Klimt 1918 "Dopoguerra"

::: Recensione tratta da Silent Scream 'zine, 06/01/2006 ::: 
Genere: Rock  



Prosegue la via italiana al rock sapiente, accorato, morbido e un po' nostalgico, dolcemente gotico, perfino ipnotico. E prosegue bene, con il secondo lavoro dei Klimt 1918, dopo il debutto già più che sorprendente di "Undressed Momento" del 2003. Se nel disco precedente mancava ancora qualcosa di indefinito alla formula del quartetto romano per giungere ad un livello di intensità e di personalità distintivo, in questa sede si calca la mano sulle chitarre (new)wave e sull'urgenza made in England. Il suono acquista carattere e mordente anzitutto in virtù della sua immediata incisività: colpisce, soprattutto negli inni come "They were wed by the sea" (che si giova sia dell'impeto Brit-rock che delle aperture elegiache del prog) e "Snow of '85" (col ritmo più sostenuto e un Marco Soellner più drammatico), strabilia per come pathos e rilascio emotivo si susseguano, di come una tensione minima, ma incessante ceda all'assoluzione dei sentimenti, al viatico del cuore e della commozione. A questo senso di travaglio e smarrimento fa da contraltare una dimensione più sognante e poetica, densa di nebbie avvolgenti, come in "Dopoguerra" (tra riflessi shoegaze, un basso fluttuante e gli intrecci psichedelici minimali a metà tra My Bloody Valentine e Jesus and Mary Chain), "Rachel" (postmodernariato per definizione, solenne e sacrale nei suoi riverberi, carico di chitarre come di memorie Interpol) e "Lomo" (dal crescendo pulsante e dalle stratificazioni su stratificazioni à la Katatonia). Il disco vive dunque di questa alternanza di toni, con "Because of you, tonight" e "Sleepwalk in Rome" a calcare la mano su riff incisivi, ritmi elaborati e stop and go basilari; e ancora "Nightdriver" a svelare la parte più sentimentale del quartetto nostrano, tra i vocalizzi degli Elbow più trasognati e quelli degli Anathema più romantici. Su tutto, protagoniste assolute, assieme alla declamante ed epica voce del cantante, sono le chitarre di Alessandro Pace, debitrici tanto dell'ultimo (e penultimo) rock britannico nelle dinamiche quanto dei campioni goth, sui cui ricami e livelli si costruisce ogni singolo brano. "Dopoguerra" va oltre ogni aspettativa: forte dei plausi (quasi) unanimi di pubblico e critica, il disco assume meritatamente lo status di piccolo culto del rock tricolore da custodire con devozione.

(Flavio Ignelzi - Voto: 8/10)

... leggi anche le recensioni di "Undressed Momento" e di "Just in case we'll never meet again"
tratte Silent Scream, nonché una vecchia intervista!