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Mi perderò già lo so.
Sarò inutile anche stavolta, ma il problema non sarà mio.
Succede di camminare e ritrovarsi lontani. Da cosa? Lontani. Nessun legame
eppure parole e oggetti non sconosciuti. Muoversi stringendo gli occhi per
tenerli chiusi nonostante il vento e arrivare dove le strade non hanno
nome. Domani percorreremo altri sentieri ma oggi siamo trascinati,
ancora una volta, dalla musica dei Klimt 1918.
Il viaggio per giungere nelle terre illogiche, tra le stagioni del 'dopo',
si snoda lungo note nuove, tra echi ondose, memori degli anni '80, e suoni
aperti da predisposizioni indie.
Inutile voltarsi a guardare indietro, o cercare idoli decaduti: i Klimt
1918 concepiscono musica loro, la strutturano intorno a pensieri precisi e
personali. Architetti capaci di edificare edifici sonori, protesi in
avanti, verso un futuro oltre le definizioni.
Un avvenire immerso nel post, e nel suo contrario.
"Dopoguerra" è diverso, molto diverso da "Undressed Momento" o "Secession
makes post-modern music". "Dopoguerra" è il passo che la gamba
dell'evoluzione spinge in là, oltre, scavalcando le aspettative. I Klimt
mettono le mani sopra il telo nebuloso della musica e sopra le loro
volontà, tirano con forza e strappano. Ma non del tutto. Rimane, dei due
precedenti lavori, l'intento, la forza, la spinta. Ora i Klimt entrano
pienamente nel post-moderno musicale. Fondono nelle chitarre, nei break,
nella voce, nelle latenti doppie casse, citazionismo ed individualismo.
Ho ascoltato più volte "Dopoguerra", anzi ci sono giorni in cui
intraprendo il viaggio klimtiano alla ricerca delle strade senza nome,
senza mai interrompere il mio errare. L'ho ascoltato godendo in pieno
della forza, della speranza e della negazione. Sentimenti che permeano
ogni brano del disco.
L'ho sentito vivendo il concetto che la parola dopoguerra cela
solo ai ciechi. "Dopoguerra" come spazio temporale interiore ed estetico,
ecologia dell'io. Periodo della ricostruzione, delle prospettive, dello
sforzo, della luce. Altalena del percepire, sospirando tra le difficoltà
di muoversi tra le macerie -lasciate da una qualsiasi distruzione- e
l'impulso, inebriante, di ritornare alla vita.
"Dopoguerra" esprime questo vortice ambizioso, incastonando la
meravigliosa e ariosa voce di Marco Soellner tra chitarre che potrebbero
essere suonate in alcuni frammenti da The Edge o da Paul Banks. Sì, gli U2
e gli Interpol possono servire ai malfidati per avere un qualche punto di
riferimento. I The Cure? Sì, anche loro. Ma lo dico solo per invogliare
gli individui che cercano la propria identità musicale dentro ad una
fotocopiatrice (dovreste, in verità, sapere che questo non è posto per
voi. Non avrete soddisfazione).
Il tragitto porterà ogni ascoltatore alla propria metà, probabilmente in
pochi si incontreranno o saranno capaci di ascoltarsi. L'emotività che la
musica dei Klimt è capace di generare è una delle armi più affilate che io
mi sia mai ritrovata puntata contro. Si rimane turbati da tanta
sensibilità, da come si viene trascinati in stato ipnotico dalle note. I
Klimt sono maestri nel pizzicare le corde del sentire, perché scrivono
musica impregnata del, loro, sentire. "Rachel" è la dimostrazione di come
i Klimt siano capaci di un songwriting assolutamente coinvolgente. La
traccia racconta in maniera assolutamente personale della vicenda,
drammatica, di Rachel Carrie, ragazza americana attivista dell'International
Solidarity Movement, morta in medio oriente. Musicalmente è forse la
composizione più intricata, più progressiva. Capace di scalare differenti
stati dell'animo, seguendo ed arrancando dolorosamente dietro i passi di
Rachel, di un ideale ucciso da un bulldozer.
Il capolavoro è "Snow of '85". Forse il ponte che unisce "Undressed
Momento" con "Dopoguerra", di sicuro una delle composizioni più belle dei
Klimt. I richiami ad una nevicata indimenticata, legata a doppia mandata
al periodo dell'adolescenza trasognante. Batteria e basso sembrano segnare
i tempi della caduta dei fiocchi di neve, e Marco intreccia la sua voce
con le chitarre, apparendo e scomparendo fino ai potenti break. Ogni nota
è al suo posto, ogni interpretazione è valida, ogni ricordo è vero.
Meravigliosa.
"Sleepwalk in Rome" è l'unica conclusione possibile per un viaggio così
denso. Una canzone che sale, sale, strizzando il pathos fino ad esplodere
dolcemente, senza violenza nelle parole in italiano (le uniche) finali.
Parole che rivelano in pieno l'oniricità che ispira Marco Soellner nei
suoi scritti, parole che narrano di pensieri nati durante il black out
nella prima notte bianca romana.
Mi fermo perché non è questo il posto delle analisi comparate o delle
radiografie.
Mi resta da segnalare che "Dopoguerra" esce anche in edizione Luxus. C'è
una differenza di prezzo non minima, ma i danari saranno ottimamente
spesi. Ve lo dice chi ce li ha messi di tasca propria e l'ha fatto senza
pensarci per un secondo. Nel secondo disco troverete molti contenuti
multimediali. Interviste, spiegazioni, commenti, foto: ma la cosa più
importante è che troverete dei pezzi inediti di grande spessore ("Cry a
Little" in pieno stile The Cure) o versioni alternative. La confezione in
digipak è un'ottima lavorazione, così come l'artwork, che colpisce da
subito l'occhio. Segno che i Klimt 1918 curano ogni particolare, rendendo
preziosa ogni singola idea.
Marco Soellner: Guitar/Vocals
Paolo Soellner: Drums
Alessandro Pace: Guitars
Davide Pesola: Bass
Segnatevi questi nomi: tra pochi mesi saranno i punti
cardinali di un'Italia capace di andare oltre i generi, partendo proprio
da quelli.
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