|
Quando la musica
diventa un veicolo di emozioni profonde, unite a percezioni
sensoriali che vanno oltre al semplice udito coinvolto
nell'ascolto delle sonorità proposte, si è di fronte ad un piccolo
gioiello discografico, che potrà appassionare e cullare dolcemente
chiunque desideri astrarsi dalla realtà. E' questa la dimensione
che i Klimt1918 riescono
a cogliere con il loro stile che spazia dallo shoegaze più disteso
al post-rock figlio degli
Explosions in the sky: giunto alla sua terza pubblicazione,
dopo aver tessuto i toccanti intrecci di
"Undressed Momento" e
"Dopoguerra" e dopo
l'abbandono del chitarrista Alessandro Pace, il quartetto romano
ha evoluto ulteriormente il proprio stile, culminando in un
vortice etereo e rilassato, in cui prendono vita undici perle di
rara bellezza nel panorama post-rock, non solo italiano ma anche
internazionale.
"Just in case we'll never
meet again" è un viaggio introspettivo che scava nei
ricordi del passato, per trovare parole mai pronunciate e frasi
mai sentite: nonostante i timbri siano malinconici e cerchino di
focalizzarsi su istanti trascorsi in un tempo irrecuperabile, si
intravedono un senso di protezione e di consolazione che diventano
il vero punto di forza dell'album.
Il tema centrale, la distanza, sembra ergersi già nell'opener
"Thebreathtaking days (via lactea)",
che recupera tutto il filone del post-rock più delicato ed
emozionante e che rompe con un trascorso ricco degli elementi
della tradizione metal. Un certo feeling che lega i Klimt1918
ai concittadini Novembre permane nella seconda
"Skygazer", ma il
risultato ottenuto va addirittura oltre i confini dello shoegaze.
Degna di nota è anche "The
Graduate", altalenante nei suoi giochi di luci ed ombre e
nelle sue improvvise accelerate, che saranno gradite da chi ama
uno stile ricercato e semplice al tempo stesso.
Non mancano reminescenze prettamente wave, percepibili nelle varie
"Just an interlude in your life"
o "Just in case we'll never meet
again", che trasudano del sound
Interpol.
Sarebbe inutile stare a descrivere le immagini che i
Klimt1918 riescono a dipingere
con le loro strumentazioni oniriche e con la suadente voce di
Marco Soellner, vero poeta e cantautore, perché le parole
sminuirebbero l'elegante estetica tracciata dalla band laziale.
Non resta pertanto che consigliare
"Just in case we'll never
meet again" a coloro che desiderano staccarsi dalla frenesia
della vita quotidiana, per trovare un momento di meditazione sul
valore della lontananza e del ricordo, ben ritratti dalla
struggente copertina, dove l'abbraccio riepiloga il senso di una
musica tanto avvolgente quanto sincera |