Klimt1918 

::: Intervista tratta da Music Boom - di Davide Sisto e Stefano Bartolotta :::

Leggi le recensioni di "Undressed Momento", "Dopoguerra"
e "Just in case we'll never meet again" tratte da Music Boom!


L'importanza delle suggestioni

 

Solo un gruppo come i Klimt1918 poteva spingere due redattori che hanno gusti musicali molto diversi l'uno dall'altro a lavorare insieme. Per questa intervista Davide Sisto ha preparato le domande e Stefano Bartolotta le ha rivolte al telefono a Marco Soellner (voce e chitarra), aggiungendo qualcosina di suo. Le risposte di Marco mostrano tutta la professionalità ed insieme la passione che lui e gli altri mettono in questa splendida avventura.

 

A mio avviso malinconia e speranza sono gli aspetti emotivi che meglio caratterizzano la vostra proposta. L'intreccio tra questi due stati d'animo può essere una possibile chiave di lettura delle vostre composizioni?
Marco: Certamente, l'abbiamo ribadito anche noi più volte in passato, quindi non possiamo certo negarlo adesso. Questi due sentimenti sono alla base del nostro modo di fare musica. A noi piace sempre definire la nostra come 'saudade music', saudade è un termine preso in prestito dalla tradizione brasiliana, e significa 'dolce malinconia', cioè una nostalgia per il passato che però ha la caratteristica che il crogiolarsi in essa è dolce.

Nei vostri dischi c'è sempre stata qualche canzone in cui si dà forma musicale alla vostra città, e mi sembra che da parte vostra si voglia cercare di sfatare quei luoghi comuni presenti in Italia che riguardano Roma.
Marco: In giro in effetti ci sono un sacco di luoghi comuni su Roma, sia in Italia che all'estero, e questi sono senz'altro lontani dalla realtà. Noi parliamo della Roma che conosciamo, quella di tutti i giorni e che dosa in parti uguali volgarità e bellezza. Roma è sempre stata un luogo di grandi contraddizioni e secondo me le realtà non solo musicali ma in generale di espressione umana sono facilitate quando sono inserite in un contesto del genere. Le contraddizioni di Roma per me stanno nel fatto che è una città bellissima, un fondale straordinario per viverci, però questa sua bellezza è vissuta davvero da poche persone, e in questo è una città molto esclusiva. La mia Roma è quella della periferia, che è uguale a quella di tute le atre città, e noi parliamo di questa Roma, non di quella imperiale o felliniana, romantica e dolce. Per come ne parliamo noi, Roma potrebbe essere un qualsiasi altro posto sulla faccia della Terra, se fossimo nati a Detroit avremmo parlato di Detroit, e così se fossimo nati a Stoccolma, o in ogni altro posto. Noi a Roma non viviamo la città ritratta nelle cartoline e di cui tutti notano gli aspetti più belli, ma ne viviamo un'altra, lontana dal centro con le sue difficoltà e le sue solitudini.

Parliamo della scelta di far uscire il disco anche in musicassetta. Ci sembra una scelta che manifesta una certa nostalgia per come si fruiva della musica un bel po' di anni fa.
Marco: La musicassetta è un esempio tangibile dell'epoca analogica, prima dell'avvento del peer to peer, della conversione digitale in mp3 e del file sharing, e ci sono due motivi ben precisi per cui ci riguarda. Il primo effettivamente è un motivo nostalgico, perché noi proveniamo da una formazione musicale e da una crescita basata su questo tipo di supporto. Sicuramente se io parlassi di 'tape-trading' a chi è nato negli anni Ottanta non capirebbe nemmeno di cosa sto parlando, ma l'underground che abbiamo iniziato a frequentare all'inizio degli anni Novanta si basava completamente sullo scambio di cassette. Il secondo motivo è una critica a questo mondo digitale, che ha trasformato la fruizione della musica in qualcosa di bulimico: oggi tutti scaricano tutto, e io non sono contro il downloading, visto che per me esso rappresenta un livellamento democratico per quanto riguarda la possibilità per i gruppi di farsi conoscere al pubblico. Quello che a me non piace è proprio la fruizione della musica, perché la gente scarica tanto, ma ascolta poco. Quando c'erano le cassette, o anche i cd, che spesso venivano comunque trasferiti su cassetta per ascoltarli nel walkman, non era pensabile ascoltare una sola canzone del disco, ma ogni volta si ascoltava tutto, e se si era preparati su una canzone lo si era su tutto un disco in realtà, e i dischi duravano mesi dentro al walkman. Oggi si scaricano 4-5 cd in una stessa giornata, per cui non si ha il tempo di ascoltare tutto, e così spesso si finisce ad ascoltare una sola canzone e poi ad abbandonare il disco, perché non soddisfa o per altre circostanze, e l'epoca analogica non permetteva questo. Io tuttora difficilmente scarico musica da Internet, perché semplicemente non riesco ad avere questi tempi di fruizione della musica.

Non sai quanto sia d'accordo, avendo vissuto lo stesso tipo di cambiamento. C'è anche da dire che una volta si riusciva ad ascoltare tutto anche perché c'erano molte meno pubblicazioni rispetto ad oggi. Oggi quasi ti tocca non ascoltare tuto in modo approfondito e far passare qualcosa nel lettore mentre sei distratto.
Marco: Io infatti questa cosa l'ho messa in conto, ma in realtà non è scritto da nessuna parte che si debbano ascoltre tanti dischi, e questo fraintendimento è stato dato proprio dal potere dell'mp3 e di questi sistemi di fruizione degli mp3 stessi. Io un tempo compravo ed ascoltavo molta meno roba, ma non vivevo certo peggio. Oggi, quanto più è possibile accedere al mondo della musica, tanto più si abbassa il livello qualitativo dei gruppi e tanto più aumenta il materiale disponibile. Io, da parte mia, mi comporto come se invece di essere nel 2008 fossi nel 1998.

Cioè fai un discorso del tipo 'quello che riesco ad ascoltare bene, quello che non riesco fa niente'.
Marco: Esattamente. Io ancora mi compro le riviste e mi fido di chi scrive una recensione e mi piace uscire di casa per andare a comprare un disco senza sapere cosa mi aspetta, e avere questa suspance interiore. Invece oggi c'è l'ansia di scaricare un disco prima ancora che esca, e non si capisce in realtà il perché.

''Dopoguerra'' ha rappresentato una svolta piuttosto forte rispetto al disco di debutto. Quanto ha contato l'importanza di questa svolta nella realizzazione del disco nuovo?
Marco: Noi in realtà siamo arrivati al momento di comporre e realizzare questo disco in modo completamente rilassato, così com'era avvenuto per ''Dopoguerra'', e non abbiamo mai deciso niente a tavolino, ma semplicemente scriviamo musica e quello che scriviamo ci rispecchia come persone, quindi rispecchia anche i cambiamenti che abbiamo avuto a livello personale, nonché come ascoltatori musicali. Un disco, prima che essere fatto da influenze musicali e da stili, è fatto di suggestioni personali, e quello che sei tu diventa la tua musica. Io ho sempre visto con un po' di sospetto chi dà valore al cambiamento come un processo che debba essere deciso, il nostro approccio è molto più semplice, ci facciamo influenzare da quello che ci piace e basta. Quindi, per questo disco, il fatto di aver prima realizzato ''Dopoguerra'' non ha avuto alcuna importanza, l'avremmo fatto comunque così, con o senza ''Dopoguerra''. Penso che il nostro percorso musicale sia molto fluido e secondo il mio modo di vedere c'è comunque una certa continuità  tra i nostri tre dischi a livello di intenzioni e di suggestioni, non parlo di musica o di stili musicali, ma di ciò che vogliamo esprimere e delle sensazioni che vogliamo dare all'ascoltatore, cioè quelle di cui abbiamo parlato all'inizio. Questo rimane il nostro punto cardine nel fare musica, poi le modalità cambiano e hanno stili diversi, ma ciò che ci interessa è mantenere dentro questa coerenza nei confronti delle emozioni.

Il titolo del disco può rappresentare qualcosa che lega tutti i testi delle vostre canzoni?
Marco: Il titolo del disco è legato al fatto che c'è stato un periodo difficile qualche anno fa in cui avevo pensato di mollare questo gruppo, e avevo pensato a questo titolo per il disco d'addio che comunque volevo registrare. Poi il fatto di essermici messo con la testa e con il cuore mi ha fatto cambiare idea, perché ho scoperto di voler dare ancora tanto a questo gruppo e di essere ancora molto parte di esso. E' rimasto questo titolo, che è talmente suggestivo e cinematografico, che mi piaceva perché comunque in quello che raccontiamo, e anche nelle nostre stesse vite, l'addio è presente spessissimo e mi è piaciuto quindi mantenerlo, oltre alla volontà di mantenere la memoria di un periodo che comunque c'è stato e non si cancella, e nel quale sono state prese decisioni circa il nostro futuro.

Le nostre canzoni preferite sono ''Suspense music'' e ''Atget''. Ti chiediamo di dirci qualcosa a riguardo.
Marco: ''Suspense music'' è la canzone più rock dell'album, quella dal tiro maggiore. E' nata in modo molto  casuale, l'ho scritta alternando una struttura molto ritmata ed una più eterea, che sarebbe quella delle chitarre. E' una canzone d'amore, come lo sono molte delle nostre, anche se non lo sembra, ed è venuta molto più incisiva di come l'avevamo pensata in sala prove, e per noi è stata una sorpresa. In generale è impossibile prevedere la forma definitiva di un disco prima di essere tornati dal missaggio, e per noi è stato sorprendente avere una canzone del genere, anche se all'interno è rimasta una scheggia più eterea, cioè la parte centrale, ed era così che ci eravamo immaginati tutta la canzone, però questo scarto ci piace. ''Atget'' è dedicata ad Eugène Atget, che è un fotografo francese della fine dell'Ottocento, e di speciale aveva la caratteristica di fotografare i viali della città più nascosti, quelli in cui non c'era traccia dell'uomo, e lo faceva in un periodo in cui invece Parigi traboccava di gente. Lui si staccava dalle strade stracolme e cercava la Parigi nascosta, che stava scomparendo, e questa cosa mi ha sempre molto affascinato, anche perché io amo molto la fotografia e spesso compongo le canzoni per immagini, e qui ho immaginato una persona che attraversa la città in un momento come quello, in cui nel resto della città c'era una vita frenetica e lui invece voleva vivere quella parte di città, e di sé stesso, che gli desse tranquillità.

Parliamo del fatto che voi nella vostra musica inseriate elementi di generi diversi e che quindi abbiate la possibilità, e la qualità per farlo ovviamente, di essere apprezzati da persone con gusti musicali molto diversi, di essere quasi un gruppo trasversale.
Marco: A me piace sempre dire che siamo la frangia più estrema della musica indie e quella più indie di quella metal. Noi in realtà nasciamo come gruppo metal, però col tempo abbiamo perso gli elementi che determinano questo genere, come scelte strumentali e stilistiche. Però continuiamo a piacere ad un'audience che ascolta normalmente musica estrema proprio perché quello che quest'audience cercava in noi non era solo l'approccio strumentale, ma una certa attitudine nei confronti delle tematiche di cui abbiamo parlato prima. Quando le suggestioni che si cercano sono più importanti della cornice non si fa caso ai cambiamenti della cornice stessa, quindi noi continuiamo a piacere a chi ascolta metal anche se in quest'album perdiamo quasi completamente i rapporti con il metal.

Infatti secondo me la differenza tra questo disco e ''Dopoguerra'' è proprio nella perdita dei rapporti con il metal.
Marco: In questo disco ci sono, a malapena, alcune chitarre distorte. Abbiamo fatto una produzione molto potente, dimostrazione che si può esserlo senza usare chitarre scordate o profondamente distorte. Quest'album è molto robusto, in certi momenti lo è più di ''Dopoguerra'', perché ha avuto una produzione migliore, perché è stato mixato su un banco analogico, e questo si sente, e noi riteniamo di aver vinto la scommessa di essere potenti, d'impatto, senza essere metal, e questo avviene grazie allo stesso discorso dell'importanza  delle suggestioni.

Sarebbe bello quindi che finalmente anche chi ascolta indie-rock vi apprezzasse per quanto meritate, perché finora tra chi ascolta quel tipo di musica il vostro nome non è stato fatto molto spesso.
Marco: Questa cosa è legata al fatto che i nostri canali, promozionali e distributivi, fanno parte di un ambito ben definito, per questo rimarremo sempre un gruppo di nicchia, proprio perché non abbiamo i canali per essere apprezzati da chi ascolta il genere che facciamo noi, ma non possiamo più nemmeno essere venduti come un gruppo metal. Credo che continueremo a rimanere in questo limbo, ma a noi la cosa non spaventa, perché per noi l'importante è poter continuare a fare quello che vogliamo.

Ci sono opere letterarie o cinematografiche a cui potrebbe essere accostato questo disco?
Marco: Direi cinematografiche, proprio per il discorso che facevo prima per cui la mia composizione è spesso legata alle immagini. Tra l'altro la mia professione è quella del giornalista e mi occupo di critica cinematografica, per cui per me il cinema ha un'importanza fondamentale. Mi piace moltissimo Sofia Coppola per quanto riguarda il lato più giovanilistico della nostra musica, e poi mi piacciono gli autori corali, soprattutto Paul Thomas Anderson e più ancora Robert Holtzman. Ovviamente apprezzo anche altri autori, ma quelli che hanno avuto un'influenza su questo disco, secondo me, sono questi tre.

Quanta attività live contate di fare a supporto del disco?
Marco: Il più possiile, tenendo conto che siamo tuti lavoratori precari però. In passato abbiamo avuto molta difficoltà da questo punto di vista proprio per la nostra situazione professionale, ma da Settembre contiamo di aumentare la nostra attività live, sia all'estero (abbiamo già una data fissata in Romania) che anche in Italia.