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Vi presentiamo i Klimt 1918, giovane band romana con il loro disco
d'esordio "Undressed Momento", uscito per My Kingdom Music, in questa
intervista del Dott. Cinghiale a Marco, cantante della band.
Ho conosciuto Marco Soellner, cantante e chitarrista dei Klimt 1918, sulle
pagine di un forum di un sito musicale. Scambi di impressioni e battute su
musica, passioni e anche politica. Poi la scoperta che su quei thread scriveva
uno dei membri di questo gruppo romano il cui nome girava già da tempo tra gli
appassionati che pregustavano con alcune anteprime quello che sarebbe poi
diventato "Undressed Momento", opera prima della band uscita per la My Kingdom
Music (etichetta che può annoverare nel proprio rooster anche i Room with a View).
Mentre scoprivo lo stupendo album iniziavo a conoscere meglio anche Marco, sul
forum e con la musica che compone e suona: ho avuto l'impressione di avere a che
fare con una persona che mi sembrava di conoscere da tempo, quasi un amico da
cui la vita, con le sue necessità e le sue impellenze, mi aveva diviso. Adesso
rimane un po' d'invidia, per la musica che propone, per il sogno che è riuscito
a realizzare. E rimane anche un invito a bersi una buona birra, magari dopo un
loro concerto...
Una breve presentazione del progetto Klimt 1918: da dove venite, che musica
proponete, dove andate?
Marco: Prendete la malinconica gioia di vivere di Robert Smith, il suo modo di
alternare sorrisi e lacrime, aggiungete l’immediatezza dei Beatles, il sapore
lieve ma sostanzioso delle loro canzoni, mescolate il tutto con U2, Anathema,
Katatonia , alla fine servite spargendo sopra a velo una bella nevicata di
reminescenze death metal e……. sarete lontanissimi dal sound dei Klimt 1918!!!
Scherzi a parte, la nostra musica è scandita da tante diverse influenze e
attraverso questo approccio post-moderno cerca di raggiungere qualcosa di
personale. Il nostro obiettivo primario comunque resta quello di comporre musica
emotiva capace di incarnare il sentimento che amiamo di più: la nostalgia. La
memoria di un uomo è di per sé post-moderna, è costruita da tante voci, tanti
richiami, moltissime stratificazioni. "Undressed Momento", il nostro esordio
discografico, è quindi un album di immagini provenienti dal passato e dal
presente. Immagini diverse anche sul piano stilistico, visto che nel nostro
sound convivono e si sommano wave, dark, indie rock e death metal.
Perché Klimt e perché l'accostamento con quell'anno così significativo per la
storia dell'umanità?
Marco: Klimt 1918 è il nostro personale tributo al Novecento, il secolo breve decantato
da Hobsbavn, iniziato appunto subito dopo la fine della prima guerra mondiale e
finito nel 1989. Per una strana coincidenza nello stesso anno muore Gustav Klimt
che dell’Ottocento e del Finis Austriae era stato un famoso interprete. Con lui
muore l’era Absburgica, la grande epoca borghese. Pochi mesi prima è scoppiata
la Rivoluzione in Unione Sovietica. Il mondo nel 1918 si ritrova spaesato,
sprofondato nelle sue stesse macerie. La febbre spagnola fa milioni di morti. E’
un'Europa macilenta, affamata ma piena di speranza. C'è qualcosa di molto
romantico e ideale in quel momento storico. Una grazia proveniente dalla
sofferenza che ancora non conosce la barbaria nazi-fascista, il trionfo
dell’americanismo, la successiva pace ipocrita dei vincitori. Tutte ferite che
sanguineranno molto più tardi.
Come nasce una canzone dei Klimt1918?
Marco: In modo assai semplice. Prendo la mia dodici corde e mi metto a strimpellare sul
divano di casa tra una pausa di studio e l’altra. Se quello che esce fuori mi
emoziona, cerco di trasformarlo in una canzone vera e propria procedendo passo
dopo passo con un breve arrangiamento. Rispetto a qualche anno fa, oggi dò molta
più importanza alle melodie vocali quindi di solito, quando provo qualche riff,
cerco subito di cantarci sopra.
Pur essendo il principale compositore della musica della band, in che modo
gli altri componenti del gruppo contribuiscono alla stesura dei pezzi dei Klimt
1918?
Marco: Gli altri partecipano quando arriva il momento di arrangiare i brani in sala
prove. Ognuno ci mette del suo: mio fratello e Davide cercano di trovare una
base ritmica che funzioni, mentre Alessandro si occupa di trovare melodie ed
armonizzazioni chitarristiche. E’ un vero e proprio lavoro di equipe che di
solito sconvolge quello che compongo da solo.
Sul prossimo disco comunque i brani non saranno scritti tutti da me. Stiamo
lavorando anche a del materiale composto da Alessandro in cui mi limiterò a
scrivere testi e a trovare le linee vocali.
Cosa fai oltre a suonare? Riesci a conciliare questi impegni con la tua
carriera da musicista?
Marco: Mi sto per laureare in Scienze della Comunicazione qui a Roma. Attualmente sono
impegnatissimo con la tesi. Inoltre sono pubblicista e lavoro come redattore
presso un settimanale di informazione cinematografica molto diffuso nella
capitale. Non essendo, quella del musicista, una vera e propria carriera, il
tempo per fare tutto lo trovo abbastanza facilmente. Certo mi piacerebbe vivere
di sola musica, ma l’underground, come è noto, non da da mangiare a nessuno.
Arrivato a 27 anni sono quindi obbligato a pensare al mio futuro e alla
proverbiale pagnotta che dovrò portare a casa…
Cosa ti dà la musica che suoni?
Marco: Suono per ritrovare me stesso, per ascoltare la mia vita e assaporarla sulla
tastiera della mia chitarra. E’ pura tattilità: schiaccio le corde e penso ai
miei ricordi. Li doto di una colonna sonora mentre, come in fiume inarrestabile,
mi passano di fronte agli occhi. Quando riesco a controllare l’elegia attraverso
una sequenza di note, mi capita di vibrare con la mia Gibson. Divento parte
della cassa di risonanza, mi armonizzo fino allo sfinimento. Un momento estatico
questo che di solito dura molto poco, ma che provoca un’immancabile dipendenza.
Una volta che hai scritto una canzone, con molta probabilità dovrai farlo per il
resto della tua vita. Diventa una questione di pura sopravvivenza.
Alcuni pezzi del disco vengono introdotti da brani di "Pour en finir avec le
judgement de Dieu" di Antonin Artaud. Perché la scelta è caduta su questo autore
e, se vuoi, prova ad invogliare i nostri lettori a leggere lui ed altri autori.
Marco:
[...] Poiché Gesù Cristo è il nome osceno della bambola empia, del vampiro
animato,
che le labbra sifilitiche della vulva esperta delle cose
formano automaticamente ogni mille anni [...]
Mi sono avvicinato ad Artaud leggendo per caso alcune sue poesie ed invettive
risalenti all’ultimo periodo della sua vita, quello compreso tra il 1938 e il
1946, in cui rimase rinchiuso nell’ospedale psichiatrico di Quatre –Mares dove
venne sottoposto a terribili sedute di elettroshock. Li maturò la sua
identificazione con Cristo, di cui credeva di essere la reincarnazione ( “Sono
stato arrestato, imprigionato, internato, avvelenato dal Settembre del 1937 al
Maggio 1946 per le stesse ragioni per le quali sono stato arrestato flagellato,
crocifisso e gettato in un letamaio a Gerusalemme poco più di duemila anni fa”,
amava ripetere). Artaud però fondamentalmente odiava se stesso. Era ossessionato
dal suo corpo e dalla sua persona, così finì per odiare anche Gesù Cristo, “la
checca eucasterica generata dallo sperma adulterato di Dio”.
Impossibile rimanere immuni alla forza espressiva di questo artista della
dannazione. Mi sono letteralmente perso nella sua poetica rivoltosa ed
iconoclasta. Quando abbiamo registrato "Undressed Momento", ho voluto omaggiarlo
inserendo alcuni stralci di “Pour en finir avec le judgement de Dieu”: il lungo
delirio di un uomo che ha vissuto, sperimentato, deglutito il dolore dandogli
alla fine una forma. “Ho capito che il passato, il presente, la dimensione, il
divenire, il futuro, l’avvenire, l’essere, il non essere, l’io, il non io, non
significano più nulla per me”. Nell’insanità Artaud aveva trovato la verità, il
sentimento che spoglia i momenti rendendoli indimenticabili. Non avremmo potuto
usare nulla di più appropriato.
Altri interessi oltre la musica?
Marco:
Adoro il cinema, spero di farlo diventare più di un interesse in futuro. Se
le telecamere digitali non costassero così tanto probabilmente mi sarei già
iscritto a qualche stage di regia. Il mio interesse verte soprattutto sulle
forme brevi come il videoclip. Non nascondo che uno dei miei pallini, fin da
quando ero molto giovane, è quello di interpretare con le immagini quello che
compongo musicalmente. Amo la fotografia, un linguaggio espressivo visuale che
invece ho avuto modo di esplorare in lungo e in largo in questi ultimi anni. In camera mia ho addirittura attrezzato una piccola camera oscura con cui
sviluppo e stampo quello che voglio. Infine mi interessano molto la scrittura e
il giornalismo, che già da qualche anno mi impegnano su diversi fronti: primo
fra tutti quello della critica cinematografica.
Vale la pena suonare in Italia? Tra Siae e Enpals e amenità varie ci vuole
molto coraggio, pazienza e palle quadrate per andare avanti: voi come fate?
Marco: Guarda siamo giusto reduci da un’esperienza molto negativa che riguarda la Siae.
"Naif Watercolour" originariamente doveva concludersi con alcune strofe di "While
my guitar gently weeps" dei Beatles, ma i soliti problemi legati a copyright e
diritti d’autore ci hanno imposto di tornare in studio ad un mese dall’uscita
ufficiale del cd, ri-registrare la linea vocale e ovviamente cancellare quella
incriminata. Questo perché in Italia non è permesso inserire una citazione di un
altro gruppo in una propria canzone. Si può registrare una cover ma le citazioni
di pochi secondi sono vietate… Assurdo!
Le palle quadrate ce le devono avere le persone come Francesco Palumbo della My
Kingdom Music, che ogni giorno devono avere a che fare con questo genere di
problemi.
Gruppi italiani ed esteri recenti che vale la pena ascoltare?
Marco:
In Italia mi vengono in mente gli Edenshade, autori di un album fantastico a
metà strada tra Dark Tranquillity, Death e Pain of Salvation, gli Ephel Duath e
infine i nostri compagni di etichetta Room with a View che hanno registrato un
cd interessantissimo e si preparano ad incidere canzoni ancora più personali.
All’estero invece c’è l’imbarazzo della scelta. Ultimamente sto divorando
l’ultimo album dei Manes, che lasciato da parte il black, si sono avventurati in
un cyber wave metal davvero emozionale. Sto ascoltando moltissimo anche 27:36
dei Gregor Samsa, un gruppo a metà strada tra Mogwai e Sigur Ros e "Whose tell
the truth shall die" degli americani Explosions in the sky, post-rock
contaminato da emo-core.
Per vie traverse ho saputo che nel Luglio 2001 eri a Genova: come ti ha
cambiato quell'esperienza?
Marco: Genova ha cambiato per sempre la mia vita. Un capitolo delle nostre esistenze di
giovani disobbedienti, pieni di curiosità ed entusiasmo si è concluso per le
strade di quella città, il 20 Luglio del 2001. A distanza di due anni,
considerando quanto miseramente sia svanita nel nulla l’eco di quei fatti,
difficilmente riesco a immaginare qualcosa di più bruciante.
Fa male ancora il ricordo di quel pomeriggio torrido d’estate, il rumore
incessante degli elicotteri che pattugliavano le strade, l’odore acre di cose
lontane che ardevano. I tafferugli vissuti in prima persona perdono l’alone
romantico che acquistano in televisione. E’ stata una guerra, c’è stata violenza
e un ragazzo della nostra età è morto. Da quell’inferno sono tornato a casa con
le mani e la bocca che mi prudevano: la voglia disperata di raccontare la mia
esperienza attraverso una canzone. E’ così che è nata "If only you could see me
now".
Politica (quella vera) e musica estrema possono andare d'accordo?
Marco: Dipende da cosa significa musica estrema. L’estremismo metal è proverbialmente
qualunquista e apolitico. Quando si interessa di temi politici lo fa da
un’ottica estetico romantica. Non coinvolgimento nei problemi reali dunque ma
fascinazione per i simboli, le figure storiche, le ideologie totalitarie.
L’estremismo hardcore, come quello della new school straight edge per esempio è
molto più vivace. Non si ferma all’esteriorità ma si prodiga invece in
connivenze più strette ed è molto più partecipativo.
Anche il post-rock a suo modo può essere estremo: gruppi come Godspeed You!
Black Emperor, A Silver Mount Zion rappresentano la frangia più sperimentale e
border line del movimento indie e hanno idee politiche ben definite che non
mancano di sottolineare nelle loro composizioni.
Poi ovviamente esistono dei casi specifici che contraddicono queste
considerazioni sommarie. Prendi i Napalm Death per esempio. Vanno in tour con
band death e black metal: dividono il palco e si mischiano con musicisti
reazionari, eppure continuano ad essere il gruppo antagonista di una volta.
Un paese dove vorresti andare a vivere?
Marco: La Francia, senza ombra di dubbio. E’ un paese che ha molti punti di contatto
con l’Italia: la cultura, la religione, la lingua neolatina. Allo stesso tempo
si tratta di una nazione dalla grande tradizione libertaria che investe molto
nella crescita collettiva dei cittadini e promuove il miglioramento artistico e
soprattutto architettonico delle sue città. Parigi è l’esempio tangibile di
tutto questo. E' una megalopoli di otto milioni di abitanti, scossa molto spesso
da grosse contraddizioni, ma è anche un enorme laboratorio a cielo aperto che
offre sempre delle sorprese. Pensa al Centre Pompidou, costruito da Renzo Piano
in pieno centro storico. Un’opera architettonica fantastica che è sinonimo di
coraggio, innovazione, perseveranza. Roma in confronto è una città morta e
sepolta. Gli unici interventi urbanistici degni di nota risalgono al Fascismo:
allucinanti casermoni razionalisti costruiti sventrando interi quartieri
medioevali.
Progetti futuri ed ultime righe di saluto a chi leggerà questa tua
intervista.
Marco: Verso la fine di Settembre ci muoveremo in giro per l’Italia per suonare dal
vivo. Poi, durante la primavera del 2004 ci concentreremo sul successore di "Undressed
Momento". Abbiamo tre canzoni pronte e molto materiale che aspetta solo di
essere arrangiato.
Concludo ringraziando te Dario dell’interessante intervista e tutte le persone
che in questi ultimi anni ci hanno supportato. Spero un giorno di incontrarle
tutte…
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