Manchester o New York? No, Roma.
Arrivano ancora buone nuove dallo Stivale, e dopo gli exploit di
Jennifer Gentle e
Settlefish, stavolta è il turno della
dark-wave dei Klimt 1918. Grazie anche al coraggio di un'etichetta
straniera (tedesca nella fattispecie) come la Prophecy, possiamo
assistere oggi all'opera di scardinamento di quell' immobilismo che per
anni non ha permesso ai gruppi nostrani di valicare le alpi e di godere
di un minimo di visibilità in ambito internazionale.
Questa band capitolina, con un passato che affonda le proprie radici nel
metal, si affaccia al fatidico secondo album forte di una serie di
canzoni solide come rocce ed equamente divise tra dark-wave ("Snow
of '85") - quelle valsegli gli accostamenti ai colleghi
Interpol - ed un pop chitarristico alla
U2 prima maniera ("They
were wed by the sea").
Brani che rivelano la maestria dei quattro nell'intrecciare
arrangiamenti stratificati e complessi intorno a melodie di rara presa e
freschezza, riuscendo nel difficile compito di non affossarle, anzi
esaltandole. Potendo far
affidamento su una colonna vertebrale incrollabile, magistralmente
sostenuta da un drumming perpetuo, il gruppo sembrerebbe però adagiarsi
col passare dei minuti, favorendo qualche calo di concentrazione ed
offrendo terreno fertile al pericoloso spettro della monotonia.
Tutto infatti gravita intorno al rodato espediente della tensione tenuta
al guinzaglio e liberata, facendola deflagrare in prossimità delle
aperture epiche e magniloquenti del ritornello, in un continuo gioco di
pieni-vuoti che, pur funzionando a meraviglia nella riuscitissima
"Rachel", alla lunga mostra la corda
("Lomo", "Sleepwalk in Rome").
Nulla di grave comunque, poiché con tali doti compositive è difficile
non prevedere (e augurare) loro un fulgido futuro, finanche oltremanica
o oltreoceano, magari facendosi promettere - come contropartita - di
liberarsi dagli eccessi enfatici che talvolta ne soffocano l'indole
melodica.