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I nostrani Klimt 1918 hanno senza dubbio
consegnato alle stampe uno dei dischi più significativi di questo 2005:
"Dopoguerra"
conferma ed amplifica la portata del già eccellente "Undressed
Momento", scrivendo una pagina essenziale del rock (post)moderno che sfugge
orgogliosamente le trite logiche di mercato. Un lavoro intenso e poetico, che
acquista ulteriore spessore col passare degli ascolti: di questo ed altro,
abbiamo argomentato con l'ottimo Marco Soellner...
"Dopoguerra"
è stato
subito ben accolto da pubblico e critica: quali sono state le vostre prime
emozioni/reazioni in seguito a tale riconoscimento?
Marco: Siamo rimasti molto
soddisfatti. Lavorare a lungo ad un disco, e poi vederlo ben accolto dal
pubblico e dalla critica è una sensazione stupenda. Ci fa capire che la nostra
musica fa ancora sognare qualcuno.
La mia impressione
è
che si tratti di un album compatto, più stilisticamente coerente rispetto ad "Undressed
Momento", che incorpora in ogni caso tantissimi dettagli che si scoprono col
passare degli ascolti: cosa ne pensate?
Marco: Sono perfettamente
d'accordo con te. "Undressed Momento" era una raccolta di brani composti in un
una parentesi di tempo molto ampia. Alcune canzoni risalivano addirittura alla
fine degli anni '90 e ciò gli donava una fisionomia stilistica piuttosto
frastagliata e diseguale. "Dopoguerra" invece è stato scritto, arrangiato e
registrato in un periodo assai più breve. La maggior parte delle canzoni sono
state completate a poche settimane dall'inizio delle registrazioni. E' un album
omogeneo, finalmente libero da certi condizionamenti a cui prima dovevamo
sottostare a causa della vecchiaia di certo materiale.
Meno metal in senso
stretto e più ricercatezza compositiva: all'ascolto del disco ho avuto modo di
ritrovare alcune atmosfere 'new wave' (cito giusto U2 e, per quanto riguarda
l'attuale revival in ambito rock, Interpol) ma anche alcuni fraseggi
chitarristici 'shoegaze'... E' una circostanza casuale, od avete effettivamente
ampliato il vostro 'raggio d'ascolto' negli ultimi tempi? Ne approfitto per
chiedervi la vostra opinione in merito all'attuale ritorno delle citate sonorità
ottantiane (Bloc Party, Rapture, Bravery...): avevamo sottovalutato (all'epoca)
la portata e la freschezza di tali stilemi?
Marco: Sono contento che tu ti
sia accorto delle influenze shoegaze. My Bloody Valentine, Jesus and Mary Chain,
Slowdive, Slint, come Radio Dept., Explosions in the sky, Mono, Godspeed You!
Black Emperor rappresentano attualmente il nostro pane quotidiano. Abbiamo
cominciato ad approfondire la conoscenza dell'indie qualche anno fa, subito dopo
le registrazioni di "Undressed Momento" e con il passare del tempo certe
sonorità ci sono entrate nel sangue. Specialmente dal punto di vista strumentale
abbiamo cercato di riprodurre tecniche e usare strumenti cari a questo ambito
musicale. Il matrimonio tra il nostro sound wave e quello shoegaze è avvenuto
nel migliore dei modi! Del resto anche il movimento indie affonda le sue radici
nel pop rock ottantiano. Gruppi come Cure, Talk Talk, Bauhaus, Virgin Prunes,
U2, Joy Division, hanno lasciato un'impronta fondamentale in tutti quei
musicisti che direttamente o indirettamente si sono formati negli anni Ottanta.
Questo spiega perché oggi ci siano così tante band innamorate di quel sound. Gli Interpol, i Rapture, come anche i Klimt 1918 sono composti da gente nata nella
seconda metà degli anni '70 che è stata svezzata proprio dall'electropop e dalla
new wave. Io e mio fratello ad esempio abbiamo comprato la nostra prima
musicassetta nel 1985. Si trattava di "Songs from the big chair" dei Tears For
Fears. Non avevamo nemmeno 10 anni eppure quelle melodie già riempivano le
nostre giornate. Come avremmo potuto ignorare tale background?
Cosa ha rappresentato
nella vostra formazione musicale/personale la fruizione dell'opera dei grandi
Katatonia? Pensate che tale tipo di 'metal emozionale' (Anathema, Dredg, Tool,
Deftones...) possa effettivamente incarnare il futuro del 'rock duro'?
Marco: I Katatonia hanno
rappresentato un momento fondamentale della mia/nostra formazione musicale.
Ancora oggi ricordo con assoluto piacere la prima volta che ascoltai il loro
"Dance of December Souls". Era il 1994, e all'epoca non esisteva nulla di
lontanamente paragonabile a quello proposto dal gruppo svedese. Avevano
ribaltato l'approccio chitarristico doom black e, soprattutto, con le loro
liriche avevano creato un immaginario esistenzialista che non aveva nulla a che
fare con le solite, banali suggestioni decadenti di altre band considerate
oscure. Diventarono il mio gruppo di riferimento e mi allontanarono
progressivamente dal metal. Le loro canzoni erano talmente tanto ricche di
influenze che in poco tempo mi ritrovai ad ascoltare anche Jeff Buckley, Tool,
Fields of Nephilim, Dead Can Dance, Sisters of Mercy e Cure. Secondo me un
gruppo è veramente grande quando ti costringe a crescere e ad ampliare i tuoi
ascolti. I Katatonia sono gli artefici della mia progressione. Grazie a loro ho
riscoperto le mie radici wave ed ho capito che suonare significava rendere il
proprio sound aperto alle influenze più diversificate. Non a caso i gruppi che
citi nella tua domanda (Anathema, Dredg, Tool, Deftones) hanno tutti la stessa
caratteristica: considerano l'ibridazione come un valore sostanziale del loro
sound ed insegnano ai loro fan che la musica non conosce barriere e religioni dell'appartenenza. Da questo punto di vista non si può non essere d'accordo con
te. Essi sono il futuro del rock duro.
I vostri testi
tradiscono in misura costante una componente nostalgica, un rimembrare
consapevole che sfocia spesso e volentieri in una 'messa in discussione' della
condizione e della personalità dei protagonisti: esiste uno sfondo psicanalitico
nell'esplicitazione della vostra arte? A vostro avviso, in quali termini tale
'catarsi' si trasmette nelle sensazioni di chi si pone all'ascolto?
Marco: Difficile rispondere a
questa domanda. Lo sfondo psicanalitico su cui si basa la musica dei Klimt 1918
forse dovrebbe essere analizzato da qualcuno che sia esterno al gruppo. Per
quanto mi riguarda, l'elemento fondante della musica e delle liriche che scrivo
rimane la coscienza della finitudine. Questa consapevolezza genera un'esistenza
continuamente proiettata verso il passato che trova nella nostalgia un
importante elemento di sfogo. Anche la speranza è un altro tema ricorrente nella
nostra musica. Considero questo sentimento come la più tragica delle fatalità
umane. Dalla speranza non si sfugge. Essa riempie gli animi quando ci sentiamo
sopravvissuti, ci obbliga a rialzarci in piedi anche quando siamo consapevoli
della fallacità della vita. L'esplicitazione di certi temi ha sicuramente una
funzione catartica. Non conosco invece le modalità attraverso cui tale catarsi
viene trasmessa ai nostri ascoltatori. Ognuno di loro è libero di trovare nella
nostra musica quello che vuole.
L'altra dimensione
distintiva del suono 'Klimt 1918' è quella onirica: fraseggi sognanti,
narrazione emotiva, scenari luminosi... Riprendendo il paradigma 'shoegaze',
quanto della vostra proposta può definirsi 'escapista', e quanto invece può
effettivamente riflettersi nella realtà del nostro tempo?
Marco: Hai toccato con la tua
domanda una questione importante. Io considero "Dopoguerra" come un album di
reazione, quindi di intervento spirituale e materiale nella vita di tutti i
giorni. E' un inno all'esserci, al partecipare, allo sperare. Però non esiste
partecipazione senza riflessione ed astrazione. Non c'è rinascita senza
nostalgia delle cose perse che non possono più tornare. La copertina del nostro
album la dice lunga sulla bivalenza dei sentimenti trasmessi dalla nostra
musica. Ritrae una ragazza su un tetto, intenta a guardare l'orizzonte. La sua
figura si staglia sul tramonto, è quasi imperiosa e comunica una certa volontà
di svettare, imporsi, sovrastare. Ma la sua postura tradisce anche il sogno
interiore, il ricordo, le insicurezze che l'attanagliano un minuto prima di
scendere in strada e confondersi con l'umanità. Elevarsi sopra il mondo, sui
tetti, significa isolarsi da esso. E' una strategia per riposizionarsi al suo
interno, per trovare la giusta collocazione, il giusto slancio. La musica dei Klimt 1918 dunque ha sicuramente un'anima escapista-shoegaze, ma trova la sua
dimensione nel superamento del sogno. Potrei dire addirittura che è l'onirismo a
suggerire la partecipazione verso il reale. Non viceversa, come molti credono.
Anche la successione dei nostri album conferma questa tendenza. "Undressed
Momento" è malinconico, nostalgico. Si riferisce alla sfera privata dei sogni e
delle rimembranze. "Dopoguerra" invece è un disco di azione. Più diretto, più
rock, più grezzo. E' l'album della contemplazione e della successiva
partecipazione.
Cito dall'artwork
dell'album: 'It's not postwar, it's just another war'. A vostro parere, il
principio di 'tregua' risulta automaticamente avulso nel contesto del nostro
quotidiano? E' possibile, in una qualche maniera, sfuggire a questa successione
di 'conflitti' che regola inesorabilmente le nostre vite?
Marco: La tregua è il simbolo
della fallacità umana. E' la realtà sottaciuta dalla speranza. Non è quindi un
contesto avulso dal quotidiano ma il suo esatto contrario. Noi viviamo una
realtà che non è mai definitiva. Non esiste la pace duratura. L'individuo che si
rialza in piedi dopo la sofferenza che la guerra gli ha inferto guarda lontano,
si rimbocca le maniche colmo di speranza ma in cuor suo sa che la sua condizione
è una parentesi, una tregua prima di un male ulteriore e forse più intenso. Per
rispondere alla tua domanda, secondo me non esiste un modo per sfuggire alla
successione di conflitti che regola l'esistenza umana. Senza un conflitto da
superare non ci sarebbe storia. Senza storia, non ci sarebbe progresso, né
superamento. Siamo condannati a sperare e, in virtù di questo, ad esercitare la
nostra tragicità. Un po' come succede agli eroi sofoclei...
La proposta dei Klimt
1918 viene sovente definita come 'postmoderna', esaltandosi nell'ibridazione dei
contenuti. Paradossalmente, ho l'impressione che una base cospicua dei vostri
fan sia di derivazione metal, genere musicale spesso accusato di immobilismo e
piglio reazionario. Come vi situate rispetto ad un tale scenario?
Marco: E' vero, molta della
gente che ascolta i Klimt 1918 viene da ambiti metal. Bisogna però sottolineare
come siano diventati flebili e permeabili i confini di questo genere musicale.
Io sono fermamente convinto che il metal sia sempre più un punto di partenza,
una categoria stilistica svuotata di significato, nel cui interno possono
germogliare influenze e sonorità diversificate. Certo esistono frange di
ascoltatori particolarmente esclusivisti che ancora seguono un ideale di purezza
e tradizione, ma è nulla se paragonato ai milioni di ascoltatori che condividono
la natura trasversale di questo genere. Sarei molto contento se un giorno
sapessi di aver contribuito a rendere più permeabile l'identità del metal. E' un
obiettivo questo che i Klimt 1918 perseguono da quando si sono formati.
In linea di massima,
le proposte musicali odierne (di qualunque genere) sembrano inclini al
riciclaggio/re-interpretazione di stilemi consolidati: ciò ha fatto sì che il
mercato discografico risulti sempre più settorializzato (metal, pop, techno,
eccetera), al fine di poter controllare e 'marketizzare' il consumatore a
proprio piacimento. Voi da che parte state? Esiste, a vostro avviso, un pubblico
'postmoderno' pronto per una musica 'postmoderna'?
Marco: Io penso che la musica
come il pubblico postmoderni esistano già da alcuni anni. Se non fosse così, band
come Opeth, Katatonia, Anathema, Deftones, Korn, Tool, Dredg, A Perfect Circle
(per non parlare di Black Eyed Peas, Neptunes e altri 200 gruppi che ibridano
hip-hop, dance, funky, reggae) non godrebbero del successo che invece
puntualmente raccolgono. Semmai quelli che danno l'impressione di non essere
preparati al postmodernismo sono i massmedia, soprattutto quelli overground al
servizio delle major. Essi, ligi alle regole di mercato che esigono chiarezza,
semplicità e sintesi, sono costretti a raggruppare in categorie artisti
stilisticamente sempre più 'meticci'.
"Dopoguerra" vede la
luce per tramite della label Prophecy Productions e rappresenta un salto di qualità in termini di
visibilità sul mercato mondiale. Come si è delineato il
passaggio dalla valida My Kingdom Music alla nuova realtà teutonica? Si tratta
di un deal temporaneo, oppure avete programmato la collaborazione soprattutto in
chiave futura?
Marco: La scorsa estate abbiamo
ricevuto una mail dalla Prophecy che si dimostrava molto interessata ai Klimt
1918. Martin Koeller, il responsabile di questa etichetta, aveva ascoltato "Undressed
Momento" e gli era piaciuto così tanto che aveva deciso di metterci sotto
contratto. Noi siamo rimasti piacevolmente colpiti dal suo entusiasmo. La Prophecy
è una 'cult label' che annovera nel suo rooster band veramente molto
interessanti come The 3rd and The Mortal, In The Woods..., Green Carnation e Antimatter.
Collaborare con essa avrebbe rappresentato un notevole passo in avanti per noi.
Così, anche grazie al benestare di Francesco Palumbo della My Kingdom, che ci ha
lasciati andare nonostante il nostro contratto prevedesse la realizzazione di
due album, abbiamo firmato per la casa discografica tedesca. Il nostro deal non
è temporaneo, ma vale per un numero prestabilito di album. La Prophecy è interessata esclusivamente a collaborazioni a lungo termine.
Quali sono i vostri
prossimi progetti in sede 'live'? Quanto è importante per voi il contesto
scenico e cosa è lecito attendersi, dal punto di vista del pubblico, assistendo
ad un concerto dei Klimt 1918?
Marco: Questa estate saremo
impegnati in un piccolo tour europeo che comprenderà anche la partecipazione ad
alcuni importanti festival come il M'Era Luna ed il Cry for Happiness. In autunno
suoneremo ancora all'estero e soprattutto inizieremo a girare l'Italia. La
dimensione live è molto importante per noi. E' una sorta di verifica personale
che ci aiuta ad acquistare coscienza delle nostre possibilità come dei nostri
punti deboli. Fino ad ora i Klimt 1918 hanno suonato poco dal vivo quindi ancora
non saprei dirti cosa il pubblico potrebbe aspettarsi da noi. Posso dirti che
sul palco cerchiamo di essere professionali offrendo una prestazione e dei suoni
all'altezza del nostro disco. Ma ci piace anche regalare al pubblico qualcosa di
insolito, come ad esempio delle cover. Attualmente proponiamo una versione
completamente stravolta di "By this river" di Brian Eno ed i responsi fino ad
adesso sono stati più che positivi. In futuro si vedrà... Abbiamo intenzione di
arricchire il nostro set con altri 'adattamenti'...
L'avvento dei Klimt
1918 è stato salutato da un incredibile passaparola su Internet, che ha senza
dubbio contribuito a far conoscere la vostra musica ad un pubblico più vasto. In
quali termini, a vostro avviso, la 'grande rete' (webmagazine, blog, forum,
P2P...) sta rivoluzionando le scelte degli ascoltatori, nel passato generalmente
'ispirate' dalla stampa (cartacea) 'specializzata'?
Marco: Internet, attraverso i
sistemi P2P dà ai suoi utenti l'enorme possibilità di ascoltare le canzoni di un
cd senza comprarlo. Questa è l'innovazione che più di tutte ha rivoluzionato le
scelte degli ascoltatori. Un tempo ci si doveva fidare dei recensori, oggi una
buona parte del materiale audio edito su questo pianeta è scaricabile. Io penso
che il file sharing sia indispensabile per i gruppi emergenti, ma al tempo
stesso credo rappresenti un ostacolo piuttosto grande per l'industria
discografica underground, quella che per intenderci produce gruppi senza muovere
capitali enormi. Le persone che scaricano un album di un'etichetta indipendente
e poi non lo comprano mettono a repentaglio la vita di molte band come la
nostra, che basano la loro sopravvivenza proprio sui necessari traguardi
commerciali raggiunti attraverso le vendite. Senza introiti, i Klimt 1918 non
avrebbero soldi a disposizione per registrare un nuovo album e sarebbero
costretti a tornare ad essere una demo band (con tutti i sacrifici e le enormi
limitazioni che questa situazione determinerebbe).
Un'ultima domanda: c'è
un film (recente) che vi ha particolarmente colpito nell'ultimo periodo? Se sì,
quale e per quale motivo?
Marco: Il film che negli ultimi
tempi mi ha colpito di più è stato "Un'ora sola ti vorrei" di Alina Marazzi,
una specie di bio/documentario che la regista ha dedicato alla madre Liseli
morta suicida a 33 anni quando lei era ancora una bambina. E' un ritratto
struggente realizzato usando tanti frammenti diversi: filmati in super 8,
fotografie, documenti, cartelle cliniche. Tutto il materiale necessario per
ripercorrere la vita di una donna come le altre, che cresce, si sposa, ha dei
figli e all'improvviso si ammala di depressione. L'atmosfera di "Un'ora sola ti
vorrei" è talmente intrisa di amore e nostalgia che mi ha lasciato senza
parole. Di fronte ad una tale compilazione di momenti privati è impossibile non
commuoversi e non armonizzarsi ai sentimenti profondi di Alina.
Grazie per il vostro
tempo!
Marco: Grazie a te Michele e a
tutti gli amici di Sensorium. Speriamo di incontrarvi tutti un giorno... Magari
ad un nostro concerto!
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