|
Basta un giorno. Un giorno uguale, spiccicato ad un qualunque altro per
perdere ogni coordinata musicale. Basta un giorno sì, ma anche meno, molto
meno. Un'ora forse. Il tempo diventa una pasta malleabile, sformandosi in
una relatività che tutto allunga e tutto strapazza. Bastano tre quarti
d'ora perché la vita afferri il piccone e distrugga ogni impalcatura
musicale e ogni limite temporale. Bastano pochi minuti, poi, per
ritrovarsi oltre. Al di là di ogni ipotetico confine tra le arti. Entrare
in un flusso che lega e slega immagini, quadri, note, foto sbiadite,
strumenti, pennelli.
Bastano una decina di secondi per disperdersi e diventare nebbia, sabbia.
Non basta però una intera esistenza per scorgere ogni dettaglio, per
comprendere ogni parola e ogni gesto nascosto.
Non basta una definizione, un concetto immobile.
Non basta... per fortuna.
Questo sono i Klimt 1918, questo è "Undressed Momento". Una voce sola non
sarebbe mai stata capace nel tradurre parole razionali in una corrente così
pre-potente di impulsi e di pensieri. Perciò per raccontarvi di questo
gioiello oscuro e splendente, 'Soundscape' parlerà anche, e soprattutto,
attraverso le immagini e le frasi pensate da chi ha gettato sulla mia
strada conoscere "Undressed Momento". Non sarà una recensione, ma come
sempre qualcosa di diverso.
'Avviso ai naviganti' - Soundscape mette da parte Virus per attraversare AliceInHell.
Se c'è una musica portata dal vento, questa è quella dei Klimt 1918. Un
vento che viene dal mare, carico di profumi, denso di salsedine e di
ricordi. Oppure una brezza che scende giù dai colli romani, entra nel
girocollo della maglietta, e porta con sé tigli in fiore. Se davvero
esiste la potenza unificante delle note, allora posso dire di averla
trovata.
Colla spessa che lega anime, questa.
Ad un anno dalla scoperta di questo tesoro sotto la sabbia, ora mi ritrovo
senza parole. Non ho ridimensionato le mie sensazioni, non le ho elaborate
né razionalizzate, ma le ho coltivate con amore e ho dato loro nuove forme
e nuovi nomi. Comunico ancora a forza di sguardi, tendo muscoli che non
credevo di avere, inspiro irregolarmente. Prendo i fatti concreti, i
riferimenti spazio-temporali, i granelli nella clessidra, ne faccio un
unico manifesto, e poi lo strappo con i denti e lo riduco a brandelli,
finché sotto di me non sopravvive soltanto un tappeto di stelle. Cerco un
filo logico a cui aggrapparmi, ma mi ritrovo a salire scale che invece
scendono. Allora scelgo la via dell'anarchia, quella della sostanza senza
forma. Lascio indietro i recinti delle convenzioni. Non lo faccio da sola.
Semplicemente, sotto incantesimo, eseguo pedestramente gli ordini che
questa musica mi sussurra.
Queste sono note che salgono fumanti da macerie ideali. Sono note moderne
che però vivono soltanto grazie al passato. Sono rivoluzione decadente ed
incerta. La loro dimensione è quella che sta sempre in bilico, un passo
sul punto di ritrarsi ma che poi avanza e scavalca e calpesta e affonda.
Sono mattoni frantumati, borghesia che muore asfissiata sotto il peso dei
suoi stessi edifici, espressionismo post-moderno che inizia rasentando il
suolo e strisciando nei sobborghi cittadini, ma che poi di scatto,
immensamente, meravigliosamente, tira fuori un enorme paio di ali bianche
e spicca il volo in un cielo febbricitante.
Queste sono note romane, austriache, portoghesi. Sono note dell'Aria, e
per questo così piene di vita e così prive di una patria riconoscibile.
Sono gocce che scendono dagli angoli degli occhi, quelle gocce chiamate
lacrime. In esse si racchiude la stanza sofisticata e ambiziosa della
Saudade, quelle quattro mura
che avvolgono il dolore più grande e lo trasformano in accordi, lo
sublimano in versi, lo coccolano e lo chiamano nostalgia. In esse ogni
ferita cessa di sanguinare e si tramuta in cicatrice, perché ogni cosa è
lì apposta per essere richiamata alla mente dal baule infinito della
memoria. Il ricordo, il ricordo come unica entità, come specchio
deformante, come balsamo, come collante emotivo, illusione dalla potenza
imperscrutabile. Lo struggimento diventa qui privo di ogni connotazione
romantica, e i volti si confondono, le voci si uniscono, le immagini si
sfuocano. Non è musica per amanti, questa. E' musica per anime.
Marco Soellner ha preso sé stesso, si è infilato in un carillon, e si è
trasformato in note. Ha attinto dal mare generoso dei Katatonia, lo ha
mescolato all'universo parallelo dei Depeche Mode, e lo ha riletto in
chiave post-rock conferendo ad ogni passaggio un tocco di personalità
unica e rara. Ricco di un retroterra gothic e death metal, di un
avantgarde nordico e di una wave '80, ha saputo confondere le idee e
ricrearne di nuove. Le due chitarre tracciano linee melodiche che non sono
immediate, ma fulminanti; intrecciano strofe e ritornelli che sul filo del
pop diventano empatia istintiva; e l'uso quanto mai variegato del drumming
da parte di Paolo impreziosisce l'opera intera, grazie anche ad un doppio
pedale che entra sulla scena come un effetto sonoro dalla potenza
impressionante, e scardina, scandisce, sorprende sempre.
La voce, protagonista dialogante. La voce, be', semplicemente, ammalia.
Questa è una musica dell'Aria.
Capirete, davvero, quant'è difficile afferrarla. Stringerle attorno le
dita e chiuderla in un pugno di parole.
Capirete, davvero, quant'è difficile tenersela stretta al cuore.
Lei che vola e percorre chilometri, lei che in un paradossale silenzio si
posa in grembo e lì vi rimane.
Lei che muta e cambia pelle, lei che ci avvolge del profumo di lavanda e,
in una divina, surreale metamorfosi, assume le sembianze di un'Anima.
|