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Prosegue la via
italiana al rock sapiente, accorato, morbido e un po' nostalgico,
dolcemente gotico, perfino ipnotico. E prosegue bene, con il secondo
lavoro dei Klimt 1918, dopo il debutto già più che sorprendente di "Undressed
Momento" del 2003. Se nel disco precedente mancava ancora qualcosa di
indefinito alla formula del quartetto romano per giungere ad un livello di
intensità e di personalità distintivo, in questa sede si calca la mano
sulle chitarre (new)wave e sull'urgenza made in England. Il suono acquista
carattere e mordente anzitutto in virtù della sua immediata incisività:
colpisce, soprattutto negli inni come "They were wed by the sea" (che si
giova sia dell'impeto Brit-rock che delle aperture elegiache del prog) e "Snow
of '85" (col ritmo più sostenuto e un Marco Soellner più drammatico),
strabilia per come pathos e rilascio emotivo si susseguano, di come una
tensione minima, ma incessante ceda all'assoluzione dei sentimenti, al
viatico del cuore e della commozione. A questo senso di travaglio e
smarrimento fa da contraltare una dimensione più sognante e poetica, densa
di nebbie avvolgenti, come in "Dopoguerra" (tra riflessi shoegaze, un
basso fluttuante e gli intrecci psichedelici minimali a metà tra My Bloody
Valentine e Jesus and Mary Chain), "Rachel" (postmodernariato per
definizione, solenne e sacrale nei suoi riverberi, carico di chitarre come
di memorie Interpol) e "Lomo" (dal crescendo pulsante e dalle
stratificazioni su stratificazioni à la Katatonia). Il disco vive dunque
di questa alternanza di toni, con "Because of you, tonight" e "Sleepwalk
in Rome" a calcare la mano su riff incisivi, ritmi elaborati e stop and go
basilari; e ancora "Nightdriver" a svelare la parte più sentimentale del
quartetto nostrano, tra i vocalizzi degli Elbow più trasognati e quelli
degli Anathema più romantici. Su tutto, protagoniste assolute, assieme
alla declamante ed epica voce del cantante, sono le chitarre di Alessandro
Pace, debitrici tanto dell'ultimo (e penultimo) rock britannico nelle
dinamiche quanto dei campioni goth, sui cui ricami e livelli si costruisce
ogni singolo brano. "Dopoguerra" va oltre ogni aspettativa: forte dei
plausi (quasi) unanimi di pubblico e critica, il disco assume
meritatamente lo status di piccolo culto del rock tricolore da custodire
con devozione.
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