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Garbo, serietà e
profondità: se si dovessero descrivere in tre parole i Klimt1918, difficilmente se ne troverebbero di più appropriate. In sintonia con il
percorso del precedente "Dopoguerra","Just in case we'll never meet
again" delinea un lavoro di impronta wave, sintesi intelligente fra la
linea Cure post "Disintegration", la scena indie dei 90 (Manic Street
Preachers in primis) e un goth metal melodico che miscela i Catherine
Wheel ai Katatonia ultima maniera. Vero e proprio romanzo di formazione
musicale, il lavoro del gruppo romano tratteggia una serie di istantanee
che rimandano a un'epoca, all'ingenuità dei suoi status symbol, e alla sua
colonna sonora ideale.
In 'Just...' ci sono diversi riferimenti alla cassetta: nostalgia o
volontà di fotografare un preciso momento storico?
Marco: Per chi, come noi, ha iniziato ad ascoltare musica negli anni
80 e ha mosso i primi passi nell'underground dei 90, le cassette hanno
avuto un ruolo fondamentale. Abbinate al walkman significavano movimento,
solitudine, sovrapposizione tra spazi esterni e melodie, astrazione,
riflessione. Inoltre, rappresentavano il fulcro attorno a cui si
sviluppava il tape-trading, uno dei fenomeni musicalmente più importanti
del secolo scorso. La scelta di sottotitolare l'album 'Soundtrack for the
cassette generation' ha una valenza sia nostalgica che documentativa.
La Prophecy è rimasta talmente affascinata da queste suggestioni da voler
stampare il disco anche in cassetta. E' stato molto emozionante ricevere a
casa la prima tiratura di "Just in case..." su nastro. Quando l'abbiamo
ascoltato ci siamo resi conto di come suonasse diversamente. E' stato
tornare indietro nel tempo. Meraviglioso.
Cosa cambia fra le dinamiche culturali della 'cassette generation' e
quelle delle generazioni attuali?
Marco: Ancora non mi sono arreso alla rivoluzione digitale. Pur
considerando importante la nascita degli mp3, trovo innaturale scaricare
musica. Se posso, ascolto in streaming, ma in sostanza amo ancora leggere
recensioni, fidarmi delle parole di un giornalista, dei pareri di un
amico. Soprattutto amo uscire di casa, godermi il momento dell'acquisto.
C'è tensione e mistero in tutto ciò. C'è suspense. L'impazienza di tornare
a casa e dare un senso al momento dell'ascolto è impagabile. La musica va
consumata ritualmente, non bulimicamente. La morte del supporto
fonografico ha reso l'ascolto un atto compulsivo. C'è ansia di conoscere
tutto, sentire tutto, provare tutto.
Considerando il peso
di Bowie e Bauhaus sul vostro lavoro, cosa è cambiato nell'attitudine
postmoderna dell'arte oggi?
Marco: Il postmodernismo ormai è un concetto vetusto. La rivoluzione
mediale/digitale ha portato a tali eccessi l'ibridazione culturale che
oggi i concetti puri nell'arte non esistono più. Non c'è più nessun ordine
da sovvertire, perché tutto nasce già creolizzato e decostruito. Bowie e
Bauhaus hanno vissuto la stagione dell'eclettismo postmoderno, noi
raccogliamo le briciole di quell'universo scomparso. Essere postmoderni
oggi per noi significa non seguire nessuna religione dell'appartenenza (o
quella della non-appartenenza), sentirsi intimamente e artisticamente
indipendenti da tutto senza scadere nell'elitarismo. Con umiltà e
dedizione.
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