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Incantati dall'intenso connubio
sonoro di malinconia e speranza che, nel precedente
"Dopoguerra", raffigurava magistralmente le
sensazioni ossimoriche cagionate dall'attesa fine del fascismo in Italia, ci
appropinquiamo ad ascoltare il terzo capitolo della discografia dei
Klimt1918 con indubbia curiosità. La
bellezza trasfigurante di "Dopoguerra" è,
infatti, un precedente piuttosto scomodo, che rischia di far sfigurare qualsiasi
album non all'altezza del suo candido spessore emotivo. Per fortuna,
"Just in case we'll never meet again" supera
egregiamente la prova, attestandosi su livelli qualitativi a dir poco
encomiabili.
Ciò che sbalordisce, in particolar modo, della creatività della band romana è la
capacità di rendere viva, in una manciata di canzoni, quella fragilità
emozionale tipica dell'età dell'adolescenza, senza mai cadere nello stucchevole
o nel reiterato. Il nuovo lavoro riesce, infatti, a mantenersi saldamente in
equilibrio lungo quella linea musicale che separa l'esistenziale senso di
tristezza dalla positività inconscia della vita, trasponendo nelle vene
tricolori dei Klimt1918 il gusto
melodico propriamente britannico dei vari
Anathema, The Cure,
Interpol, ecc.. Si respira la
spensieratezza nostalgica del miglior sentire italiano – quello artistico,
letterario, poetico assolutamente estraneo a qualsivoglia becera
rappresentazione mass-mediatica o politica del Belpaese – durante i cinquanta
minuti (e nove secondi) di un album che, con maturità, cuce insieme sprazzi di
alienante shoegaze (da incorniciare l'astrattismo magnetico dell'opener
"The breathtaking days"), decisamente in
primo piano in quasi ogni canzone, con le soffici atmosfere dark dei
The Cure più meditativi ("Ghost
of a tape listener"), senza dimenticare aperture indie rock anni '80 (la
toccante "Just an interlude in your life") e
qualche improvviso bagliore metallico che male non fa.
La voce timida di Marco Soellner rende
letteralmente ipnotica "The Graduate",
ballad romantica d'altri tempi che raggiunge il suo acme espressivo durante il
sofferto refrain, mentre è il tocco malinconico delle chitarre a dare una marcia
in più alla grinta luminosa della title-track, nonché al gioiellino
"Atget", il quale conduce l'ascoltatore tra
le magiche vie di una Roma che sa di anni '60. Una delle armi segrete di
"Just in case we'll never meet again" è poi
l'efficacia dei chorus, finora mai così diretti e immediati. Esemplificativa a
riguardo è "Suspense Music", la
canzone-simbolo del cd: quattro minuti in cui il dinamismo delle strofe, con
drumming martellante in primo piano, sfocia in un chorus catchy che non si
toglie più dalla testa. Per la terza volta consecutiva, i
Klimt1918 sono riusciti nell'impresa
di dar forma musicale a un caleidoscopio di emozioni stratificate, nel cui
spirito icastico è condensata in toto la migliore melodia rock italiana. |