A mio avviso malinconia e speranza sono gli aspetti
emotivi che meglio caratterizzano la vostra proposta. L'intreccio
tra questi due stati d'animo può essere una possibile chiave di
lettura delle vostre composizioni?
Marco: Certamente, l'abbiamo
ribadito anche noi più volte in passato, quindi non possiamo certo
negarlo adesso. Questi due sentimenti sono alla base del nostro modo
di fare musica. A noi piace sempre definire la nostra come
'saudade music', saudade è un termine preso in prestito dalla
tradizione brasiliana, e significa 'dolce malinconia', cioè una
nostalgia per il passato che però ha la caratteristica che il
crogiolarsi in essa è dolce.
Nei vostri dischi c'è sempre stata qualche canzone in cui
si dà forma musicale alla vostra città, e mi sembra che da parte
vostra si voglia cercare di sfatare quei luoghi comuni presenti in
Italia che riguardano Roma.
Marco:
In giro in effetti ci sono
un sacco di luoghi comuni su Roma, sia in Italia che all'estero, e
questi sono senz'altro lontani dalla realtà. Noi parliamo della Roma
che conosciamo, quella di tutti i giorni e che dosa in parti uguali
volgarità e bellezza. Roma è sempre stata un luogo di grandi
contraddizioni e secondo me le realtà non solo musicali ma in
generale di espressione umana sono facilitate quando sono inserite in un contesto
del genere. Le contraddizioni di Roma per me stanno nel fatto che è
una città bellissima, un fondale straordinario per viverci, però
questa sua bellezza è vissuta davvero da poche persone, e in questo
è una città molto esclusiva. La mia Roma è quella della periferia,
che è uguale a quella di tute le atre città, e noi parliamo di
questa Roma, non di quella imperiale o felliniana, romantica e
dolce. Per come ne parliamo noi, Roma potrebbe essere un qualsiasi
altro posto sulla faccia della Terra, se fossimo nati a Detroit
avremmo parlato di Detroit, e così se fossimo nati a Stoccolma, o in
ogni altro posto. Noi a Roma non viviamo la città ritratta nelle
cartoline e di cui tutti notano gli aspetti più belli, ma ne viviamo
un'altra, lontana dal centro con le sue difficoltà e le sue
solitudini.
Parliamo della scelta di far uscire il disco anche in
musicassetta. Ci sembra una scelta che manifesta una certa nostalgia
per come si fruiva della musica un bel po' di anni fa.
Marco:
La
musicassetta è un esempio tangibile dell'epoca analogica, prima
dell'avvento del peer to peer, della conversione digitale in mp3 e
del file sharing, e ci sono due motivi ben precisi per cui ci
riguarda. Il primo effettivamente è un motivo nostalgico, perché noi
proveniamo da una formazione musicale e da una crescita basata su
questo tipo di supporto. Sicuramente se io parlassi di
'tape-trading' a chi è nato negli anni Ottanta non capirebbe nemmeno
di cosa sto parlando, ma l'underground che abbiamo iniziato a
frequentare all'inizio degli anni Novanta si basava completamente
sullo scambio di cassette. Il secondo motivo è una critica a questo
mondo digitale, che ha trasformato la fruizione della musica in
qualcosa di bulimico: oggi tutti scaricano tutto, e io non sono
contro il downloading, visto che per me esso rappresenta un
livellamento democratico per quanto riguarda la possibilità per i
gruppi di farsi conoscere al pubblico. Quello che a me non
piace è proprio la fruizione della musica, perché la gente
scarica tanto, ma ascolta poco. Quando c'erano le cassette, o anche
i cd, che spesso venivano comunque trasferiti su cassetta per
ascoltarli nel walkman, non era pensabile ascoltare una sola canzone
del disco, ma ogni volta si ascoltava tutto, e se si era preparati
su una canzone lo si era su tutto un disco in realtà, e i dischi
duravano mesi dentro al walkman. Oggi si scaricano 4-5 cd in una
stessa giornata, per cui non si ha il tempo di ascoltare tutto, e
così spesso si finisce ad ascoltare una sola canzone e poi ad
abbandonare il disco, perché non soddisfa o per altre circostanze, e
l'epoca analogica non permetteva questo. Io tuttora difficilmente
scarico musica da Internet, perché semplicemente non riesco ad avere
questi tempi di fruizione della musica.
Non sai quanto sia d'accordo, avendo vissuto lo stesso
tipo di cambiamento. C'è anche da dire che una volta si riusciva ad
ascoltare tutto anche perché c'erano molte meno pubblicazioni
rispetto ad oggi. Oggi quasi ti tocca non ascoltare tuto in modo
approfondito e far passare qualcosa nel lettore mentre sei
distratto.
Marco:
Io infatti questa cosa l'ho messa in conto,
ma in realtà non è scritto da nessuna parte che si debbano ascoltre
tanti dischi, e questo fraintendimento è stato dato proprio dal
potere dell'mp3 e di questi sistemi di fruizione degli mp3 stessi.
Io un tempo compravo ed ascoltavo molta meno roba, ma non vivevo
certo peggio. Oggi, quanto più è possibile accedere al mondo della
musica, tanto più si abbassa il livello qualitativo dei gruppi e
tanto più aumenta il materiale disponibile. Io, da parte mia, mi comporto come se
invece di essere nel 2008 fossi nel 1998.
Cioè fai un discorso del tipo
'quello che riesco ad
ascoltare bene, quello che non riesco fa
niente'.
Marco: Esattamente. Io ancora mi compro le riviste e
mi fido di chi scrive una recensione e mi piace uscire di casa per
andare a comprare un disco senza sapere cosa mi aspetta, e avere
questa suspance interiore. Invece oggi c'è l'ansia di scaricare un
disco prima ancora che esca, e non si capisce in realtà il
perché.
''Dopoguerra'' ha rappresentato una svolta piuttosto forte
rispetto al disco di debutto. Quanto ha contato l'importanza di
questa svolta nella realizzazione del disco nuovo?
Marco:
Noi
in realtà siamo arrivati al momento di comporre e realizzare questo
disco in modo completamente rilassato, così com'era avvenuto per
''Dopoguerra'', e non abbiamo mai deciso niente a tavolino, ma
semplicemente scriviamo musica e quello che scriviamo ci rispecchia
come persone, quindi rispecchia anche i cambiamenti che abbiamo
avuto a livello personale, nonché come ascoltatori musicali. Un
disco, prima che essere fatto da influenze musicali e da stili, è
fatto di suggestioni personali, e quello che sei tu diventa la tua
musica. Io ho sempre visto con un po' di sospetto chi dà valore al
cambiamento come un processo che debba essere deciso, il nostro
approccio è molto più semplice, ci facciamo influenzare da quello che
ci piace e basta. Quindi, per questo disco, il fatto di aver prima
realizzato ''Dopoguerra'' non ha avuto alcuna importanza, l'avremmo
fatto comunque così, con o senza ''Dopoguerra''. Penso che il nostro
percorso musicale sia molto fluido e secondo il mio modo di vedere
c'è comunque una certa continuità tra i nostri tre dischi a
livello di intenzioni e di suggestioni, non parlo di musica o di
stili musicali, ma di ciò che vogliamo esprimere e delle sensazioni
che vogliamo dare all'ascoltatore, cioè quelle di cui abbiamo
parlato all'inizio. Questo rimane il nostro punto cardine nel fare
musica, poi le modalità cambiano e hanno stili diversi, ma ciò che
ci interessa è mantenere dentro questa coerenza nei confronti delle
emozioni.
Il titolo del disco può rappresentare qualcosa che lega
tutti i testi delle vostre canzoni?
Marco:
Il titolo del disco
è legato al fatto che c'è stato un periodo difficile qualche anno fa
in cui avevo pensato di mollare questo gruppo, e avevo pensato a
questo titolo per il disco d'addio che comunque volevo registrare.
Poi il fatto di essermici messo con la testa e con il cuore mi ha
fatto cambiare idea, perché ho scoperto di voler dare ancora tanto a
questo gruppo e di essere ancora molto parte di esso. E' rimasto
questo titolo, che è talmente suggestivo e cinematografico, che mi
piaceva perché comunque in quello che raccontiamo, e anche nelle
nostre stesse vite, l'addio è presente spessissimo e mi è piaciuto
quindi mantenerlo, oltre alla volontà di mantenere la memoria di un
periodo che comunque c'è stato e non si cancella, e nel quale sono
state prese decisioni circa il nostro futuro.
Le nostre canzoni preferite sono
''Suspense music'' e ''Atget''.
Ti chiediamo di dirci qualcosa a riguardo.
Marco:
''Suspense
music'' è la canzone più rock dell'album, quella dal tiro maggiore. E'
nata in modo molto casuale, l'ho scritta alternando una
struttura molto ritmata ed una più eterea, che sarebbe quella delle
chitarre. E' una canzone d'amore, come lo sono molte delle nostre,
anche se non lo sembra, ed è venuta molto più incisiva di come
l'avevamo pensata in sala prove, e per noi è stata una sorpresa. In
generale è impossibile prevedere la forma definitiva di un disco
prima di essere tornati dal missaggio, e per noi è stato
sorprendente avere una canzone del genere, anche se all'interno è
rimasta una scheggia più eterea, cioè la parte centrale, ed era così
che ci eravamo immaginati tutta la canzone, però questo scarto ci
piace. ''Atget'' è dedicata ad Eugène Atget, che è un fotografo
francese della fine dell'Ottocento, e di speciale aveva la
caratteristica di fotografare i viali della città più nascosti,
quelli in cui non c'era traccia dell'uomo, e lo faceva in un periodo
in cui invece Parigi traboccava di gente. Lui si staccava dalle
strade stracolme e cercava la Parigi nascosta, che stava
scomparendo, e questa cosa mi ha sempre molto affascinato, anche
perché io amo molto la fotografia e spesso compongo le canzoni per
immagini, e qui ho immaginato una persona che attraversa la città in
un momento come quello, in cui nel resto della città c'era una vita
frenetica e lui invece voleva vivere quella parte di città, e di sé
stesso, che gli desse tranquillità.
Parliamo del fatto che voi nella vostra musica inseriate
elementi di generi diversi e che quindi abbiate la possibilità, e la
qualità per farlo ovviamente, di essere apprezzati da persone con
gusti musicali molto diversi, di essere quasi un gruppo
trasversale.
Marco:
A me piace sempre dire che siamo la frangia
più estrema della musica indie e quella più indie di quella metal.
Noi in realtà nasciamo come gruppo metal, però col tempo abbiamo
perso gli elementi che determinano questo genere, come scelte
strumentali e stilistiche. Però continuiamo a piacere ad un'audience
che ascolta normalmente musica estrema proprio perché quello che
quest'audience cercava in noi non era solo l'approccio strumentale,
ma una certa attitudine nei confronti delle tematiche di cui abbiamo
parlato prima. Quando le suggestioni che si cercano sono più
importanti della cornice non si fa caso ai cambiamenti della cornice
stessa, quindi noi continuiamo a piacere a chi ascolta metal anche
se in quest'album perdiamo quasi completamente i rapporti con il
metal.
Infatti secondo me la differenza tra questo disco e
''Dopoguerra'' è proprio nella perdita dei rapporti con il
metal.
Marco: In questo disco ci sono, a malapena, alcune
chitarre distorte. Abbiamo fatto una produzione molto potente,
dimostrazione che si può esserlo senza usare chitarre scordate o
profondamente distorte. Quest'album è molto robusto, in certi
momenti lo è più di ''Dopoguerra'', perché ha avuto una produzione migliore, perché è stato mixato su un banco
analogico, e questo si sente, e noi riteniamo di aver vinto la
scommessa di essere potenti, d'impatto, senza essere metal, e questo
avviene grazie allo stesso discorso dell'importanza delle
suggestioni.
Sarebbe bello quindi che finalmente anche chi ascolta
indie-rock vi apprezzasse per quanto meritate, perché finora tra chi
ascolta quel tipo di musica il vostro nome non è stato fatto molto
spesso.
Marco: Questa cosa è legata al fatto che i nostri
canali, promozionali e distributivi, fanno parte di un ambito ben
definito, per questo rimarremo sempre un gruppo di nicchia, proprio
perché non abbiamo i canali per essere apprezzati da chi ascolta il
genere che facciamo noi, ma non possiamo più nemmeno essere venduti
come un gruppo metal. Credo che continueremo a rimanere in questo
limbo, ma a noi la cosa non spaventa, perché per noi l'importante è
poter continuare a fare quello che vogliamo.
Ci sono opere letterarie o cinematografiche a cui
potrebbe essere accostato questo disco?
Marco:
Direi
cinematografiche, proprio per il discorso che facevo prima per cui
la mia composizione è spesso legata alle immagini. Tra l'altro la
mia professione è quella del giornalista e mi occupo di critica
cinematografica, per cui per me il cinema ha un'importanza
fondamentale. Mi piace moltissimo Sofia Coppola per quanto riguarda
il lato più giovanilistico della nostra musica, e poi mi piacciono
gli autori corali, soprattutto Paul Thomas Anderson e più ancora
Robert Holtzman. Ovviamente apprezzo anche altri autori, ma quelli
che hanno avuto un'influenza su questo disco, secondo me, sono
questi tre.
Quanta attività live contate di fare a supporto del
disco?
Marco:
Il più possiile, tenendo conto che siamo tuti
lavoratori precari però. In passato abbiamo avuto molta difficoltà
da questo punto di vista proprio per la nostra situazione
professionale, ma da Settembre contiamo di aumentare la nostra
attività live, sia all'estero (abbiamo già una data fissata in
Romania) che anche in Italia.