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Chi ha passato gli ultimi mesi a dormire (a parte quelli estivi, nei quali
personalmente vado in letargo...) probabilmente si è perduto quella strana
operazione anche detta 'My Kingdom Music alla riscossa!'... Trattasi di una
etichetta salernitana in via di maturazione che continua a sfornare eroicamente
gioiellini di gothic metal tutt'altro che trascurabili! Il più brillante degli
ultimi gioielli propostici si chiama "Undressed Momento", album dei romani Klimt
1918.
Se amate i Novembre e tutta la scena goth/wave in salsa metal, e ancora non li
avete sentiti, allora siete dei somari!! Smettete di leggere e correte ad
ascoltarlo! Altrimenti, se li conoscete e volete approfondire (o se non vi
fidate e volete saperne di più), allora continuate pure a leggere.
Perché proprio Klimt, e perché proprio l'anno della sua morte?
Cosa vi ha
portato a scegliere questo nome?
Marco: La data 1918 ha un doppio significato. E' l'anno della febbre spagnola in
Europa, la terribile epidemia che stermina centinaia di migliaia di persone e
uccide, tra gli altri, Egon Schiele. E' anche l'anno che sancisce la fine della
prima guerra mondiale, e quindi, del vecchio secolo. Secondo Hobsbavn, un famoso
storico svedese, il Novecento è nato proprio in questo anno. Mi piaceva l'idea
di celebrare con il nome Klimt il punto di contatto tra ciò che finisce e ciò
che comincia: il classicismo ottocentesco sostituito dall'espressionismo e dalle
sue paure, le sue passioni. I Klimt 1918 suonano musica espressionista. Il loro
obiettivo è toccare animi macilenti con melodie altrettanto scarne.
Cosa vi è rimasto del vostro passato, dall'esperienza degli Another Day?
Vi
va di raccontarci un po' il vostro cammino?
Alessandro: Non ti posso dire molto in quanto io sono entrato a suonare nei Klimt nell'Aprile del 2002, quindi pochi mesi prima di registrare "Undressed
Momento". Ho comunque sempre seguito da ascoltatore gli Another Day sin dal
primo demo "Youth", e a mio parere considero i Klimt 1918 la logica evoluzione
musicale e concettuale di quel sound. E' rimasto sicuramente il forte desiderio
di comporre musica semplice all'ascolto ma allo stesso tempo profonda e
malinconica a livello espressivo ed emotivo.
Come vi trovate nella squadra della My Kingdom Music? Lodi? Lamentele?
Alessandro: Molto bene! Per ora la promozione ci sta soddisfacendo appieno. Forse la
distribuzione è ancora un po' carente, visto che in alcuni negozi non è
possibile trovare il nostro cd, speriamo che da questo punto di vista la
situazione migliori. Comunque Francesco si sta veramente dando molto da fare per
noi!
Cosa si cela dietro l'introduzione del vostro album? Cosa intendete
comunicarci?
Alessandro: L'intenzione era quella di ricreare un momento 'spogliato', una piccola
frazione di vita quotidiana dove ci si abbandona a se stessi e ci si perde. A
molti è piaciuto, alcuni invece sono rimasti un po' titubanti. (e io, anche
se loro non me lo vogliono dire, nel frattempo ho visto "Gummo", film
dell'iper-realista americano Harmony Korine, e durante i titoli di testa si può
udire la filastrocca che è l'intro del disco in questione!... eheheheh... - ndMoonFish).
E cosa ci dicono invece quelle voci che si possono sentire in "We don't
need no music"? Cosa c'è di particolare per voi in quel brano? E' l'unico che, oltre
a contenere questi campionamenti, ha anche un incipit in italiano.
Marco: Le voci appartengono ad Antonine Artaud, il grande teorico francese autore di
opere visionarie come il "Manifesto del Teatro della Crudeltà" e "Van Gogh o il
Suicidato della Società". Abbiamo usato stralci dell'ultima trasmissione
radiofonica del 1947 a cui prese parte: una lunga invettiva contro il mondo
occidentale e i suoi simboli intitolata "Per farla finita col giudizio di Dio".
Artaud la registrò poche settimane dopo essere uscito dal manicomio dove rimase
rinchiuso a lungo e dove venne sottoposto a durissime sedute di elettroshock. Le
declamazioni di Artaud sono assolutamente farneticanti ma contengono dei picchi
emozionali elevatissimi.
All'inizio di "We don't need no music" la voce narrante dice: "Ho capito che il
passato, il presente, la dimensione, il divenire, il futuro, l'avvenire,
l'essere, il non essere, l'io, il non io, non significano più nulla per me". Una
frase struggente, desolante, perfettamente in linea con il mood sospeso e
disperato del pezzo che è un'osservazione sull'amore che finisce.
La scelta dell'italiano è stata puramente casuale. Mi piaceva molto la
musicalità di quella strofa così ho deciso di inserirla senza tradurla in
inglese. Non c'è stato nulla di premeditato.
Perché?! Perché avete usato quel vocoder in "Naif Watercolour"?!?!
Alessandro: Ci piacciono alcuni famosi singoli di Cher e degli Eiffel 65, abbiamo provato
a ricreare quel sound!
Marco: Un tributo alla dance italiana ed internazionale che da sempre esercita il
suo fascino sui Klimt 1918, era necessario.
(mmm... è una candid camera? - ndMoonFish)
Come ritenete sia più opportuno ascoltare "Stalingrad Theme"? Con lo sguardo
rivolto al passato, al presente o al futuro?
Marco: "Stalingrad Theme" incarna più di altre canzoni quella che noi definiamo post-modern music, ovvero un genere assolutamente ibrido che risente di diverse
influenze senza ricordare però qualcosa in particolare. Le chitarre e la
batteria suonano death metal ma la voce è pulita e il brano risulta molto
melodico. Stalingrad è il passato che incontra il presente per proiettarsi
insieme ad esso nel futuro.
C'è un filo conduttore nei vostri testi, o comunque nello spirito che c'è
dietro ai vostri pezzi?
Se sì, vi va di parlarne?
Marco: Il tema dominante è rappresentato dall'adolescenza, come momento ideale,
eterno della vita di ogni individuo. L'elegia di Mimnermo, insomma, che riflette
sulla giovinezza, simbolo della caducità dell'esistenza. Non c'è disperazione ma
solo nostalgia, il susseguirsi dei ricordi belli e brutti che assumono connotati
sempre più godibili ed al tempo stesso efferati con il passare del tempo.
"If only you could see me now" e "Pale Song" sono invece due liriche
profondamente politiche. La prima scaturita dalla mia personale esperienza
genovese durante il G8, la seconda dedicata ai Fedayn palestinesi che,
espropriati della loro terra e costretti al martirio, invocano Israphel,
l'angelo di fuoco della tradizione coranica, che incanta e fa dimenticare la
sofferenza terrena con la sola forza delle sue melodie.
Vi sentite più debitori della scena gothic/wave/metal o dei Police?
Oppure vi
sentite del tutto privi di debiti?
Alessandro: Di entrambe, sono parti integranti del nostro sound. Non penso oggigiorno
esistano gruppi che siano privi di debiti e influenze musicali.
Avete già dei nuovi pezzi in lavorazione? Potete darci qualche anticipazione
su ciò che ne sta venendo fuori?
Alessandro: Abbiamo in cantiere l'intero prossimo disco, anche se attualmente di pezzi
finiti e arrangiati ce ne sono solamente tre.
Marco: Immaginate i vecchi U2 sconvolti da batteria doppia cassa e chitarre
distorte, e vi sarete fatti un'idea del nuovo materiale.
Con la vostra apparizione credo che la scena italiana abbia guadagnato
parecchi punti. Voi che risposta avete notato al vostro lavoro dal pubblico
italiano e straniero?
Alessandro: Per ora ci sono pervenute solo recensioni da magazines e fanzines italiane,
tutte estremamente positive!! Siamo però veramente curiosi di vedere come sarà
recepito e giudicato il nostro album all'estero, siamo in attesa di feedback
quindi.
Come ci si sente ad essere italiani di questi tempi, facendo poi quello che
fate?
Marco: Francamente non so cosa risponderti. Non mi sento molto caratterizzato dalla
mia nazionalità. Però sono contento che qui in Italia ci siano così tante bands
interessanti finalmente riconosciute all'estero. Significa che tutti i nostri
sforzi sono valsi a qualcosa.
Le ultime parole famose?
"Braciere argentino, brace profonda
Con la musica della sua interore forza
Brace traforata, liberata, scorza
Impegnata a liberare i suoi mondi."
(Antonine Artaud)
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