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In
una afosissima serata trasteverina si è svolto il party di presentazione
del nuovo album degli inarrestabili
Klimt1918, dal bellissimo
e malinconico titolo
''Just
in case we'll never meet again'',
a nostro parere il loro lavoro più maturo e originale, che abbandona
definitivamente le radici metal in favore di una fantastica formula
musicale meticcia, più soft ma se possibile ancora più ficcante e
convincente. Paolo Soellner, sapiente alchimista del ritmo, si è offerto
di rispondere alle nostre domande con gli occhi vispi e l’entusiasmo di un
adolescente.
Qual è il concetto cardine attorno al quale
ruotano le tematiche dell'album? Il precedente si basava sul concetto di
'convalescenza'…
Paolo: Quest'album non è un concept, ma tratta di una serie di
esperienze ed estratti di vita vissuta riguardanti dinamiche relazionali,
amori perduti, amori ritrovati… Ogni canzone è comunque una storia a sé.
Per esempio ''Ghost of
a tape listener''
parla del vivere la cassetta come un modo per comunicare (come poteva
essere negli anni Ottanta) le proprie sensazioni. Alla base della canzone
c'è la storia di un ragazzo che registra alla sua amata una serie di
canzoni come pegno d'amore.
Da qui anche il sottotitolo del disco
'Soundtrack for the cassette generation'…
Paolo: Sì… è
un tributo agli anni Ottanta, perché è il periodo in cui abbiamo iniziato
ad ascoltare musica. Ci ricorda la gioia con cui ascoltavamo le cassette e
con cui le doppiavamo. Adesso con il downloading si è persa completamente
questa cultura. Si fanno ancora compilation per donarle alle persone, però
prima era forse qualcosa di più vissuto, più passionale.
Le influenze alternative, indie e wave
derivano da scoperte recenti, oppure sono amori giovanili che sono
riaffiorati?
Paolo: La
nostra musica proviene da un lungo viaggio che parte dagli anni Ottanta,
dai
Cure, dai
Depeche Mode, dai
Jesus and Mary Chain, da
Michael Jackson… dai
Faith No More, dagli
Iron Maiden, dai
Joy Division e tutta la wave
ottantiana. Oggi poi guardiamo agli
Interpol, agli
Editors… poi posso
dirti anche che guardiamo allo
shoegaze e
al post-rock… aggiungerei
My Bloody Valentine e
poi… tra gruppi più recenti direi
Explosions in the sky,
Sigur Ros,
iLIKETRAINS…
Questo è il vostro disco più personale,
siete riusciti a mio avviso a dar vita al vero sound dei Klimt. Ciò è
venuto fuori mentre creavate il disco oppure siete entrati in studio con
la precisa volontà di fare un album più originale?
Paolo: Ciò è
frutto di un processo molto, molto lungo iniziato con ''Dopoguerra'', un disco
che ha fatto da spartiacque tra passato e futuro. Un disco ibrido che
metteva insieme influenze ancora metal e altre più alt, rock e post-rock.
''Just in case…'' è il vero addio al
passato. Stavolta abbiamo cercato di trovare un sound più nostro
attraverso uno studio lunghissimo che è partito dall'osservazione gli
effetti di chitarra ai concerti (ad esempio) fino alle molte prove nel
nostro studio, alla ricerca di suoni e dinamiche di cui potessimo essere
soddisfatti. Alla fine abbiamo ibridato vari suoni ed abbiamo trovato la
nostra vera identità. C'è molto post-rock, c'è molto
Jesus and Mary Chain, molta wave…
alcune cose prendono anche dall'emo, anche se
molto alla lontana (non è un genere a cui ci avviciniamo molto anche se lo
apprezziamo).
I Klimt1918 sembrano voler rappresentare
quella Roma più malinconica e meno 'cafona'. Quanto vi ha influenzato
dunque questa città?
Paolo: Roma
è la città delle passioni e dei dolori… una città comunque bellissima. Io
sono architetto e cammino sempre a testa alta, senza mai smettere di
ammirare la sua bellezza. Soprattutto quest'album nasce da riflessioni
maturate durante tante passeggiate tra le vie della città. Il contrasto
tra antico e moderno è una cosa incredibile che non trovi in altre città.
Dunque Roma non può non aver lasciato dei segni in noi. In ''Dopoguerra ''se
ricordi abbiamo anche dedicato a questa città una canzone,
''Sleepwalk in Rome''.
Come vi accolgono all'estero? Ho visto che
il disco sarà distribuito sia in Europa che negli USA.
Paolo: Molto
bene! Posso dire che abbiamo un successo notevole. Siamo rimasti stupiti
dell'accoglienza che abbiamo ricevuto in giro per l'Europa. Poi tra
l'altro, registrando per un'etichetta tedesca e avendo un'agenzia di
management e booking tedesca, si tende molto a suonare all'estero, per
andare ai festival o per andare in tour. Il mercato estero è molto più
proficuo rispetto a qui.
Quindi vendete di
più nel resto dell'Europa?
Paolo: Certamente… il downloading all'estero è
spesso finalizzato all'acquisto dei cd. Non voglio creare una polemica
contro il downloading, quello che ho detto è semplicemente un dato di
fatto.
Avete avuto proposte da grosse etichette?
Paolo: Sì
abbiamo avuto delle proposte. Però abbiamo un contratto che ci lega per
altre uscite quindi non possiamo fare nulla. Magari in futuro, se
continuiamo a suonare (sorride), ci
capiteranno delle opportunità migliori.
Come è avvenuto l’abbandono delle sonorità
metalliche?
Paolo: Gli ascolti sono cambiati. Ormai non ascoltiamo più metal da
anni, anche se è rimasto sempre nei nostri cuori. Pensiamo sempre che la
scena metal sia quella più pura e 'open-minded'. ''Dopoguerra'', come detto, conserva ancora
tracce metal, vedi la doppia cassa o certe distorsioni. Il passaggio da
sonorità metal ad altri tipi di sonorità è comunque avvenuto in maniera
molto naturale.
Immagino che comunque ci sia stato anche un
cambiamento nelle vostre personalità. Dunque non solo per quanto riguarda
i suoni, ma anche nell'attitudine.
Paolo: Sì,
certo. I primi dischi erano un urlo di dissenso ed erano legati alla
nostra adolescenza. Ora siamo maturati, mentre rimane quello sguardo un
po' nostalgico rivolto al passato, senza mai perdere di vista quello che
può serbare il futuro.
''Just in case we'll
never meet again'' è un titolo che richiama il passato, ma volge
anche al futuro.
Vi avranno già chiesto come sono i rapporti
con la 'scena' romana, invece io volevo chiedervi se, suonando fuori,
avete stretto delle amicizie con band estere?
Paolo: Sì,
anche se non sono ovviamente amicizie profonde. C'è sempre, non dico
competizione, ma molta professionalità, che poi crea una distanza. Mentre
invece a Roma abbiamo band amiche da anni, come
Novembre, Spiritual Front,
The Foreshadowing.
All'estero però devo dire che siamo molto in contatto con i
Dandy Warhols, che si
sono rivelati nostri fan e amici. Prima o poi dovremmo suonare di nuovo
con loro. Ai festival non è molto facile fare amicizia. C'è troppo caos e
troppo poco tempo per riuscire ad allacciare dei legami forti.
Com'è la situazione a Roma per quanto
riguarda trovare posti per provare o suonare dal vivo?
Paolo: La
situazione è problematica e non mi riferisco solo a Roma. E' un problema
che riguarda tutta l'Italia. A volte manca una certa professionalità (a
differenza dell'estero).
Com'è l'accoglienza nelle altre città
italiane?
Paolo: Sempre ottima devo dire, dovunque andiamo… e questo ci fa davvero piacere.
Suonare a Roma vuol dire suonare davanti a molti amici, dato che
conosciamo tante persone. Nel resto d'Italia è diverso. Le persone ti
scoprono, ti vedono per la prima volta. E come si emozionano loro ci
emozioniamo pure noi, perché… noi siamo molto sensibili, spesso stabiliamo
un rapporto di empatia con alcune persone, a volte invitiamo qualcuno di
Torino o Milano a dormire da noi. Non vogliamo instaurare un rapporto del
tipo artista-fan, ma vogliamo trattare il pubblico come un gruppo di
amici.
''Just in case…'' presenta spessissimo effluvi di
chitarre supereffettate e suoni shoegaze. Nel momento del live riuscirete
a riproporre questi suoni o userete dei trucchi?
Paolo: Nei
concerti usiamo delle basi da sovrapporre agli strumenti. Io utilizzo un
minidisc da cui mando le parti aggiuntive per la batteria. Per quanto
riguarda le chitarre abbiamo studiato molto il delay e vari altri effetti.
Abbiamo così unito suoni 'crudi' alla
My Bloody Valentine e
Jesus and Mary Chain a suoni
post-rock, tipo
Explosions in the sky e ad altre
sonorità del tipo
Dredg.
In futuro pensate di utilizzare di nuovo (e
magari maggiormente) la lingua italiana?
Paolo: All'estero l'italiano è visto come un qualcosa di esotico (in senso
buono). Adesso l'abbiamo abbandonato ma non è stata una scelta cosciente,
ci è venuto naturale non usarlo.
Puoi nominarmi dei gruppi che stanno
destando il tuo interesse attualmente?
Paolo: Attualmente direi
Editors, Sigur Ros, M83,
iLIKETRAINS, The Boxer Rebellion, Gregor Samsa, Immanu-el. Mi
piacciono molto anche gli
Spiritual Front
del mio caro amico Simone
(Salvatori, nda).
Hai dei consigli per le nuove leve? Come
vedi la situazione della scena italiana?
Paolo: L'Italia sta crescendo sempre di più e quindi io dico di continuare e
crederci, perché c'è sempre più fiducia verso i gruppi italiani, grazie in
particolare a band come
Novembre, Lacuna Coil,
Room with a view, Yuppie Flu, Giardini di Mirò e vari altri.
Gli italiani stanno diventando sempre più professionali e competitivi. Il
problema che ci frega da noi sono i soldi. Le risorse sono spesso limitate
ed è difficile riuscire a fare un 'discone'. L'importante comunque è che
ci siano le idee.
Riuscite a trarre dei buoni guadagni dalla
vostra musica? Di cos'altro vi occupate nella vita?
Paolo: Guadagniamo qualcosa con i concerti. Per il fatto del downloading c'è una
grossa crisi del mercato discografico. Non si guadagna più, c'è crisi
nelle label ma anche nei gruppi. Per ovviare a questi problemi c'è oggi
una tendenza a fare molti più live. Noi comunque lavoriamo al di là della
musica. Io faccio l'architetto (come detto) e il grafico, mio fratello fa
il giornalista, Francesco lavora sempre nel campo musicale, Davide lavora
nel cinema. Comunque è molto dura. Conciliare musica e lavoro non è
facile, però siccome suonare è la nostra passione più grande, non possiamo
davvero farne a meno. Anche la vita privata ne risente, ci sono problemi
con le ragazze e di altro tipo, però per noi rinunciare alla musica
sarebbe come rinunciare alla nostra anima.
So, in case we’ll never
meet again, I wish you well. |