|
Giunti al terzo album
i romani Klimt1918 pubblicano un disco che può essere semplicemente
descritto come l'ideale colonna sonora delle serate di fine estate, ovvero
quei momenti in cui la spensieratezza e la nostalgia viaggiano a braccetto
tenendosi la mano l'un l'altra. Puro shoegaze/wave rock che rimanda ai mai
dimenticati anni '80 e vive sull'eterno intreccio/contrasto fra dolci
melodie orecchiabili e un malinconico umore di fondo. Spiccano l'ipnotica
e meravigliosa "The Gaduate", la magnetica opener "The breathtaking Days",
la seguente "Skygazer" (Catherine Wheel docet), la spensierata title-track
e la delicata "All summer long". Un album indicato a chiunque ami
ascoltare la musica assaporando sul volto il gusto dolce/amaro delle
lacrime; che siano di gioia o di malinconia sarete voi a deciderlo.
Il terzo album è
generalmente considerato quello della completa maturità artistica di un
gruppo; voi quali sensazioni provate al momento, riascoltandolo? E quali
sono le vostre aspettative circa la reazione del pubblico?
Marco: Non so dirti se "Just in case..." rappresenti per noi
l'album della maturità artistica. Questo genere di affermazioni forse non
spettano a noi ma a chi ascolta, oppure recensisce la nostra musica.
Nonostante tutto questo full-lenght rappresenta una tappa assai importante
per i Klimt1918 in quanto corrisponde ad una definitiva presa di
coscienza; sia dal punto di vista stilistico che attitudinale. Finalmente
possiamo dire di possedere un sound che ci appartiene completamente.
Quando ascolto l'album penso soprattutto a questo. Riguardo alla seconda
parte della tua domanda, posso affermare con sicurezza che non esistono da
parte nostra aspettative circa la reazione del pubblico. Continuiamo a
comporre e a registrare esclusivamente la musica che ci piace e ci
emoziona.
Il titolo suona intrigante ed enigmatico; cosa potrebbe accadere 'nel
caso non ci dovessimo pìù incontrare'?
Marco: Il titolo dell'album ha a che fare con un periodo della mia
vita abbastanza controverso. Avevo deciso di lasciare i Klimt1918 per una
serie piuttosto lunga di motivazioni. Non mi riconoscevo più in quello che
stavo facendo e soprattutto non mi sentivo all'altezza delle crescenti
aspettative che si stavano venendo a creare attorno alla band a partire
dal 2005. Prima di compiere un gesto così definitivo ho pensato che
sarebbe stato bello e doveroso registrare un ultimo album. Un addio
organizzato in undici canzoni che incarnassero qualitativamente il meglio
della nostra produzione. Così è nato il titolo "Just in case we'll
never meet again" che suonava appunto come un commiato dai fans e da
tutte quelle persone che negli ultimi dieci anni hanno supportato me ed i
Klimt1918.
Durante il lungo processo di gestazione dell'album però qualcosa è
cambiato. La musica composta per rappresentare un addio si è trasformata
in un'occasione per ricominciare. Ho ritrovato le motivazioni giuste
suonando insieme agli altri in sala prove. Ho riacquistato la fiducia in
me stesso ed ora sono contento di essere qui a condividere questo album
con te e con tutti gli altri ascoltatori. Invece di cambiare titolo alla
nostra terza fatica abbiamo deciso di mantenere quello vecchio, nonostante
il cambiamento intercorso negli ultimi mesi. Suona bene, è ricco di
suggestioni ed in fondo è il titolo ideale per un'opera nata e concepita
come un addio.
Il sottotitolo è invece una vera e propria dichiarazione d'amore per
una certa musica degli anni '80 e tutto quanto le gravitava intorno; a
quali aspetti di quell'epoca siete maggiormente legati?
Marco: Oggi gli anni '80 vanno molto di moda. Sono sulla bocca di
tutti. Per questo è necessario discernere. Quello che hanno significato
per me, per mio fratello e per gli altri componenti della band è diverso
rispetto a quello che rappresentano oggi per un certo tipo di mercato. Chi
è nato, come noi, durante la seconda parte degli anni '70 si è formato
musicalmente proprio durante gli anni '80. Non si tratta di moda, dunque,
ma di pura nostalgia. Ho ricordi davvero commoventi del mio walkman, delle
mie cassette. Giravo per la città da solo, con la mia musica nelle
orecchie. Quello che ascoltavo aveva il potere di alleviare il disagio e
la solitudine che provavo. Non ci sono dunque degli aspetti precisi di
quell'epoca a cui siamo legati. Ce l'abbiamo semplicemente nel sangue. Ci
appartiene.
La vostra musica suscita contemporaneamente malinconia e gioia,
nostalgia e speranza; come riuscite a far convivere insieme emozioni e
sensazioni così apparentemente distanti?
Marco: Mi fai venire in mente gli Ultravox di "Dancing with tears
in my eyes". Il titolo ed anche il mood di quella canzone rappresentano
l'essenza di quanto affermi nella tua domanda. Per anni sono rimasto
ossessionato dal suo testo e dalla sua atmosfera. E' un brano molto
triste, ma allo stesso tempo trasmette una vitalità assurda. C'è qualcosa
di veramente tragico nel vitalismo evocato dal dolore. Anche i Cure di
"Just like heaven" l'avevano capito perfettamente. Quel brano è di una
spensieratezza imbarazzante, ti viene voglia di ballarlo ogni volta che lo
ascolti; eppure è anche terribilmente malinconico. Nel gioco di contrasti
un sorriso che nasce dopo il pianto, o viceversa, le lacrime che segnano
il viso dopo aver riso possiedono una forza espressiva enorme. Nel loro
piccolo i Klimt1918 cercano sempre di ricreare questo equilibrio. Non a
caso amo definire la nostra musica come saudade. Perché è la saudade
brasiliana che ha parlato per prima di "dolce malinconia", il terreno di
incontro tra felicità e rassegnazione.
"Just in case…" è un album meditativo, ma anche spensierato, scorrevole e
per certi versi 'frizzante'; sinceramente mi aspettavo qualche brano in
più nello stile di "They were wed by the sea - rarefied version''; cosa
potete dirmi in proposito?
Marco: Sinceramente non so dare un risposta a questa domanda.
Quando abbiamo registrato "They were wed by the sea – rarefied version"
non sapevamo dove ci avrebbe portato quell'esperimento. Più volte ho
pensato che "Just in case0.." avrebbe avuto bisogno di canzoni come
quella, ma poi il disco si è evoluto diversamente. Noi non siamo molto
bravi a prevedere il futuro stilistico della band. Suoniamo quello che
sentiamo senza porci molte domande. Chissà, forse in futuro ci saranno
ancora delle occasioni per comporre e registrare materiale dilatato e
sperimentale come Rarefied Version.
E' evidente che ormai siete a tutti gli effetti un gruppo shoegaze/wave
rock, ma nonostante ciò avete mantenuto molti fans del primo periodo
avantgarde metal; motivo di soddisfazione o frustrazione?
Marco: E' un motivo di grande soddisfazione. Ci fa capire che i
nostri ascoltatori (di qualsiasi tipo siano) continuano a seguirci non
perché ci esprimiamo stilisticamente in un modo rispetto che ad un altro,
ma perché provochiamo determinate emozioni. Le emozioni non sono né metal,
né shoegaze. Esse trascendono i generi musicali ed hanno il potere di
toccare le persone più diverse. La frustrazione semmai ce la procurano gli
addetti ai lavori (giornalisti, discografici, promoters, distributori) che
pur di semplificarsi la vita decidono di comprenderci ancora nel calderone
metal nonostante la nostra musica si stia evolvendo esplicitamente
seguendo altre traiettorie.
Parlando di shoegaze, nella vostra città si stanno muovendo gruppi
interessanti, come Sea Dweller, La Calle Mojada, Oblivio, Zo.e ed altri;
credete si possa parlare di una scena romana dedita a queste sonorità?
Marco: Penso che ci siano delle ottime bands shoegaze a Roma.
Nonostante tutto suonare lo stesso genere di musica, nella stessa città
non significa automaticamente far parte di una 'scena'. Con questo termine
si fa riferimento ad un numero imprecisato di band che si aiutano
vicendevolmente, collaborano, producono materiale in totale armonia,
organizzano concerti. In Italia è difficilissimo parlare di 'scene
musicali'. Il più delle volte i musicisti perdono tempo a farsi la guerra
piuttosto che a creare qualcosa di costruttivo.
Al di là di queste considerazioni è comunque innegabile che la capitale
stia attraversando un momento molto florido musicalmente parlando. C'è
grande fermento dappertutto. Non solo nello shoegaze.
Marco, oltre ad essere il titolo di un nuovo brano, "Skygazer" è il tuo
nickname su myspace.com; cosa ti affascina cosi tanto nel 'fissare in
adorazione il cielo'?
Marco: Fissare il cielo mi calma, guarisce la mia ansia. Adoro
soprattutto seguire con lo sguardo le scie che gli aeroplani disegnano nel
cielo. Spesso le fotografo, ma il più delle volte mi limito a contemplarle
a lungo. Fino a quando il collo non mi fa male. Guardare la volta celeste
mi astrae completamente da tutto il resto. Raggiungo la pace interiore
ogni volta che lo faccio. E' come partecipare per qualche istante
all'immensità dell'universo. E' una sensazione tanto spiazzante quanto
confortante.
Come gli album precedenti anche "Just in case…" presenta in copertina
una donna; ritenete fondamentale la figura femminile nella creazione della
vostra arte grafica/sonora?
Marco: Bè, alla base delle canzoni dei Klimt1918 quasi sempre ci
sono dei ricordi. Ricordi che hanno a che fare con figure femminili. Forse
è per questo motivo che le donne finiscono (in maniera assolutamente
inconscia e non pianificata, aggiungo) sulle nostre copertine. L'universo
femminile evoca l'inquietudine maschile, lo sforzo per capire, ma anche la
certezza di non riuscire a comprendere mai la dualità dell'animo umano.
Rappresentano l'alterità e la fascinazione assoluta provocata da essa.
Questo in fin dei conti è anche il 'trait d'union' che ci lega a Gustav
Klimt il quale era ossessionato dalle donne, dall'espressività del loro
corpo e dai misteri del loro animo.
Credete esista un colore che possa rappresentare/descrivere la musica
dei Klimt1918?
Marco: Ognuno abbina un colore diverso ai Klimt1918. La mia indole,
come la mia musica, è rossa. Rosso come il colore del sangue, delle
animosità, dei sentimenti. Una proposta musicale come la nostra, tutta
improntata sulla sensualità e l'impulsività sentimentale ai miei occhi non
potrebbe avere un colore diverso. Vermiglia e sanguigna è anche la
passione politica, le sue implicazioni viscerali. Rosso scuro, rosso
fuoco, bordeaux, viola. Le sfumature sono molte; una per ogni
inclinazione. Quando il nostro sound è più malinconico il rosso diventa
porpora, quando invece è etereo e nostalgico vira verso il viola. Le
canzoni più elettriche ed epiche hanno il colore del sangue. Ma sempre di
rosso si tratta.
Victor Hugo disse: "La malinconia è la felicità di sentirsi tristi".
Condividete questa frase?
Marco: Certamente. La cultura della malinconia è un colossale
meccanismo apotropaico. Serve a dimostrare a sé
stessi che in fondo non
esiste nulla di più prezioso della vita. I grandi melanconici sono sempre
dei grandi viveur. Aggrediscono la vita, fino in fondo. Al centro della
loro ilarità si nascondono gli abissi della disperazione. Mi viene in
mente Hemingway. Una vita trascorsa sul fronte. Il fronte della vita
vissuta. Poi, una fucilata in pieno viso. Il suicidio. E' stato sempre
felice di sentirsi triste. Perché chi ama la malinconia ama la vita più di
ogni cosa. Un amore così grande che nel suo caso è tracimato nel
nichilismo.
Cosa, quanto rappresenta per voi la musica? Riuscite ad immaginare le
vostre vite senza essa?
Marco: La musica dà senso alle nostre vite. Ma senza di essa
sono sicuro che la mia volontà cercherebbe qualche altra strada per
potersi esprimere. Certamente non riuscirei a contemplare una vita senza
espressioni. L'arte, qualunque essa sia, ma anche semplicemente 'il fare',
sono fondamentali. Senza di esse non esisterebbe condivisione. I
sentimenti non servono a nulla, come anche le esperienze, se non si ha la
possibilità di condividerle con qualcuno.
Volete aggiungere qualcosa?
Marco: Grazie a te Marco e a tutte le persone che continuano
a seguirci nonostante la nostra evoluzione. Siete il nostro orgoglio più
grande.
|