Nati dalle ceneri di oscure esperienze estreme al confine tra doom, death (metal) e gothic, lanciati da una delle etichette più preziose del nostro paese, la My Kingdom Music, consacrati dal passaggio alla cult-label tedesca Prophecy, i romani Klimt 1918 hanno intrapreso un percorso tra i più originali e stimolanti del rock italiano. Un esordio ("Undressed Momento", 2003) folgorante e emozionante, un secondo album ("Dopoguerra", 2005) di rara compattezza e intensità; sonorità ibride, post-moderne e coinvolgenti più un'attitudine schietta e insofferente verso qualunque categorizzazione fanno dei Klimt 1918 gli autentici outsider della musica indipendente, italiana e non solo: e la loro musica, così fresca e vivace, ricca di immagini, contrasti e suggestioni, fa di loro forse la band italiana da seguire con più attenzione in assoluto.
Un nuvoloso pomeriggio in Piazza del
Popolo è lo sfondo ideale per una interessante chiacchierata con il
frontman Marco Soellner che riguardo la genesi della sua band ci
racconta: "Siamo partiti verso la metà degli anni Novanta come
Another Day, ispirandoci al doom-metal inglese più d'avanguardia, in
particolare i primi Anathema, e alla scena death-metal svedese. Quando,
dopo aver inciso due demo e un Ep, gli Another Day si separarono io e
mio fratello Paolo (batterista) formammo i Klimt 1918 con l'obiettivo di
distanziarci da quelle sonorità e legarci più alla forma canzone,
spostandoci verso un discorso più estroso e accessibile legato alle
influnze wave che stavano prendendo sempre più il sopravvento".
A questo proposito, mi hanno molto piacevolmente sorpreso le
marcate influenze U2 nel vostro ultimo, intenso album "Dopoguerra". Come
sono entrati questi suoni nella musica dei Klimt 1918?
Marco: Gli U2 sono il classico amore giovanile, una di
quelle band che in un modo o nell'altro non puoi non ascoltare e
recepire. Già nel nostro primo album "Undressed Momento" cercammo
sonorità chitarristiche in stile U2, ma in "Dopoguerra" il tutto è stato
più voluto e progettato.
Vi sentite vicini anche agli 'shoegazer'?
Marco: Ecco, il movimento shoegaze per noi è invece il
presente, perché è qualcosa che abbiamo scoperto solo da qualche anno a
questa parte. Durante le registrazioni di "Dopoguerra" abbiamo recepito
questo genere che ci ha immediatamente catturato. Slowdive, Catherine
Wheel, My Bloody Valentine, tutta una scuola inglese che ha tirato fuori
una serie di dischi straordinari e che ci sta influenzando enormemente
soprattutto per quanto stiamo creando per il nostro prossimo album.
L'umore nostalgico è ciò che più caratterizza le canzoni dei
Klimt, evidente non solo nei testi ma anche nei minimi dettagli
musicali. Cosa ti ispira simili sentimenti?
Marco: Mi piace il fatto che la nostra musica abbia un
filo conduttore sentimentale, rappresentato dalla nostalgia. Un
sentimento che mi affascina molto e che ho recepito da certa
dark-wave e da
Robert Smith in
particolare; le sue erano canzoni splendide, al tempo stesso
malinconiche e terribilmente felici. Questa sensazione di piangere
ridendo, o viceversa ridere con le lacrime agli occhi, mi ha sempre
affascinato e ispira molto una delle suggestioni che sta dietro alla
nostra band, il tema della giovinezza, della caducità.
Possiamo dunque parlare di quelle dei Klimt 1918 come di canzoni
'positive'?
Marco: Assolutamente sì. La nostra è una musica tanto
malinconica quanto speranzosa. Lo stesso titolo "Dopoguerra" sta alla
base di questo discorso. Volevamo creare un disco di 'reazione', musica
per le macerie, musica per ciò che viene dopo qualcosa che ci ha ferito
profondamente. Musica positiva, per quanto sofferta, ma in fondo
trascinata da un mood vitale e
semplice. Detesto la drammaticità forzata. Con "Dopoguerra" volevamo
celebrare non la sofferenza ma ciò che viene immediatamente dopo, la
convalescenza: qualcosa che è quanto di più trasversale e universale ci
possa essere.
"Undressed Momento" fu un esordio osannato dalla critica e in
effetti è un disco ricco di canzoni di grande bellezza: che cosa ne
pensi oggi quando ti capita di ri-ascoltarlo?
Marco: Il primo disco è sempre il più derivativo, quello
in cui metti dentro tutta la tua vita e la tua formazione musicale.
Anche per questo "Undressed Momento" è un album molto più vario di
"Dopoguerra", meno compatto certo, ma con molte più idee. L'album
d'esordio contiene le radici della tua essenza di musicista. Il secondo
invece è più mirato, nel senso che cominci a capire più precisamente
dove vuoi andare e cosa vuoi ottenere. Penso sempre che "Undressed
Momento" abbia ottime canzoni, ma in "Dopoguerra" molti dei suoni del
primo album sono scomparsi, la resa e la scrittura sono più essenziali,
è un album più equilibrato.
Ascoltare un vostro disco è come sfogliare un album fotografico,
una cascata di immagini di memorie e sensazioni. Mi sembra che la vostra
musica sia molto influenzata dalle arti visive.
Marco: Assolutamente vero, io sono un consumatore
istancabile di fotografia e di cinema. "Dopoguerra", ad esempio, è stato
molto ispirato dal neorealismo, da Rossellini, De Sica. Il mio rapporto
con l'immagine è profondo e questo si ripercuote anche nella musica:
adoro le band che fanno musica 'cinematica' come GYBE, Mono, Mogwai,
Sigur Ròs. Adoro la musica che lascia spazio totale all'immaginazione,
per questo mi sono molto avvicinato al post-rock e sto anche pensando di
creare un mio progetto rivolto in questa direzione. Trovo che questi
generi siano anche molto congeniali alla musica dei Klimt, ma per noi
non è facile muoverci in questo senso, dato che la nostra è una band che
vuole restare molto diretta e legata alla forma-canzone. Insomma, siamo
pur sempre una band rock'n'roll, e fieri di esserlo. Ti faccio però
l'esempio dei Dredg, un gruppo americano che ci sta influenzando
moltissimo per come riesce a unire in maniera molto interessante
post-rock e forma canzone; con il nostro prossimo album vorremmo provare
a muoverci verso una ricerca sonora di questo tipo.
Klimt 1918, una band sfuggente e di difficile catalogazione: non
siete metal, non siete wave, non siete indie eppure siete tutte queste
cose insieme. Sei d'accordo se dico che in qualunque 'scena' vi facciano
rientrare, nella vostra musica c'è sempre qualcosa che alla fine vi
rende 'fuori posto'?
Marco: Esatto, e devo dire che questo non è propriamente
un bene, in termini di visibilità. Io ho avuto esperienze fondamentali
tanto nella scena estrema quanto in quella
dark e in entrambe ho notato una
chiusura mentale fortissima, cosa che non pensavo di trovare nel mondo
cosiddetto indie; e invece è
addirittura peggio! Forse nessun altra scena è così autoreferenziale e
così incapace di aprirsi e fare un discorso al di là dei generi.
Roma negli ultimi anni ha visto affermarsi moltissime band che
nei rispettivi generi non hanno nulla da invidiare ai più blasonati
gruppi stranieri. Penso a voi, Novembre, Spiritual Front, Dope Stars
Inc.: gruppi con i quali avete anche rapporti stretti. Cosa pensi della
scena cittadina?
Marco: Innanzitutto non parlerei di una vera e propria
scena romana, e nemmeno italiana. Parlare di scena significa parlare di
qualcosa che qua in Italia non si è mai riusciti a portare avanti,
significa avere gruppi con obiettivi comuni e avere la consapevolezza di
portarli avanti insieme, partecipando a vicenda nei rispettivi dischi.
Come succede in Canada con i gruppi della Constellation o, per il metal,
come succedeva in Svezia negli anni Novanta. Con i gruppi che hai citato
abbiamo una solida amicizia personale e magari anche un
background comune, ma tutti noi
siamo poi cresciuti sviluppando percorsi radicalmente diversi. Non
parlerei dunque di una 'scena', ma semplicemente di ottimi rapporti che
sono comunque molto importanti.
Come voi, molte delle più valide e originali band della scena
alternativa italiana per avere la visibilità che meritano sono emigrate
presso etichette straniere, solitamente tedesche: pensando a dischi come
il vostro "Dopoguerra" o "Armageddon Gigolo" degli Spiritual Front,
lavori che potrebbero anche raggiungere un pubblico ampissimo ti chiedo
perché, secondo te, certa musica in Italia non trova l'attenzione che
merita?
Marco: Non è detto che sia necessario andare con
etichette straniere. In Italia le potenzialità ci sarebbero pure, ma
credo sia soprattutto un discorso di attitudine: da noi c'è un diffuso
ostracismo verso ciò che proviene dagli ambienti estremi, e in generale
la musica italiana è molto accademica: c'è un'idiosincrasia per tutto
ciò che è rock. In Germania c'è una vera cultura dell'underground,
la gente compra i dischi, va ai concerti, è più attenta al lato
musicale. Il problema vero è che in Italia chi dovrebbe diffondere
queste realtà spesso si dimostra invece completamente cieco nei loro
confronti. Mentre molti gruppi senza arte né parte, specialmente di area
indie vengono regolarmente citati su
riviste e giornali 'mainstream'. Per quanto ci riguarda noi avevamo già
un piccolo seguito dopo "Undressed Momento" grazie alle ottime
recensioni che abbiamo avuto. Con "Dopoguerra" siamo stati anche tra i
dischi del mese su Rumore. Eppure
continuiamo a suonare, e a venire distribuiti, ascoltati, promossi in
ambiti che hanno fare solo con il 'dark' o con il metal. Questo è dovuto
anche al fatto che la nostra attuale etichetta ha molta presa in questi
ambiti.
Ma con le tue radici estreme che rapporto hai oggi? Ascolti
ancora metal?
Marco: Il metal... se non fosse così metal non sarebbe
male (risate...). Seriamente, credo che il problema del metal è
che ha troppa consapevolezza di sé. Secondo me si può essere violenti
senza risultare nemmeno lontanamente 'metal'; ad esempio uno dei miei
gruppi preferiti sono tuttora i Deftones e un grandissimo album come il
loro "White Pony" che ha delle chitarre immense e squarci melodici
straordinari, non potrà mai essere definito
metal come viene comunemente inteso
il termine, al di là delle sonorità, ovvero come religione
dell'appartenenza, come rituale di comportamenti, come volontà di essere
slegati da tutto il resto, e fieri di esserlo. Oggi penso che non ci sia
niente di bello in questo atteggiamento. Discorso che vale anche per
altri ambiti 'estremi', o per il gothic.
Io oggi ascolto di tutto, non mi precludo niente, dunque sì ascolto
ancora metal, di solito quando voglio momenti di 'amarcord' che mi
suscitino sentimenti di malinconia e nostalgia.
In conclusione, cosa ci dobbiamo aspettare dai Klimt nel
prossimo futuro?
Marco: Il prossimo album sta lentamente prendendo forma.
Registreremo in un periodo compreso tra Maggio e Settembre e speriamo di
pubblicarlo entro la fine del 2007. Il nostro obiettivo principale è
giungere a un sound che sia
finalmente tutto nostro: "Dopoguerra" è stato un album molto personale
dal punto di vista del songwriting,
ma non ancora dal punto di vista delle sonorità. E' la solita politica
del terzo disco, è un passaggio cruciale in cui devi dimostrare chi sei
davvero. Senza rinnegare certo il nostro passato, ma abbiamo la
necessità di non suonare più come prima, sviluppando il nostro filo
conduttore tematico, la nostalgia, attraverso un discorso sonoro
diverso. Non sarà facile. Noi ci siamo resi conto che non avremo mai una
collocazione specifica e vogliamo mantenere questa linea: non schierarci
mai da nessuna parte. Cosa che, ammetto, diventa sempre più difficile:
se vieni dal metal ed elimini le spigolature più estreme, comincia a
risultare più complesso non essere soltanto
indie o wave o altro. Ci piace
l'idea di essere un gruppo rock, attenerci a delle regole ben precise, e
all'interno di questi paletti sviluppare la nostra creatività