Klimt 1918 "Dopoguerra"

::: Recensione tratta dal blog Soundscape, 27/05/2005 :::



Mi perderò già lo so.
Sarò inutile anche stavolta, ma il problema non sarà mio.
Succede di camminare e ritrovarsi lontani. Da cosa? Lontani. Nessun legame eppure parole e oggetti non sconosciuti. Muoversi stringendo gli occhi per tenerli chiusi nonostante il vento e arrivare dove le strade non hanno nome. Domani percorreremo altri sentieri ma oggi siamo trascinati, ancora una volta, dalla musica dei Klimt 1918.
Il viaggio per giungere nelle terre illogiche, tra le stagioni del 'dopo', si snoda lungo note nuove, tra echi ondose, memori degli anni '80, e suoni aperti da predisposizioni indie.
Inutile voltarsi a guardare indietro, o cercare idoli decaduti: i Klimt 1918 concepiscono musica loro, la strutturano intorno a pensieri precisi e personali. Architetti capaci di edificare edifici sonori, protesi in avanti, verso un futuro oltre le definizioni.
Un avvenire immerso nel post, e nel suo contrario.
"Dopoguerra" è diverso, molto diverso da "Undressed Momento" o "Secession makes post-modern music". "Dopoguerra" è il passo che la gamba dell'evoluzione spinge in là, oltre, scavalcando le aspettative. I Klimt mettono le mani sopra il telo nebuloso della musica e sopra le loro volontà, tirano con forza e strappano. Ma non del tutto. Rimane, dei due precedenti lavori, l'intento, la forza, la spinta. Ora i Klimt entrano pienamente nel post-moderno musicale. Fondono nelle chitarre, nei break, nella voce, nelle latenti doppie casse, citazionismo ed individualismo.
Ho ascoltato più volte "Dopoguerra", anzi ci sono giorni in cui intraprendo il viaggio klimtiano alla ricerca delle strade senza nome, senza mai interrompere il mio errare. L'ho ascoltato godendo in pieno della forza, della speranza e della negazione. Sentimenti che permeano ogni brano del disco.
L'ho sentito vivendo il concetto che la parola dopoguerra cela solo ai ciechi. "Dopoguerra" come spazio temporale interiore ed estetico, ecologia dell'io. Periodo della ricostruzione, delle prospettive, dello sforzo, della luce. Altalena del percepire, sospirando tra le difficoltà di muoversi tra le macerie -lasciate da una qualsiasi distruzione- e l'impulso, inebriante, di ritornare alla vita.
"Dopoguerra" esprime questo vortice ambizioso, incastonando la meravigliosa e ariosa voce di Marco Soellner tra chitarre che potrebbero essere suonate in alcuni frammenti da The Edge o da Paul Banks. Sì, gli U2 e gli Interpol possono servire ai malfidati per avere un qualche punto di riferimento. I The Cure? Sì, anche loro. Ma lo dico solo per invogliare gli individui che cercano la propria identità musicale dentro ad una fotocopiatrice (dovreste, in verità, sapere che questo non è posto per voi. Non avrete soddisfazione).
Il tragitto porterà ogni ascoltatore alla propria metà, probabilmente in pochi si incontreranno o saranno capaci di ascoltarsi. L'emotività che la musica dei Klimt è capace di generare è una delle armi più affilate che io mi sia mai ritrovata puntata contro. Si rimane turbati da tanta sensibilità, da come si viene trascinati in stato ipnotico dalle note. I Klimt sono maestri nel pizzicare le corde del sentire, perché scrivono musica impregnata del, loro, sentire. "Rachel" è la dimostrazione di come i Klimt siano capaci di un songwriting assolutamente coinvolgente. La traccia racconta in maniera assolutamente personale della vicenda, drammatica, di Rachel Carrie, ragazza americana attivista dell'International Solidarity Movement, morta in medio oriente. Musicalmente è forse la composizione più intricata, più progressiva. Capace di scalare differenti stati dell'animo, seguendo ed arrancando dolorosamente dietro i passi di Rachel, di un ideale ucciso da un bulldozer.
Il capolavoro è "Snow of '85". Forse il ponte che unisce "Undressed Momento" con "Dopoguerra", di sicuro una delle composizioni più belle dei Klimt. I richiami ad una nevicata indimenticata, legata a doppia mandata al periodo dell'adolescenza trasognante. Batteria e basso sembrano segnare i tempi della caduta dei fiocchi di neve, e Marco intreccia la sua voce con le chitarre, apparendo e scomparendo fino ai potenti break. Ogni nota è al suo posto, ogni interpretazione è valida, ogni ricordo è vero. Meravigliosa.
"Sleepwalk in Rome" è l'unica conclusione possibile per un viaggio così denso. Una canzone che sale, sale, strizzando il pathos fino ad esplodere dolcemente, senza violenza nelle parole in italiano (le uniche) finali. Parole che rivelano in pieno l'oniricità che ispira Marco Soellner nei suoi scritti, parole che narrano di pensieri nati durante il black out nella prima notte bianca romana.
Mi fermo perché non è questo il posto delle analisi comparate o delle radiografie.
Mi resta da segnalare che "Dopoguerra" esce anche in edizione Luxus. C'è una differenza di prezzo non minima, ma i danari saranno ottimamente spesi. Ve lo dice chi ce li ha messi di tasca propria e l'ha fatto senza pensarci per un secondo. Nel secondo disco troverete molti contenuti multimediali. Interviste, spiegazioni, commenti, foto: ma la cosa più importante è che troverete dei pezzi inediti di grande spessore ("Cry a Little" in pieno stile The Cure) o versioni alternative. La confezione in digipak è un'ottima lavorazione, così come l'artwork, che colpisce da subito l'occhio. Segno che i Klimt 1918 curano ogni particolare, rendendo preziosa ogni singola idea.
Marco Soellner: Guitar/Vocals
Paolo Soellner: Drums

Alessandro Pace: Guitars
Davide Pesola: Bass

Segnatevi questi nomi: tra pochi mesi saranno i punti cardinali di un'Italia capace di andare oltre i generi, partendo proprio da quelli.

(Virus - Voto: 9.5/10)

... leggi anche la recensione di "Undressed Momento" tratta da Soundscape!

Novembre/Klimt 1918/Roow with a View - Roma, Alpheus, 25/05/2006
Live report tratto da Soundscape!