Il cammino dei romanissimi Klimt1918
giunge al traguardo del terzo album, quello che nella carriera di una
band è chiamato a comprovare la piena consapevolezza e maturità dei
propri mezzi artistici. E la band dei fratelli Soellner (Marco,
voce/chitarra e Paolo, batteria) centra in pieno l'obiettivo a tre anni
di distanza dalla già ammirevole opera seconda "Dopoguerra". Traguardo
di anni di lavoro ai margini di diverse scene musicali e ai confini di
generi e stili ben codificati, nel tentativo di trovare il perfetto
punto d'incontro tra esperienze a prima vista lontanissime.
All'incrocio tra l'afflato epico dei migliori U2, l'abbandono romantico
degli shoegazer e le ibridazioni
ex-metal di gruppi come Dredg,
Katatonia, Deftones o i nostri Novembre. E' in questo limbo che i Klimt si
sono gettati con sempre maggior convinzione sin dai loro esordi, ed è
qui che prende vita questo terzo album "Just in case..." (sottotitolato
"Soundtrack for the cassette generation"), estremo punto d'arrivo di una
estetica della contaminazione votata a una sempre maggiore compattezza e
accessibilità, lavoro cesellato maniacalmente anche grazie all'aiuto
del produttore svedese Jens Bogren.
Un suono ricco e ovattato, nel quale l'aggressività delle origini metal
viene ormai totalmente stemperata in un'impronta sempre più sognante.
E' nuovamente nel fertile terreno della malinconia e della memoria
infatti che il cantante/songwriter
Marco Soellner e compagni traggono la linfa vitale delle loro canzoni:
canzoni che sono prima di tutto istantanee, di volti, luoghi, momenti
perduti nel tempo, istantaee avvolte in una luce tenue e sbiadita, e che
pure resistono come un rifugio sicuro in cui trovare calore e
consolazione.
E ogni canzone trabocca letteralmente di tutti i contrastanti stati
d'animo propri di un addio o un ritorno alle radici, su ogni canzone
grava uno struggente senso di incolmabile distanza. Proprio nei momenti
più toccanti e magniloquenti i Klimt trovano la loro cifra più
congeniale e riescono a regalare gioielli indimenticabili; "Ghost of a
tape listener", un'esplosione di luce e colori sotto forma di irrequieta
ballata (post-)rock, "Just an
interlude in your life", col suo incedere possente, e su tutte svetta
poi quello spettacolare anthem che è
"Skygazer". Fino a restare indifesi al cospetto di "The Graduate", un
miracolo di bellezza, canzone-capolavoro con quel suo incedere dolce e
sconsolato che si sublima in una nostalgica, travolgente coda
strumentale.
Altrove la band si mostra anche nelle vesti di moderni
new-waver, come nella briosa
title-track e nella più oscura,
splendida "Atget", entrambi episodi che trovano con una naturalezza
quasi imbarazzante la possibile via di mezzo tra Interpol e Deftones.
Meno convincente nella stessa falsariga è "Suspense Music", mentre "All
summer long" si avventura in più astratte sperimentazioni
shoegaze da cui il gruppo pare
sempre più affascinato. Ma intanto la prova del fuoco del terzo album se
n'è già andata, superata con successo. I Klimt1918 ribadiscono il loro
valore e la loro personalità in un lavoro di grande respiro poetico, un
fiume in piena che quasi stordisce per come non concede la minima pausa
nel suo sfrenato e ispirato slancio ad alto tasso di enfasi emozionale.