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La My Kingdom Music decide di regalarci, dopo l'esordio dei
capitolini Room with a View, un'altra perla nascosta nei meandri della capitale,
i Klimt 1918. Autori di una musica che basa la sua ragione d'essere
sull'espressione dei sentimenti più intimi e spesso rilegati in secondo piano, i
romani giungono al meritato debutto con un disco, "Undressed Momento", che non
tarderà nel far crescere un interesse notevole per il quartetto del nostro
interlocutore Marco Soellner (guitar/singer).
Nella città di Roma siete da tempo rinomati, ma vorresti ricapitolare la
storia della band per tutti coloro che non vi conoscono?
Marco: I Klimt 1918 si sono formati nell'Ottobre del 1999 sulle ceneri degli Another
Day, un gruppo death-prog in cui suonavamo io e mio fratello Paolo. Il nostro
obiettivo era quello di portare avanti un nuovo progetto musicale che coniugasse
sonorità avantgarde e new wave '80. Nel 2000 abbiamo registrato il demo
intitolato "Secession Makes Post-Modern Music", che ci ha permesso di firmare un
contratto con la My Kingdom Music. Nel Luglio del 2002 dopo un anno e mezzo di
preparazione siamo entrati in studio per assemblare "Undressed Momento" il
nostro debut album. Il resto è storia dei nostri giorni.
Quanto si è evoluto il vostro sound nel corso del tempo e
come descrivereste la vostra musica oggi?
Marco:
L'evoluzione del nostro sound è avvenuta in maniera graduale passando da
sonorità avantgarde death oriented (vecchi Katatonia, Opeth, Anathema, Novembre,
October Tide) ad uno stile più ibrido e composito che include elementi
stilistici wave, dark e post-punk. I Klimt 1918 fanno del postmodernismo, e
quindi della fine dei concetti puri, una loro bandiera. Il nostro modo di
comporre quindi trova grossi impulsi nella citazione e nel passing, la crisi
delle identità come superamento. Questa permeabilità però non ci allontana
definitivamente dalle nostre origini ancora legate all'estremismo musicale. In
fin dei conti distorsioni e doppia cassa rimangono elementi insostituibili del
nostro sound.
Nella biografia allegata, tra le vostre influenze emerge in particolare un
periodo, gli anni ottanta, ed alcuni nomi (Tears For Fears, The Smiths, The
Cure, ecc.), a cui sono particolarmente legato; da dove nasce il vostro
interesse per queste sonorità?
Marco: Io sono nato nel 1976 e come tutte le persone della mia generazione sono
cresciuto musicalmente negli anni '80. "Songs from the big chair" dei Tears For
Fears è stato il primo disco che ho acquistato. Le sue melodie, il suo lirismo
mi sono entrati nel sangue, insieme ad altri capolavori dell'epoca come "Violator"
dei Depeche Mode, "The Queen is Dead" degli Smiths e "Disintegration" dei Cure.
Prima di scoprire il metal nel 1990 mi cibavo esclusivamente di electro-pop e
new wave; è assolutamente normale quindi che tali sonorità alla fine si siano
riverberate nella musica dei Klimt 1918.
Ritieni che vi sia in parte un ritorno d'interesse per le
sonorità anni ottanta, anche visto quanto proposto da formazioni quali gli
Interpol?
Marco: Sì, il ritorno d'interesse è tangibile, anche se non penso si tratti di puro
revival. Gli Interpol da questo punto di vista sono illuminanti. Propongono
suggestioni smaccatamente '80, ma le filtrano attraverso un approccio assai
contemporaneo. Il loro "Turn on the bright lights" suona tanto vintage quanto
alternative rock. I Klimt 1918 alla fine hanno un approccio simile. Le influenze
old fashioned ci sono ma c'è anche molta contemporaneità.
Domanda che amo porre di frequente: quale ritieni sia il
sentimento che la vostra musica riesce a veicolare meglio?
Marco: Penso la nostalgia. La nostra è musica della rimembranza. "Undressed Momento" è
un album che si sfoglia come un vecchio diario: appunti di inchiostro sbiadito,
la carta ingiallita, gli amori adolescenziali, le fotografie dai colori ormai
sabbiosi che ricordano qualcosa di profondo, tutti quei richiami esoterici che,
come la Medeleine proustiana, scatenano la memoria involontaria e fanno rivivere
in noi i momenti lontani nel tempo.
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