Klimt 1918

::: Intervista tratta da : Ri†ual : #35, Luglio/Agosto 2008 - di Paolo Bertazzoni ::: 

Leggi la recensione di  "Just in case we'll never meet again" tratta da : Ri†ual : #35!



Spleen e ideale
 

Garbo, serietà e profondità: se si dovessero descrivere in tre parole i Klimt1918,  difficilmente se ne troverebbero di più appropriate. In sintonia con il percorso del precedente "Dopoguerra","Just in case we'll never meet again" delinea un lavoro di impronta wave, sintesi intelligente fra la linea Cure post "Disintegration", la scena indie dei 90 (Manic Street Preachers in primis) e un goth metal melodico che miscela i Catherine Wheel ai Katatonia ultima maniera. Vero e proprio romanzo di formazione musicale, il lavoro del gruppo romano tratteggia una serie di istantanee che rimandano a un'epoca, all'ingenuità dei suoi status symbol, e alla sua colonna sonora ideale.

In 'Just...' ci sono diversi riferimenti alla cassetta: nostalgia o volontà di fotografare un preciso momento storico?
Marco:
Per chi, come noi, ha iniziato ad ascoltare musica negli anni 80 e ha mosso i primi passi nell'underground dei 90, le cassette hanno avuto un ruolo fondamentale. Abbinate al walkman significavano movimento, solitudine, sovrapposizione tra spazi esterni e melodie, astrazione, riflessione. Inoltre, rappresentavano il fulcro attorno a cui si sviluppava il tape-trading, uno dei fenomeni musicalmente più importanti del secolo scorso. La scelta di sottotitolare l'album 'Soundtrack for the cassette generation' ha una valenza sia nostalgica che documentativa. Click to enlargeLa Prophecy è rimasta talmente affascinata da queste suggestioni da voler stampare il disco anche in cassetta. E' stato molto emozionante ricevere a casa la prima tiratura di "Just in case..." su nastro. Quando l'abbiamo ascoltato ci siamo resi conto di come suonasse diversamente. E' stato tornare indietro nel tempo. Meraviglioso.

Cosa cambia fra le dinamiche culturali della 'cassette generation' e quelle delle generazioni attuali?
Marco:
Ancora non mi sono arreso alla rivoluzione digitale. Pur considerando importante la nascita degli mp3, trovo innaturale scaricare musica. Se posso, ascolto in streaming, ma in sostanza amo ancora leggere recensioni, fidarmi delle parole di un giornalista, dei pareri di un amico. Soprattutto amo uscire di casa, godermi il momento dell'acquisto. C'è tensione e mistero in tutto ciò. C'è suspense. L'impazienza di tornare a casa e dare un senso al momento dell'ascolto è impagabile. La musica va consumata ritualmente, non bulimicamente. La morte del supporto fonografico ha reso l'ascolto un atto compulsivo. C'è ansia di conoscere tutto, sentire tutto, provare tutto.

Considerando il peso di Bowie e Bauhaus sul vostro lavoro, cosa è cambiato nell'attitudine postmoderna dell'arte oggi?
Marco:
Il postmodernismo ormai è un concetto vetusto. La rivoluzione mediale/digitale ha portato a tali eccessi l'ibridazione culturale che oggi i concetti puri nell'arte non esistono più. Non c'è più nessun ordine da sovvertire, perché tutto nasce già creolizzato e decostruito. Bowie e Bauhaus hanno vissuto la stagione dell'eclettismo postmoderno, noi raccogliamo le briciole di quell'universo scomparso. Essere postmoderni oggi per noi significa non seguire nessuna religione dell'appartenenza (o quella della non-appartenenza), sentirsi intimamente e artisticamente indipendenti da tutto senza scadere nell'elitarismo. Con umiltà e dedizione.