Klimt 1918

::: Interview taken from Psycho! no. 71, July/August 2003 - Word by Giuliano D'Amico ::: 



Sogno di una notte di mezza estate


Un approccio sofisticato e poetico alla materia metal contraddistingue i Klimt 1918, artefici di un valido gothic metal sui generis. Il loro recente esordio discografico ha tutte le carte in regola per ben figurare in una scena che ha un vitale bisogno di nuova linfa.

I romani Klimt 1918 sono un exploit annunciato. Già dal demo "Secession Makes Post-Modern music", uscito un paio di anni fa, aveva fatto capire che il loro debutto sarebbe stato una piccola grande rivelazione. Puntuale all'appuntamento la My Kingdom Music pubblica oggi "Undressed Momento", un album che si distingue per la pregevole fusione di gothic, avantgarde, rock, heavy e mille altre idee del presente e passato, abbattendo una barriera dietro l'altra e 'insegnando al metal a non essere metal', per parafrasare il nostro interlocutore, il chitarrista e cantante Marco Soellner.

Dal titolo dell'album, dal modo in cui vi presentate, da tante sensazioni nel disco traspare l'idea che la vostra musica sia fatta di 'momenti'. Quali sono i momenti che compongono "Undressed Momento"? E cosa rappresentano la vostra strana intro e quelle voci in francese che compaiono in più canzoni?
Marco:
'Wahrheit ist feuer', dicevano i secessionisti nella Vienna di fine secolo. 'La verità è fuoco', brucia, consuma chi ne è testimone, produce momenti spogli, frammenti di realtà dove il linguaggio delle parole non ha più senso e quello che rimane sono sguardi, amniotici lassi di tempo. La nostra musica cerca di ritrarre questi attimi. Spore dell'intimità più efferrata e tagliente, ma anche di gioia, sentimenti dai colori tenui, insostenibile voglia di vivere. L'intro è una specie di esperimento nato in studio. Mi domandavo cosa avrebbe evocato una canzone dei Klimt 1918 se a parlare fossero stati esclusivamente dei rumori. Abbiamo ricreato l'esperienza sonora di un 'momento spogliato' e il risultato è quello che è possibile ascoltare sul cd. Le voci invece sono tratte da un celebre monologo radiofonico intitolato "Per farla finita col giudizio di Dio" scritto e interpretato nel 1947 da Antonin Artaud, il grande teorico francese autore di opere visionarie come il "Manifesto del Teatro della Crudeltà" e "Van Gogh o il Suicidato della Società". Il lungo delirio di un uomo pazzo e, perciò, squisitamente spogliato e vero.

Anche il vostro nome sembra racchiudere un momento. Cosa ha fatto di così importante il pittore Gustav Klimt nel 1918, tanto che gli avete dedicato il vostro monicker?
Marco: Nel 1918 si conclude la prima guerra mondiale, le città di mezza Europa sono falcidiate dalla febbre gialla. L'Ottocento, secondo molti, ha chiuso i battenti quell'anno. Ed è una coincidenza significativa che Klimt, uno degli artisti più rappresentativi della Secessione viennese, l'avanguardia che più di tutte ha rappresentato la fine del classicismo e l'inizio dell'espressionismo, sia morto nel 1918, il Capodanno del Novecento. Klimt 1918 significa dunque musica novecentesca, melodie del dopoguerra, tradizione post-moderna, sincera nostalgia per le cose appena finite e trepidante attesa per quelle che devono ancora arrivare.

A parte i maestri della scena avant-goth metal come Katatonia, Anathema, Opeth, avete citato nelle vostre influenze una serie di artisti del passato, dai grossi nomi del dark degli anni '80 fino ai primi U2, Duran Duran e anche i Beatles del periodo psichedelico. Cosa pensi che il mondo del metal abbia da imparare da questi artisti?
Marco: Fondamentalmente il metal dovrebbe imparare a non essere metal. Le religioni dell'appartenenza sono il lato più bieco del mimetismo culturale. La gente che ci ha influenzato invece non si è mai preoccupata di appartenere a un movimento, di rivendicare una coscienza di nicchia, dei valori esclusivi. Sono musicisti che hanno suonato quello che volevano, senza mai preoccuparsi di risultare più o meno dark, più o meno beat, più o meno new wave.

Nelle (rare, purtroppo) parti cantate in italiano mi sembra di notare alcune affinità con la scuola melodica nazionale, anche quella che passa da Sanremo. Da quali cantanti/gruppi italiani siete stati eventualmente influenzati e/o chi apprezzate particolarmente?
Marco: Uno dei miei ricordi di infanzia è una vecchia registrazione televisiva risalente al 1967. Sul palco di Sanremo Dalidà, a poche ore dal suicidio di Luigi Tenco, suo partner artistico e amante, è costretta dagli organizzatori a salire sul palco senza di lui. Col viso solcato di lacrime che gli sciolgono il mascara in due rivoli neri, offre una struggente versione di "Ciao amore, ciao", la loro canzone. Nonostante nel mio stereo sia passato di tutto in questi ultimi anni, non dimentico la disperazione di Dalidà e le splendide ballate di artisti del 'male di vivere popolare' come Tenco e Gino Paoli. Da questo punto di vista la tua osservazione è esatta. I Klimt 1918 devono molto anche alla musica italiana.

Concludiamo: consigliaci un ideale viaggio in macchina con i Klimt 1918 in sottofondo.
Marco: Ritornare a casa dopo aver passato la serata a ballare. Le orecchie fischiano, l'aria fresca sa di fumo e fuochi lontani, il silenzio incombe. Il Lungotevere finalmente sgombero, il fiume scuro e le vestigia di Roma come grandi fantasmi illuminati di verde e giallo.