Klimt 1918
::: Intervista tratta da
: Ri†ual
: #22, Luglio/Agosto 2005 - di Antonio Bassu :::
Leggi la recensione di "Dopoguerra"
tratta da : Ri†ual : #21!
Dopo la tempesta
|
Una città grigia, distrutta,
addormentata nel coma indotto dalle bombe, mentre un sopravvissuto alza
gli occhi verso quella densa pozza di sangue che è ormai il cielo. E se
gli occhi sono lo specchio dell'anima, quelli di questa persona
tradiscono speranza velata di malcelata tristezza. La copertina di
"Dopoguerra", secondo disco per i capitolini Klimt 1918 (e primo per la
tedesca Prophecy), riflette invece il contenuto dell'album. Una manciata
di canzoni mature, emozionali e semplici che in comune con quello
sguardo culla un'ingenua e dolce illusione per quel che si potrebbe
definire 'il dopo'. Così come 'post' è la musica di Marco Soellner e
compagni, con il quale abbiamo analizzato attentamente il lavoro,
scavando in profondità sotto le macerie...
"Dopoguerra" è un titolo in grado di
comunicare molte cose e di riflettere appieno il mood dell'intero disco:
macerie, tristezza, nostalgia, speranza ma anche amarezza e difficoltà
di lasciarsi tutto alle spalle e ricominciare da capo. Come siete
riusciti a veicolare tramite la vostra musica una così vasta gamma di
emozioni?
Marco: La musica dei Klimt 1918 scaturisce dalle nostre vite, dalle nostre esperienze. In ogni esistenza convivono diverse emozioni: alcune belle, altre brutte. Con il senno di poi, entrambe diventano parte del nostro passato, andando a costruire la sostanza della nostra musica. Non è stato difficile veicolarle, è avvenuto in maniera naturale. "Dopoguerra" è una collezione di ricordi interiori che riguardano la nostra 'convalescenza': comprende il sentimento desolante della sconfitta, la nostalgia per ciò che non può più tornare indietro, ma anche la speranza, la voglia di rialzarsi in piedi, correre, provare a dimenticare ciò che ci ha fatto soffrire a lungo. Due track particolari ed intense: "Sleepwalk in Rome" e "They were wed by the sea". Nella prima avete ripetuto 'l'esperimento' del cantato in italiano ("We don't need no music" su "Undressed Momento"), con ottimi risultati. Avete mai pensato di comporre un'intera traccia nella nostra madre lingua? Per quel riguarda l'altro brano, passo per pazzo se vi dico che ho sentito gli U2 che furono (periodo "The Joshua tree") nell'uso delle chitarre ed in certe linee vocali? Marco: L'uso dell'italiano per il momento ha un valore di cammeo. Se ne abusassimo probabilmente non avrebbe lo stesso magico significato che ha adesso. Però non ci sentiamo di poter escludere nulla per il futuro. Riguardo gli U2, non posso che darti ragione. "They were wed by the sea" ha un mood molto "The Joshua tree". Del resto siamo grossi fans di quel disco, di cui apprezziamo soprattutto lo straordinario suono di chitarra prodotto da Daniel Lanois e Brian Eno. Ho l'impressione che proprio "They were wed by the sea" sia stata messa 'strategicamente' dopo l'intro che comunica la liberazione dall'occupazione tedesca, come a voler esprimere, col suo incedere meno malinconico, un senso di speranza, forte e radicata, che neanche le bombe potranno mai annientare... Quanto è importante questo 'piano di lettura' che va ben al di là della 'semplice' musica per voi?
Marco: Mi fa piacere che tu abbia
centrato lo spirito di "They were wed by the sea". Se l'abbiamo voluta
come opener track è proprio per questo motivo: comunica speranza, quella
involontaria e spesso avventata che germoglia durante la convalescenza.
Ma soprattutto ci ricorda che nella vita di ognuno c'è un tempo per
disperarsi e un tempo per gioire. Accettare la dolorosa sensazione di
sollievo che permea l'animo dei sopravvissuti per molti è considerato
sconveniente. Eppure non esiste sentimento più naturale, meraviglioso e
allo stesso tempo drammatico della speranza. Questo piano di lettura,
come ricordi tu, trascende la musica e decodifica le nostre esistenze.
Ci aiuta a gridare con sospetto a quei sedicenti artisti che hanno fatto
della catastrofe l'unica dimensione della loro realtà.
Considerando il titolo e il 'concept'
alla base, mi chiedevo quanta 'attualità', a livello puramente
sostanziale, fosse 'racchiusa' nelle tracce del disco; mi riferisco al
principale conflitto attualmente in corso.
Marco: Non esistono dei riferimenti veri e propri a quello che sta succedendo in Iraq. Però ci sono aspetti di questo conflitto che ci hanno profondamente influenzato. La sensazione che per quella guerra non esista ancora un 'dopo', è uno di questi. Ci siamo chiesti se la situazione in Medioriente non sia altro che una metafora di quello che l'umanità ha vissuto nel '900. Ovvero un dopoguerra fittizio, che alla fine si è risolto semplicemente in una lunga serie di tregue. Per questo motivo abbiamo scritto sul cd la frase 'It's not postwar, it's just another war'. La speranza dell'uomo è più forte della pace, quella fallace e momentanea che gli uomini possono solo chiamare 'dopoguerra'.
Istintivamente, vuoi per le tematiche
trattate, vuoi per qualche strano caso, ho associato "Dopoguerra" al
film "Roma città aperta". Roberto Rossellini scrisse: "'Roma città aperta'
è il film della 'paura': della paura di tutti, ma soprattutto della mia".
E ciò si ricollega alla prima domanda, all'insieme di emozioni espresse
nell'album. E' possibile fare un simile 'accostamento'?
Marco: L'accostamento è più che giusto. Il Neorealismo italiano è stato una fonte di ispirazione notevole per la composizione di questo album. Descrive perfettamente quegli attimi concitati, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, fatti di speranza, nostalgia, voglia di rimboccarsi le maniche e di riappropriarsi della quotidianità perduta. La frase che citi è particolarmente significativa, perché si riferisce a due timori che noi stessi abbiamo cercato di descrivere nelle nostre canzoni: quello dell'occupazione, quindi del male, che non smette mai di scavare gli animi, anche dopo la fine della guerra, e quello della vita, della normalità riacquistata. Come ho già detto prima, la speranza è sempre dolorosa. Farci i conti richiede coraggio e determinazione.
"Dopoguerra" esce per la tedesca
Prophecy mentre "Undressed Momento" è stato pubblicato da My Kingdom
Music. Alla luce di queste due esperienze, esiste davvero un fantomatico
'gap' professionale tra le labels italiane e quelle oltreconfine o è
soltanto un luogo comune?
Marco: Mi preme dire che non conosco l'operato di tutte le labels italiane ma solo quello di MKM. Tra queste due etichette c'è sicuramente un gap, ma non di natura professionale. Sono 10 anni che siamo in giro e posso dirti con certezza di non aver mai incontrato una persona tanto seria, appassionata e quindi professionale come Francesco Palumbo. La sua casa discografica è giovane, non ha le risorse economiche della Prophecy, ma produce ugualmente materiale che non ha nulla da invidiare a quello estero. Ciò che penalizza la realtà produttiva italiana è di essersi affacciata nel mercato molto in ritardo rispetto a quella tedesca.
Parliamo di 'coincidenze': il disco si
intitola"Dopoguerra" ed è stato ufficialmente pubblicato il 25 Aprile...
Marco: E' vero. Siamo veramente
contenti che sia successo. Senza farlo apposta la Prophecy ha fatto
uscire "Dopoguerra" il giorno della liberazione italiana. E pensare che
in Germania quella è una data come un'altra...
|