Klimt1918 "Just in case we'll never meet again"
(Soundtrack for the cassette generation)


::: Recensione tratta da Storia della musica :::


 

Creatura sfuggente, il nuovo disco dei Klimt1918, ''Just in case we'll never meet again''. Perché se è ormai un dato di fatto l'abbandono dei toni metal che caratterizzavano i primi album (vedi il consistente uso del doppio pedale in ''Secession makes post-modern music'' o in ''Undressed Momento''), non è ancora del tutto chiaro cosa i nostri abbiano in mente di fare. La musica dei Klimt infatti oscilla costantemente tra melodie quasi pienamente pop e cavalcate energiche a base di chitarre elettriche a tutto volume; una commistione tra pop-rock e dark-wave, shoegaze… senza però un vero è proprio centro di gravità.
Insomma, cos'è la musica del gruppo romano? Sono le strofe melodiche ad essere subordinate alle dilatazioni post-rock e alle sfuriate chitarristiche, o viceversa?
E non è tanto per una questione di difficile catalogazione a suscitare in me tali elucubrazioni, quanto la volontà di capire se ci sia o no un preciso percorso stilistico nel progetto in questione (cosa che la dichiarazione di Marco Soellner, tratta da Wikipedia, potrebbe portare a pensare: 'la nostra musica contiene la solita capacità di decontestualizzazione, secessionismo e post-modernismo dell'arte di Klimt'…), o se sia invece il caso a dominare, insieme ad una ricerca dell'altisonanza fine a se stessa.
''The breathtaking days (Via Lactea)'' si fa subito esplicita nel mostrare il suono che dominerà tutto l'album: accordi dilatati e riverberati, una voce angelica a dipingere motivi melodici, ma pronta a farsi da parte per l'immancabile sopravvento strumentale affidato alle chitarre, impegnate a rincorrersi in evocative progressioni, una a contrappuntare, l'altra a buttare giù delle granitiche basi. Il mood imperante è quasi sempre quello malinconico derivato dalle cupezze dark dei tempi che furono, abbinato al doveroso sentimentalismo italico ma ampliato della carica liberatrice e catartica del rock in chiave shoegaze. Vanno in questa precisa direzione pezzi come ''Skygazer'', ''Ghost of a tape listener'', ''Just an interlude in your life'', ''All summer long'' e ''True love is the oldest fear'', tutte molto simili nei loro sviluppi e nelle loro lineari geometrie.
Più intimista e personale si fa ''The Graduate'', impregnata in una nebulosa di soffici arpeggi, in grado di superare, in parte, l'abusata sequenza strofa-schitarrata-strofa-schitarrata dei restanti brani.
A partire da ''Just in case we'll never meet again'' i pezzi si fanno più rapidi ed energici, anche se rimangono sempre agganciati ad un romanticismo non sempre di buon gusto, anche se capace - più che nei pezzi precedentemente ascoltati - di caricarsi di gravità e spessore.
Diciamoci la verità, l'album non è da buttar via, ci sono apici, come la cavalcata entusiasmante del primo brano, o pezzi quali la title-track, o ancora come ''Disco Awayness'', che rendono l'idea di come la band romana sia del tutto matura e dimostri un'ottima abilità strumentale e compositiva. Ma troppo spesso l'autocitazionismo e la ricerca ostinata di scenografie mozzafiato, ridotte il più delle volte ad apparire come gonfie sovrastrutture, hanno la meglio, togliendo molto ad un lavoro che aveva le potenzialità per farsi notare.



(Matteo Castello - Voto: 3 punti su 5)

 

... leggi anche l'intervista di Luglio 2008 tratta da Storia della musica!