Un approccio sofisticato e poetico alla materia metal
contraddistingue i Klimt 1918, artefici di un valido gothic metal sui generis.
Il loro recente esordio discografico ha tutte le carte in regola per ben
figurare in una scena che ha un vitale bisogno di nuova linfa.
I romani Klimt 1918 sono un exploit annunciato. Già dal demo
"Secession Makes Post-Modern music", uscito un paio di anni fa, aveva fatto
capire che il loro debutto sarebbe stato una piccola grande rivelazione.
Puntuale all'appuntamento la My Kingdom Music pubblica oggi "Undressed Momento",
un album che si distingue per la pregevole fusione di gothic, avantgarde, rock,
heavy e mille altre idee del presente e passato, abbattendo una barriera dietro
l'altra e 'insegnando al metal a non essere metal', per parafrasare il nostro
interlocutore, il chitarrista e cantante Marco Soellner.
Dal titolo dell'album, dal modo in cui vi presentate, da tante sensazioni nel
disco traspare l'idea che la vostra musica sia fatta di 'momenti'. Quali sono i
momenti che compongono "Undressed Momento"? E cosa rappresentano la vostra
strana intro e quelle voci in francese che compaiono in più canzoni?
Marco:
'Wahrheit ist feuer', dicevano i secessionisti nella Vienna di fine secolo.
'La verità è fuoco', brucia, consuma chi ne è testimone, produce momenti spogli,
frammenti di realtà dove il linguaggio delle parole non ha più senso e quello
che rimane sono sguardi, amniotici lassi di tempo. La nostra musica cerca di
ritrarre questi attimi. Spore dell'intimità più efferrata e tagliente, ma anche
di gioia, sentimenti dai colori tenui, insostenibile voglia di vivere. L'intro è
una specie di esperimento nato in studio. Mi domandavo cosa avrebbe evocato una
canzone dei Klimt 1918 se a parlare fossero stati esclusivamente dei rumori.
Abbiamo ricreato l'esperienza sonora di un 'momento spogliato' e il risultato è
quello che è possibile ascoltare sul cd. Le voci invece sono tratte da un
celebre monologo radiofonico intitolato "Per farla finita col giudizio di Dio"
scritto e interpretato nel 1947 da Antonin Artaud, il grande teorico francese
autore di opere visionarie come il "Manifesto del Teatro della Crudeltà" e "Van
Gogh o il Suicidato della Società". Il lungo delirio di un uomo pazzo e, perciò,
squisitamente spogliato e vero.
Anche il vostro nome sembra racchiudere un momento. Cosa ha fatto di così
importante il pittore Gustav Klimt nel 1918, tanto che gli avete dedicato il
vostro monicker?
Marco:
Nel 1918 si conclude la prima guerra mondiale, le città di mezza Europa sono
falcidiate dalla febbre gialla. L'Ottocento, secondo molti, ha chiuso i battenti
quell'anno. Ed è una coincidenza significativa che Klimt, uno degli artisti più
rappresentativi della Secessione viennese, l'avanguardia che più di tutte ha
rappresentato la fine del classicismo e l'inizio dell'espressionismo, sia morto
nel 1918, il Capodanno del Novecento. Klimt 1918 significa dunque musica
novecentesca, melodie del dopoguerra, tradizione post-moderna, sincera nostalgia
per le cose appena finite e trepidante attesa per quelle che devono ancora
arrivare.
A parte i maestri della scena avant-goth metal come Katatonia, Anathema,
Opeth, avete citato nelle vostre influenze una serie di artisti del passato, dai
grossi nomi del dark degli anni '80 fino ai primi U2, Duran Duran e anche i
Beatles del periodo psichedelico. Cosa pensi che il mondo del metal abbia da
imparare da questi artisti?
Marco:
Fondamentalmente il metal dovrebbe imparare a non essere metal. Le religioni
dell'appartenenza sono il lato più bieco del mimetismo culturale. La gente che
ci ha influenzato invece non si è mai preoccupata di appartenere a un movimento,
di rivendicare una coscienza di nicchia, dei valori esclusivi. Sono musicisti
che hanno suonato quello che volevano, senza mai preoccuparsi di risultare più o
meno dark, più o meno beat, più o meno new wave.
Nelle (rare, purtroppo) parti cantate in italiano mi sembra di notare alcune
affinità con la scuola melodica nazionale, anche quella che passa da Sanremo. Da
quali cantanti/gruppi italiani siete stati eventualmente influenzati e/o chi
apprezzate particolarmente?
Marco:
Uno dei miei ricordi di infanzia è una vecchia registrazione televisiva
risalente al 1967. Sul palco di Sanremo Dalidà, a poche ore dal suicidio di
Luigi Tenco, suo partner artistico e amante, è costretta dagli organizzatori a
salire sul palco senza di lui. Col viso solcato di lacrime che gli sciolgono il
mascara in due rivoli neri, offre una struggente versione di "Ciao amore, ciao",
la loro canzone. Nonostante nel mio stereo sia passato di tutto in questi ultimi
anni, non dimentico la disperazione di Dalidà e le splendide ballate di artisti
del 'male di vivere popolare' come Tenco e Gino Paoli. Da questo punto di vista
la tua osservazione è esatta. I Klimt 1918 devono molto anche alla musica
italiana.
Concludiamo: consigliaci un ideale viaggio in macchina con i
Klimt 1918 in sottofondo.
Marco:
Ritornare a casa dopo aver passato la serata a ballare. Le orecchie fischiano,
l'aria fresca sa di fumo e fuochi lontani, il silenzio incombe. Il Lungotevere
finalmente sgombero, il fiume scuro e le vestigia di Roma come grandi fantasmi
illuminati di verde e giallo.
|