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Roma, Gennaio 2001. Un'altra band da consegnare agli Altri. Un altro nome con il
quale riempirsi la bocca innanzi agli Altri. Gli Altri, quelli che fino a poco
tempo fa hanno guardato, talvolta a ragione, le bands nostrane dall'alto in
basso. I Klimt 1918 con tutta la propria eleganza stilistica prettamente
mitteleuropea hanno deciso di prendere un fumoso treno notturno per viaggiare
sulle ali del buon gusto attraverso la malinconia, il sentimento più profondo e
la durezza più riflessiva della disillusione, alla ricerca della perfetta
melodia, del refrain più corale, di quel coro che non può rimanerti nei
pensieri.
Precedentemente conosciuti come Another Day (perfetta creatura a cavallo tra
death e tradizione prog classica alla Opeth/Edge of Sanity), questi giovani
capitolini guidati dai fratelli Soellner non si nascondono dietro al candore
della semplicità del già sentito, bensì cercano di uscire da essa rimanendo
comunque innamorati dei piaceri inconsci derivanti proprio da quest'ultima, per
trarre ciò che ad altri può risultare impossibile. I Klimt 1918 riescono a
coniugare in un'unica entità tutta la verve noir che i Novembre (ospiti in toto
e principali fautori della produzione di questo "Secession Makes Post-Modern
Music") hanno scolpito sapientemente in tre album, con il verbo morboso
riconoscibilmente scandinavo degli ultimi Katatonia (per intenderci quelli
innamorati di Jeff Buckley) in una veste scarna ed androgina, non lontana dalla
raffinatezza di certo neo dandy bands anglosassoni che assume il fascino di un 'collage'
dal gusto visivo vagamente klimtiano (tanto per rimanere in tema). Potrei dire
altro? Certo, ma ulteriori parole ben più grette di quelle necessarie
finirebbero per rovinare questa ricercata e vellutata sorpresa che ben
presto metterà in bella mostra in una galleria sobria e lucente le proprie
opere, proprio come solo un degno artista può fare!
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