"Sleepwalk in Rome" remix è stata inclusa per nostro volere. Volevamo
aggiungere un remix al materiale registrato in studio, così abbiamo
contattato i Chaos/Order, nostri amici di vecchia data, e gli abbiamo
proposto di curare una versione EBM di un brano presente sul disco.
Loro erano rimasti piacevolmente colpiti da "Sleepwalk in Rome" e così
hanno lavorato sul quel brano.
Per quanto concerne la fase di
registrazione avete confermato gli Outer Sound Studios. Questo grazie al
feeling che si è venuto a creare con Giuseppe Orlando?
Marco: Indubbiamente. Oltre ad essere un grandissimo professionista
Giuseppe è un amico, una persona cioè con cui ci troviamo umanamente a
nostro agio. Quando sei costretto a rimanere chiuso in studio per quasi
due mesi, necessariamente devi avere a che fare con persone che ti
trasmettono fiducia. Peppe è un assoluto maestro in questo. Infonde
sicurezza, sa sempre quello che è meglio fare ma al tempo stesso è
pronto a mettersi in discussione. Queste doti lo rendono l'ottimo
producer/soundengineer che ha già dimostrato di essere.
Cosa ci puoi invece raccontare dei
lavori di mastering ai Finnvox Studios?
Paolo: Possiamo definirla una collaborazione via internet! Non
siamo andati di persona ai Finnvox Studios, ma abbiamo spedito il master
in Finlandia via posta. Spesso non è necessario essere presenti ad un
mastering, soprattutto se lo fai in uno studio lontano 2000 km da casa
tua. Attraverso la rete abbiamo comunicato con il sound-engineer,
ricevendo continuamente dei provini che scaricavamo da un apposito
server. In questo modo abbiamo facilmente discusso cambiamenti e
aggiustamenti vari, arrivando dopo una manciata di tentativi, alla
versione finale di cui siamo molto soddisfatti. Comunque avevamo la
sicurezza di ottenere un ottimo prodotto sapendo che dall'altra parte
avevamo Mika Jussila, autore di mastering per gruppi metal/rock europei
molto importanti.
Quali sono le vostre maggiori
influenze?
Marco: Attualmente direi Dredg, Explosions in the sky, Mono,
Interpol, Godspeed You! Black Emperor, Beatles e U2. Ma sono sempre in
evoluzione!
Se dovessi selezionare tre songs per
fare capire ad un individuo chi sono i Klimt 1918 quale citeresti?
Marco: Ti dico "They were wed By The Sea", "Lomo" e "Dopoguerra/La
tregua". Sono tre brani che descrivono compiutamente cosa sono i Klimt
1918 oggi sia dal punto di vista strumentale (chitarre shoegazing, uso
di e-bow) che da quello più propriamente contenutistico. Ciò nonostante
mi preme sottolineare che siamo soddisfatti ed affezionati ad ogni
singola nota presente sull'album.
Questo è il primo disco che registrate
sotto Prophecy Productions; siete soddisfatti sino ad ora del loro
operato? Quali sono i motivi che vi hanno indotto ad abbandonare la My
Kingdom Music?
Marco: Siamo molto soddisfatti dell'operato della Prophecy
Productions. Si tratta di una label assai efficiente dove ogni singolo
aspetto del processo produttivo e promozionale viene affrontato con
assoluta professionalità. Anche la My Kingdom Music è una label seria ed
affidabile. Francesco Palumbo ci ha offerto il possibile, affrontando
mille sacrifici. Ciò nonostante firmare con un'etichetta straniera come
la Prophecy ha rappresentato per noi un passo in avanti notevole.
Significava avere una distribuzione più capillare, oltre che una
promozione eccellente ed una possibilità concertistica superiore.
So che ai vostri concerti vendete il CD
in edizione limitata a 16 €, mentre nei negozi (Mariposa Milano) viene
venduto a 23 €. Cosa ne pensate di questo fatto?
Paolo: E' stato solamente un caso. Due settimane fa, in occasione
del concerto di Roma di
presentazione del disco, abbiamo chiesto alla casa discografica di
mandarci delle copie per non farci trovare a mani vuote. Il prezzo da
noi proposto è un prezzo casuale e particolarmente vantaggioso per chi
fosse venuto a vederci. La differenza che sottolinei, riguardano
dinamiche commerciali a noi completamente estranee. Fornendoci
direttamente dalla casa discografica, abbiamo saltato due tappe: la
distribuzione e la vendita nei negozi, che fanno sicuramente lievitare i
prezzi. Sono le leggi del mercato purtroppo, non è colpa nostra.
L'anno scorso ho avuto la possibilità
di vedervi dal vivo allo
Springtime Festival a Bresso. Ho visto dal vostro calendario
concerti che suonerete in Germania, ma non al Nord Italia. Come mai?
Paolo: Semplicemente perché fino ad oggi nessuna agenzia, promoter o
locale che sia, si è fatto avanti per organizzare una serata. Ma non
temere, qualcosa si sta muovendo anche al Nord. Dall'estero invece,
abbiamo avuto e continuiamo ad avere molte richieste. Questa estate
gireremo l'Europa in lungo e largo partecipando a numerosi festival,
passando per la Germania, l'Olanda, Slovenia e Svezia. Non mancheranno
anche delle date in Italia, sono da confermare delle apparizioni ad
alcuni festival nostrani e dei concerti a Milano, Urbino, Prato e
Caserta. Speriamo che la lista si possa allungare presto.
Lascio a voi la chiusura,
ringraziandoti per la disponibilità!
Marco e Paolo: Siamo noi che ringraziato te Leo per l'enorme
disponibilità! Grazie dell'intervista e dello spazio concessoci.
Speriamo di vederci a Milano molto presto! E mi raccomando continuate a
visitare il nostro sito ed il nostro blog! (e anche il mio situccio,
grazie :D, che tanto se un po' de pubblicità non me la faccio io!;
ndMery)